
8° DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – ANNO "B" – 26 Febbraio 2012
Genesi 9,8-15; Salmo 24; 1 Pietro 3,18-22;
Marco 1,12-15« … E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo" … ».
1,12-15: Differentemente dal Vangelo di Matteo e quello di Luca, l’evangelista Marco non racconta il contenuto delle tentazioni.
La lettura del Vangelo di oggi suggerisce un atteggiamento indispensabile per il cristiano di oggi: «convertitevi e credete al Vangelo». Questa rimane anche la giusta dimensione per vivere tutto il periodo quaresimale, ovverosia, riscoprirci e divenire sempre più cristiani, vale a dire, persone consapevoli di vivere per davvero il dono del Battesimo. Essere cristiano, non significa niente di meno che divenirlo! Il Vangelo non è un libro storico, il Vangelo è una persona, è Gesù Cristo! In Gesù, morto, risorto, deve convergere la storia di ogni essere umano, deve confluire la storia dell’umanità. Convergere la propria vita in Cristo significa orientare tutta la nostra persona a Gesù, conseguentemente, ordinare la propria esistenza terrena in Cristo. Gesù rimase quaranta giorni nel deserto, perché? A fare cosa? Gesù viene oggi nel nostro deserto e sperimenta anch’Egli la tentazione, condividendo con noi l’aridità di un mondo violento e disperato. Il deserto abitato da Gesù, ora, cambia la «destinazione d’uso»; ora diviene il luogo dell’amore come affermerà Osea (2,16) in suo passo celebre: «Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore». Gesù, come abbiamo visto, è sospinto nel deserto, sotto la guida dello Spirito Santo. Egli, in questo modo, rivive le tentazioni che l’Antico Israele ha trovato nella propria solitudine in pieno Sinai. Nella sua persona, fedele al Signore, mentre compie un ultimo esodo, stavolta, si configura il nuovo popolo di Dio. « … e nel deserto rimase quaranta giorni … ». E’ la conferma della replica (che stavolta concerne Gesù) della prova della tentazione già vissuta precedemente da Israele. Anche il numero quaranta è assai significativo. Esso rimanda alla mente la durata del cammino nel deserto sinaitico, da parte del popolo ebraico (cfr. Deuteronomio 8,2). Proprio nel «deserto» c’è l’indicazione che l’evangelista intende porre l’accento, perché proprio là Gesù fu tentato dal maligno. Satana è il nome con il quale nella Sacra Scrittura (a iniziare dal Libro di Giobbe 1,6) è chiamato il nemico misterioso, quell’essere, orribile creatura, che contrasta (e purtroppo ancor’oggi) la formazione del Regno di Dio. Vedremo Gesù alle prese con il maligno in occasione degli esorcismi (cfr. 3,22-30). E’ proprio nel deserto che Gesù sceglie di pianificare la sua predicazione, vale a dire, sceglie quale Messia essere! Nel deserto si intuisce che il Signore sarà un Messia assai diverso da quello che la gente si aspetta. Il Signore non cederà mai alla tentazione né della commistione con il potere politico religioso, né alla tentazione del miracolo facile e pronto all’occorrenza. Gesù, invece, parlerà di Dio con le labbra e con il sorriso, convincerà e persuaderà il cuore degli uomini, con la sua predicazione veritiera ed efficace. Anche questa è una sua scelta maturata nel deserto. Pensando per un attimo a quello che succederà in seguito, vale a dire all’Orto degli Ulivi, e al Golgota, potremmo dedurre che è una scelta perdente, ma è una sconfitta solamente all’apparenza. A ciascuno di noi, oggi, è chiesto di entrare nel deserto per deciderci, o meglio per scegliere ancora che tipo di persona essere. L’evangelista Marco riferisce stringatamente poi il contenuto delle tentazioni di Gesù, al contrario di quello che faranno altri due evangelisti (Matteo 4,1-11 e Luca 4,1-13). Il nostro autore, tuttavia, invita i suoi lettori a individuare le tentazioni che Gesù ha incontrato nel corso della sua missione terrena. In numerose circostanze Gesù sarà chiesto insistentemente a sfruttare la sua potenza divina, per imporre, in maniera trionfalistica, il Regno di Dio (cfr. 8,11-13.31-33; 12,13; 14,38; 15,29-32). In tutte queste occasioni, Gesù però si serberà umilmente al Padre. Non è, dunque, una congiuntura favorevole quella che l’evangelista Marco termini questo breve racconto mostrando Gesù vittorioso sulle forze del male: «Era con le fiere ...» (v. 13b). Questa familiarità dell’essere umano con le fiere, in un ambiente piuttosto ostile, induce a immaginare a quella scena raffigurata dal profeta Isaia: «II lupo abiterà insieme all'agnello e la pantera giacerà insieme con il capretto; il vitello e il Icone pascoleranno insieme, un piccolo bambino li guiderà» (Isaia 11,6). L’espressione « … e gli angeli lo servivano», seppur essa è fin troppo stringata, indica, chiaramente l’assistenza divina. Il Messia si presenta all’umanità, pertanto, come l'uomo nuovo che vive in perfetta armonia con il cielo e, con la terra. Inizia ora il ministero pubblico di Gesù, con un annunzio simile a quello che la Chiesa delle origini farà. Sono due le citazioni che attestano l’azione di Dio nella storia: «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino». Altre due sono invece le citazioni che descrivono l’agire umano che si impegna a rispondere all’ingresso e all’opera dell’Onnipotente nel mondo («convertitevi e credete nel Vangelo»). La conclusione di questo prologo (nel Vangelo di Marco) è davvero emozionante. La successiva chiamata dei primi discepoli rivela già l’orizzonte, dentro al quale si svolgerà la missione di Gesù di Nazareth. Mentre il popolo d'Israele era venuto meno alla lealtà e dedizione a Dio, Gesù, pastore del nuovo popolo di Dio, viceversa, si dimostrerà pienamente fedele. Oggi inoltre è tracciato anche l’itinerario quaresimale, dal deserto diabolico, abitato dal tentatore diabolico, ci si trasferisce al deserto paradisiaco dove gli angeli servono. Dall’Adamo violento, si passa all’Adamo che sta con le bestie selvatiche, rinunciando però a farsi anch’egli una «fiera». Anche a ciascuno di noi è concesso un tempo di quaranta giorni nel deserto, un tempo favorevole per scegliere, nonostante tutte le tribolazioni, se continuare ad amare Dio e l’uomo, Sua creatura e mio «prossimo». Tra i suggerimenti che provengono dal deserto, vi è quello della percezione della fame. Ho fame di Parola di Dio? Ho fame di autenticità?
A un uomo sazio, come quello di oggi, è indispensabile, invece, proporre un digiuno. Potrebbe trattarsi anche di un digiuno simbolico, come quello dalla TV o da internet, dai giornali, dalla voglia di fare spese non necessarie. Una seconda proposta di «deserto» è senza dubbio quella della preghiera, purchè sia davvero una preghiera di ascolto. Questo è anche un tempo propizio per meditare, nel silenzio, qualche versetto del Vangelo, tutti i giorni. Perché allora non invocare, anche noi, lo Spirito prima di porsi alla lettura della Parola di Dio, staccando per qualche minuto il cellulare che abbiamo in tasca. Ogni piccolo gesto semplice, personale, che richiami alla dimensione della gratuità e della bontà di Dio (e di ciò che riceviamo dal Signore) sarà sicuramente ben accetto anche dal mio prossimo. Infine, la terza dimensione, quella dell’elemosina. Un’elargizione che non significhi tuttavia dare del superfluo, bensì, spalancare il proprio cuore ai bisogni degli altri; in altre parole, professare una fede cristiana che diventi realtà, concretezza. Perché non dedicare tempo alle persone anziane, ammalate, o che non si vedono mai? Perché non rinunciare a qualcosa per aiutare davvero i nostri fratelli che muoiono di fame? Allargare il proprio cuore agli altri diverrà, veramente, un gesto che dentro di noi produrrà una vera e propria trasformazione, quale? Divenendo semplicemente uomini «cristiani». In conclusione, Gesù fa propria l’esperienza iniziale del popolo israelitico nel deserto, il Signore compie oggi una sorta di apprendistato di libertà, che lo prepara all’ingresso nella nuova terra promessa. Gesù è guidato dallo Spirito e altresì tentato da Satana, quindi anch’Egli matura la sua scelta in libertà, in modo da essere pronto per annunciare il Vangelo chiamando ogni uomo alla conversione. Con Lui si compie il tempo della salvezza, la buona notizia donata a noi, affinché ci crediamo e cambiamo vita. In questo modo, il deserto può divenire come il giardino degli inizi, dove le bestie selvatiche sono mansuete e circondate da creature celesti. L’itinerario di oggi chiede, a ciascuno di noi, di assumersi una decisione precisa, quale? « … convertitevi e credete nel Vangelo … ».
7° DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – ANNO "B" – 19 Febbraio 2012
Isaia 43,18-19.21-22.24b-25; Salmo 40; 2° Corinti 1,18-22;
Marco 2,1-12«Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: "Figlio, ti sono perdonati i peccati". Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?". E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico "Ti sono perdonati i peccati", oppure dire "Àlzati, prendi la tua barella e cammina"? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua". Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!"».
2,1-12: Gesù, al momento dell’assembramento dinnanzi alla porta di casa, doveva verosimilmente ritrovarsi in quella di Pietro, e quella narrata è la prima di cinque controversie, tutte, collocate in Galilea. Il perdono dei peccati è fondamentale nell’annuncio del Regno. La Parola è il messaggio del Vangelo.
Gesù è rientrato a Cafarnao e ha trovato alloggio probabilmente in casa di Simone e di Andrea. L’evento della guarigione di un uomo paralitico è un resoconto descritto dall’evangelista (Marco) con molta intensità. Una circostanza che incorpora al suo interno ben due contingenze distinte, vale a dire, il miracolo del Maestro e un’annosa controversia tra lo stesso Gesù e alcuni scribi, esperti della legge biblica. L’evangelista rileva subito la moltitudine di gente intervenuta a vedere il Maestro e, soprattutto, la circostanza disagiata nella quale si ritrova Gesù stesso (v. 2). La gente che si assiepa per ascoltarlo è talmente numerosa che la porta della casa è bloccata. Il maestro si ritrova a essere imprigionato del suo pubblico, che rappresenta un profondo ostacolo per qualunque persona voglia raggiungerlo dall’esterno. Sopraggiungono allora quattro persone che accompagnano un paralitico. Quest’ultimo raffigura una persona «esclusa» dalla stessa società, sia da chi gode buona salute, sia dal resto della compagnia che circonda Gesù. L’ingegnoso espediente escogitato, da chi trasporta il malato, ovverosia, l’apertura sul tetto della casa, oggigiorno, può facilmente stupirci. L’episodio però dovrebbe essere «riletto» avendo ben presente la tipologia delle costruzioni di allora, con tetti a terrazzo facilmente apribili, tuttavia, quest’operazione ha suscitato comunque uno sguardo di ammirazione profonda nei presenti. Gesù prende atto della fede dimostrata da questi intrusi, che hanno l'audacia persino d’intromettersi tra il maestro e la sua gente. Sono però le sue parole che sorprendono maggiormente i presenti e, da diversi punti di vista. Il Maestro poteva immediatamente procedere alla guarigione fisica dell’uomo, invece, indugia con parole strabilianti e, dichiara al paralitico che i suoi peccati gli sono rimessi. Sopra a queste parole s’innesca una durissima polemica, ciò nonostante, proprio di questo Gesù si serve per indicare, a chi non volesse capirlo, che è proprio Lui l’autore, sia del perdono, sia della guarigione. «Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?"». La reazione di questi scribi è insensata. Secondo la Storia Sacra, solamente Dio ha il potere di perdonare i peccati agli uomini. L’accusa di bestemmia rivolta a Gesù conduce il lettore (del brano) nell’atmosfera avvelenata del processo intentato al maestro durante la passione (cfr. 14,63-64). Per il momento Gesù intende smascherare i cattivi pensieri dei suoi avversari, prima ancora che essi possano pronunciarsi. Il Signore, con le sue domande incalzanti, sistema gli scribi (così orgogliosi del loro sapere) con le spalle al muro. Allora, è più facile pronunciare parole di segno spirituale, la cui efficacia non è certo misurabile o, piuttosto, restituire la facoltà di camminare a un paraplegico? «Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra … ». L’evangelista Marco, chiama Gesù con l’espressione «Figlio dell’uomo» e, il senso rimane quantomeno oscuro! In ebraico, come in lingua aramaica, un «figlio di uomo» è semplicemente un essere umano (cfr. Ezechiele 2,1; 3,1-4); ciò nonostante, già nel libro (profetico) di Daniele si percepisce «come un Figlio d'uomo» rimanga misterioso e, al quale Dio conferisce (tattavia) tutto il suo potere sulla terra (cfr. Dn 7,13-14). Questa figura impenetrabile, è bene ravvisarlo, ha acquistato nella tradizione giudaica fino al tempo di Gesù, un significato chiaramente messianico. Il Figlio dell’uomo è quindi il messia che Dio ha investito dei pieni poteri divini di giudice, e reso salvatore universale alla fine dei tempi. In questa circostanza, Gesù si aggiudica appieno il titolo di «Figlio dell'uomo», e i poteri divini per giustificare il perdono dei peccati concesso all’uomo. Egli si presenta come il Messia pienamente associato alla potenza di Dio! E’ pertanto una dichiarazione importante. Il perdono dei peccati era annunciato dai profeti come uno degli atti riservati al tempo della salvezza (cfr. Geremia 31,31-34; Ezechiele 36,25-29). E’ anche il «cuore» della nuova alleanza, ovverosia, l’atto essenziale della salvezza, poiché Gesù darà la vita per questo (cfr. Matteo 26,28). Sostanzialmente, che Gesù perdoni i peccati con una semplice parola pronunciata nel bel mezzo della vita, quando un «apparato di governo» che impone «sacrifici per il peccato» e che è in vigore nel tempio di Gerusalemme (cfr. Lv 6,17-23), è una realtà oggettiva che non può far a meno di scandalizzare gli stessi scribi. La guarigione del paralitico diventa la prova evidente che Gesù detiene il potere di rimettere i peccati (vv. 11-12a).
Per l’evangelista Marco, il vertice dell'insegnamento di Gesù consiste nella sua azione divina di salvezza; salvezza che riguarda l’uomo nella sua totale interezza, vale a dire, l'anima e il corpo. Nell'Antico Testamento la malattia e, soprattutto, la paralisi era ritenuta il marchio del peccato (Lv 21,16-21). Gesù allora interviene a strappare l’essere umano, sia alla malattia, sia al peccato! Il significato profondo di tutti i suoi miracoli, quindi, è evidenziato in questo racconto. La serie di controversie iniziate in questa pagina andrà avanti! Se volessimo subito procedere a una comparazione con la nostra realtà, possiamo affermare che nella vita quotidiana, ciascuno di noi avrà avuto modo di esperimentare (sicuramente) che non ci si ammala soltanto nel corpo. Compare sovente anche un’altra sorta di malattia, che è quella dell’anima. Quest’ultima, noi «cristiani» siamo solitamente abituati a chiamarla con il suo nome proprio, vale a dire, «peccato»! Proprio per essere liberati da questo gravissimo male, viscerale, profondo, il Figlio di Dio è sceso persino sulla terra! Molta gente, quindi, accorre da Gesù anche a seguito della fama che si è ormai diffusa ovunque, e com’è citato nel Vangelo di oggi: «egli annunciava loro la Parola». Il Signore, infatti, non perde mai un’occasione per realizzare lo scopo per il quale è venuto nel mondo. Quattro persone conducono a Gesù un uomo paralizzato e, a causa del gran numero dei presenti non possono passare, tuttavia, senza perdersi d’animo rimediano subito, calando da un foro, aperto sul tetto della casa, la barella di quest’uomo. Nel versetto allora leggiamo: «Gesù vedendo la loro fede», Gesù si esprime al plurale, perché? E’ importante registrare anche quest’aspetto, ovverosia, la sottolineatura comunitaria della fede; in altre parole, non solamente l’ammalato aveva fede, bensì anche i portatori di questa lettiga. E’ precisamente a questo punto che Gesù esclama: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Notificando il collegamento esistente tra malattia e peccato, ribadendo che la malattia e la morte sono segni del peccato operante nel mondo, ebbene, con queste parole Gesù presenta ufficialmente lo scopo della sua missione, che è quella di perdonare i peccati! In fondo, questo modo di presentarsi è utilizzato da Gesù per far comprendere che è proprio Lui l’autore del perdono! In conclusione, Gesù, come ha fatto allora con il paralitico del Vangelo, mette a nostra disposizione, qui, oggi, il suo potere di guarigione. Egli salva sempre l’uomo nella sua interezza, anima e corpo. Per ogni guarigione fisica, o spirituale, è imprescindibile, è assolutamente indispensabile la fede cristiana. A Gesù quindi preme evidenziare, dinnanzi a tutti, lo scopo di questo intervento. « … Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te […] alzati, prendi la tua barella e va a casa tua … ». La narrazione termina poi presentando quest’individuo guarito che ritorna a casa, tra lo stupore generale. « … tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: Non abbiamo mai visto nulla di simile! … ». Esiste allora al mondo una realtà più grande del perdono di Dio? Gesù, infatti, è venuto nel mondo per perdonare i peccati degli uomini, Egli può compiere un simile intervento, proprio, perché è Figlio di Dio. Il perdono di Dio, per il cristiano, è una sorgente di vita nuova, di speranza; rappresenta altresì uno stimolo nuovo a volere bene e, a fare il bene, insomma, un impegno a divenire migliori! Senza il perdono dei peccati non è in grado di spiccare il volo (dentro in ciascuno di noi) quella vita nuova di comunione con Dio e, con i fratelli, che tanto desideriamo. E’ proprio vero che si accede al dono del perdono, offerto da Gesù Cristo, attraverso la fede personale e comunitaria. Gli scettici di oggi, gli increduli contemporanei, possono percepire, scorgere e, ravvisare, le conseguenze del perdono dei peccati nelle opere stesse dei «cristiani», in altre parole, quelle medesime opere che i cristiani compiono per sanare i sofferenti che si trovano dinanzi. Non ci dimentichi mai che il potere di rimettere i peccati, lo stesso Gesù Cristo lo ha trasmesso alla Chiesa, che lo amministra nel suo nome. E’ quindi indispensabile da parte nostra, riconoscere e, apprezzare, il Sacramento della Riconciliazione. L’assillo di dover elencare i peccati potrebbe affievolire il senso profondo di questo sacramento, che è quello invece di incontrare personalmente Cristo, mostrando sinceramente tutti i mali di cui soffriamo, e l’onesto impegno a risollevarci per camminare in novità di vita. Gesù Cristo diviene pertanto l’unico luogo d’incontro tra la «lealtà» di Dio e la «fedeltà» dei credenti. Il nostro incontro personale con Gesù Cristo è sempre segnato dalla riconciliazione e, non potrebbe essere altrimenti, perché ogni uomo è peccatore, e per entrare in intima comunione con l’Onnipotente deve riconciliarsi con Dio, proprio per mezzo di Gesù Cristo!
6° DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – ANNO "B" – 12 Febbraio 2012
Lv 13,1-2.45-46; Salmo 31; 1° Corinti 10,31-11,1;
Marco 1,40-45«Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi purificarmi!". Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato!". E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: "Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro". Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte».
1,40ss: Gesù guarisce e predica (cfr. Matteo 8,14-16 e 8,2-4; Luca 4,38-41 e 5,12-16).
1,34: Gesù impone (a tutti) il silenzio per impedire facili entusiasmi nel popolo. Facili esaltazioni, infatti, che potrebbero far recepire la sua missione in senso tripudiante o trionfalistico (cfr. Matteo 8,4 e 9,30). I demoni conoscono il mondo superiore al quale Cristo appartiene, assai meglio degli esseri umani.
Il racconto di oggi inizia in un modo alquanto aspro e, senza alcun accenno al tempo e al luogo dell’avvenimento. Inconsueto è anche l’atteggiamento di Gesù con il quale ammonisce quest’uomo di mandarlo via e di spingerlo a mostrarsi direttamente al sacerdote. L’evangelista ha pertanto inteso porre in primissimo piano, appunto, l’attualità dell’episodio per la comunità stessa alla quale si rivolge Gesù. Occorre tuttavia iniziare proprio da un presupposto importante, vale a dire che Gesù predica nelle sinagoghe di tutta la Galilea, e la gente lo cerca incessantemente. Il Signore è ricercato per le sue opere mirabili e prodigiose! Opere che sono tuttavia travisate, stravolte, da quelle stesse popolazioni. A questo punto l’evangelista dispone la narrazione estesa di un miracolo! La narrazione è quindi strutturata in due parti distinte. La prima (dal versetto quaranta al quarantadue) presenta la guarigione, e la seconda (dal quarantatre al quarantacinque) chiarisce le conseguenti vicende. Tutto questo suscita nel lettore inevitabilmente dei quesiti! Perché Gesù allontana, con vera e propria durezza, l'uomo che ha appena guarito (v. 43)? Perché costui, guarito, sfida la consegna del silenzio che Gesù gli ha imposto (v. 45)? Questi atteggiamenti, che potrebbero essere a prima vista paradossali, si possono tuttavia spiegare bene, soltanto se l’avvenimento fondamentale è riletto in chiave di fede. Il malato quindi si avvicina a Gesù, per una supplica umile, fiduciosa, s’inginocchia dinanzi al Maestro ed esclama: «se vuoi puoi purificarmi!». Per comprendere il valore e il significato di questa supplica (da parte del lebbroso) nei confronti di Gesù è bene rammentare che il lebbroso dell’epoca era una persona assolutamente emarginata dalla Società civile, perché colpito da un gravissimo male contagioso e quindi doveva essere, assolutamente, mantenuto ai margini della stessa società. In funzione di tutto questo, da parte della stessa collettività, si adottava una serie di precauzioni, per evitare ogni qualsiasi contatto fisico delle persone sane con questi «malati pericolosi». Nella Sacra Scrittura, in effetti, la lebbra non è solamente quell’infermità terribile che corrode il tessuto umano, deturpa i lineamenti, altera la figura, è altresì una malattia dello spirito! In altre parole è evidente il marchio del peccato, e il castigo divino, per colpe ritenute particolarmente gravi. Il lebbroso era quindi considerato come una sorte di cadavere vivente. Chi si trovava colpito dalla lebbra, era pertanto bandito dalla città, respinto perché fonte di «impurità», vale a dire, doveva trattarsi di un essere vivente impossibilitato alla comunione sia con Dio, sia con gli uomini. La guarigione di questo malato, di conseguenza, era riservata esclusivamente a Dio! Soltanto l’Onnipotente, proprio Lui, che tale malattia l'aveva trasmessa come sorta di castigo, poteva liberare quest’uomo (cfr. Nm 12,1-16). In questa circostanza, Gesù risponde a uno stimolo e, attiva una reazione (con un gesto molto semplice), tuttavia, molto espressiva. Egli ha il coraggio di toccare ciò che per tutti doveva essere considerato intoccabile! La sua parola, quindi, è tanto efficace quanto la Parola di Dio: Egli ha detto, e così è avvenuto (v. 42). « … tese la mano, lo toccò e gli disse […] E subito la lebbra scomparve … ». Proprio a questo punto, l’evangelista Marco, intende conferire (a questo gesto) il suo pieno significato. La guarigione dei lebbrosi, infatti, figurava tra i segni dei quali si riconoscerebbe l'inaugurazione dei tempi messianici (cfr. Mt 11,1-5) che è sostanzialmente, anche la risposta di Gesù agli inviati di Giovanni Battista. Ecco dunque il Messia che rimette l'uomo in perfetta salute fisica e spirituale. Ciò nonostante rimaniamo ancora una volta stupiti dallo svolgimento dell’incontro di Gesù con l'uomo guarito (vv. 43-44a). Effettivamente, l’azione del Maestro è proprio dura; Egli lo allontana! La traduzione dal verbo originale greco corrisponde a «cacciare» via! L’irruenza di Gesù (se così possiamo definirla) è accompagnata dalla consegna (per l’uomo guarito) al silenzio! E’ la dimostrazione del «segreto messianico». Il Maestro, verosimilmente, non gradisce che ci s’inganni (in alcun modo) sul senso veritiero e profondo della sua missione. L’Altezza del suo essere e, appunto, della sua missione non potrà realmente essere compresa se non alla luce della sua passione e risurrezione! La narrazione biblica prosegue con il comando «va', invece, a mostrarti al sacerdote», perché era di pertinenza del sacerdote constatare la guarigione (cfr. Lv 14,1-9ss). Questa procedura rituale, presso i rappresentanti del popolo, servirà da «testimonianza» ai giudei! Essi prenderanno finalmente atto del compimento (da parte di Gesù) dell’attesa secolare del Messia. Essi dovranno concludere che il tempo della salvezza è pervenuto! Irrompe sulla scena un altro fatto singolare, da quando il lebbroso trasgredisce l’ordine impartito da Gesù di tacere la propria guarigione (v. 45a). L’uomo «si mise a proclamare e a divulgare il fatto». L’invito al silenzio sull’accaduto, verosimilmente, è richiesto in maggior misura dalla prudenza, che dalla non - comprensione dell’avvenimento stesso. Tutto questo sarà chiarito efficacemente, soltanto, dopo la Pasqua del Signore. Soltanto da allora anche i discepoli di Gesù potranno parlare apertamente.
L’evangelista Marco intende segnalare che il lebbroso guarito rimane un simbolo del missionario della «buona novella», portata da Gesù Cristo. Con la risurrezione di Gesù, i lettori del Vangelo, illuminati dagli eventi della salvezza, sono invitati, a maggior ragione oggi (2012), sull’esempio di questo miracolato, a diffondere il gioioso messaggio liberatore di Gesù Cristo! All’evangelista non resta che terminare la sua narrazione (tornando al tempo storico di Gesù e, a causa di quest’atto salvifico e della pubblicità che ne riceve), asserendo che il Maestro è costretto ad allontanarsi dalla folla che giunge da ogni luogo (v. 45b). Se all’inizio del racconto, osserviamo che un malato è continuamente emarginato, è costretto all’isolamento da tutti e da tutto, ora invece una grande moltitudine di malati corre dall’operatore di guarigioni. Gesù è venuto a guarire, e a liberare, ogni uomo che è dominato dal male e dal peccato! La sua azione sanante abilita ciascuno di noi ad essere inseriti oggi, dignitosamente, nella comunità cristiana dei credenti. Chi è davvero guarito dal Signore deve sempre vigilare, per non interpretare maldestramente ciò che gli è accaduto e viverlo pertanto inadeguatamente. Tutto ciò che riguarda la sfera spirituale e personale di ciascuno di noi deve poter essere sottoposta, e senza timore, a chi guida spiritualmente la nostra comunità di appartenenza (vedi la figura amica e paterna del parroco e i suoi collaboratori) e, deve poter essere custodito nel silenzio interiore e, nella riflessione personale. Questo è il comportamento corretto da assumere nella comunità dei cristiani (per altro indicato nella festa di oggi, anche da San Paolo ai Corinti) e, l’Apostolo delle Genti propone sé stesso come modello di comportamento cristiano, quando dice con enfasi: «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). In ultima analisi, un giorno Gesù incontra un uomo lebbroso, lo guarisce, lo restituisce alla società, lo riconsegna alla sua dignità di persona umana. «Lebbrosi» possiamo ancor’oggi sentirci tutti, quando siamo discriminati o, messi da parte per qualsiasi ragione. Qualunque forma di rifiuto di una qualunque persona, per motivi diversi, come l’età, la cultura, l’etnia, la malattia, o altro, produce inesorabilmente un’amara emarginazione. Si tratta di una manifestazione molto frequente e presente in ogni società moderna. Quello che oggi deve in maggior misura preoccuparci è quando essa avviene anche nella Chiesa di Dio, ovverosia, anche nelle nostre comunità cristiane. L’interrogativo che il brano di oggi dovrebbe suscitare in ciascuno di noi è questa: «Chi è costui che porta con sé la reintegrazione degli esclusi, la loro comunanza con Dio e la vita in comune con i loro fratelli?».
5° DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – ANNO "B" – 5 Febbraio 2012
Giobbe 7,1-4.6-7; Salmo 146; 1° Corinti 9,16-19.22-23; Marco 1,29-39
« … E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: "Tutti ti cercano!". Egli disse loro: "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!". E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni».
1,29ss: Gesù guarisce e predica (cfr. Matteo 8,14-16 e 8,2-4; Luca 4,38-41 e 5,12-16).
1,34: Gesù impone (a tutti) il silenzio per impedire facili entusiasmi nel popolo. Facili esaltazioni, infatti, che potrebbero far recepire la sua missione in senso tripudiante o trionfalistico (cfr. Matteo 8,4 e 9,30). I demoni conoscono il mondo superiore al quale Cristo appartiene, assai meglio degli esseri umani.
Il Vangelo di questa domenica intende mostrare il resoconto di una giornata a Cafarnao. Una sequenza narrativa, che in realtà è iniziata da Marco 1,21 e termina con Marco 1,32-34. Lo sviluppo degli avvenimenti ha luogo in prossimità della sinagoga, dove Gesù ha preso parte all’ufficio. Il «sabato» è un giorno speciale, nel quale appunto, la distanza degli spostamenti autorizzati (agli uomini) è ben chiara e delimitata. È nella casa di Simone e Andrea, è nell'intimità familiare dei suoi primi discepoli, che si compie l’azione concreta di Gesù (1,16-20). Sono precisate anche le circostanze. La suocera di Simone è a letto, febbricitante (v. 30a). La malattia di questa donna non è tuttavia specificata. Il suo stato fisico sembra inquietante, dato che a Gesù «subito parlarono di lei» (v. 30b). Chi sarà stato? A riferirgli cosa e, in che modo? Non sappiamo niente. L’atto di fede, comunque, è sottinteso! Dato le sue capacità di guaritore, Gesù è sollecitato, stavolta, dai suoi amici, a intervenire. Egli non parla; solamente un gesto (per altro molto semplice) è rilevato. Egli aiuta la donna ad alzarsi, prendendola per mano (v. 31b). Siamo ben lontani dalle narrazioni di fatti straordinari quando gli operatori di guarigioni, ricorrono alle cosiddette formule magiche. In questo luogo, tutto avviene nella massima discrezione: la guarigione è istantanea (v. 31c). Questo racconto, così privo di «effetto prodigioso», stupisce per lo spirito moderno utilizzato. Per capire che si tratta davvero di un’azione messianica di Gesù, occorre pensare che, nella mentalità antica, la malattia sia vista come segno del peccato. Fin dalle epoche più remote, innanzitutto, la febbre figura tra i castighi minacciati da Dio al suo popolo infedele. Ai tempi di Gesù, inoltre, si attribuiva spesso alla febbre un'origine diabolica. Per questo motivo un altro evangelista (come Luca) ha riferito questa guarigione della suocera di Simone come se si trattasse di un esorcismo (4,39). E’ quindi chiaro che il gesto di Gesù (nei confronti di questa donna) dimostra il suo dominio sulle forze del male e della morte. Ecco qui il Messia che offre i segni dell'avvento del Regno di Dio. Dobbiamo tuttavia procedere oltre, per constatare come l’evangelista Marco (rivolto alla propria comunità cristiana) ha «riletto» questo episodio alla luce della risurrezione di Gesù e, quanto vi è sottolineato con discrezione dall'uso di una formula significativa. In greco, il verbo «la fece alzare» (v. 31b) è lo stesso utilizzato da Marco per affermare di Gesù: «È risorto» (16,6). È effettivamente necessario collocarci nella circostanza dei primi cristiani, quando leggiamo appunto questa pagina del vangelo. Per loro Gesù non è solamente il guaritore importante, degli inizi della sua missione. Grazie alla sua risurrezione, Egli è riconosciuto come «Cristo e Signore» (Atti degli Apostoli 2,36). Egli è quello che continua, ogni giorno, a salvare gli uomini dal peccato, a strapparli alla morte. E’ il Salvatore che rimette in piedi quelli che sono abbattuti dal male. Quando l’evangelista descrive la donna, subito guarita che si mette a servire i suoi ospiti (v. 31c), nessuno può dubitare che egli pensi al «servizio» del Cristo al quale i cristiani sono chiamati. Il Salvatore non cessa di liberare i suoi fedeli dal male per metterli al proprio servizio. Nella prima parte (1,21-28) osserviamo Gesù che, arrivato nella città, inizia a insegnare con autorità nella sinagoga locale. Il suo insegnamento è efficace, funziona bene, il suo magistero opera assai bene e produce dei risultati. Ne è prova il fatto che gli spiriti malvagi vengono da Lui smascherati nelle persone e da esse cacciati. Nella disamina del contenuto è bene osservare altre peculiarità. Innanzitutto la narrazione è articolata in scene diverse, e la prima si svolge in casa di Simone, dove il gruppo è arrivato dopo aver lasciato la sinagoga (vv. 29-31). La narrazione rimarca (da subito) la partecipazione dei primi quattro discepoli, il rapporto particolare di Gesù con loro, quindi, la guarigione della donna malata di febbre. Questa donna, quindi, beneficia ben presto della presenza (fisica) di Gesù, la quale libera dal male sempre e chiunque lo incontri. La guarigione fisica poi non è mai fine a se stessa (o per un interessamento egoista), infatti, la febbre sparì e lei si mise a servirli. Questa postilla non è per nulla trascurabile. In un ambiente come quello palestinese dell’epoca, la donna non poteva avere spazi o ruoli rilevanti, Gesù, viceversa, accoglie liberamente (e a pieno titolo) tra i suoi discepoli anche le donne. Il secondo scenario avviene verso sera, dopo il tramonto del sole, perché a quest’ora arriva al termine la giornata del sabato, e così gli uomini possono riprendere le attività abituali. Tutti gli abitanti della città si erano radunati davanti alla porta della casa, cosa significa questo? Tutta la città era radunata dinanzi a una sola porta, che era quella di Gesù, perché, quella di Gesù è proprio quella che non era tramontata!
A questo punto sorge facile anche un interrogativo (e un paragone), anche le porte delle nostre chiese sono come la porta di quella casa di Cafarnao, ovverosia, capace di radunare tutta la città? Forse, non tutta quella folla aveva ben percepito cosa ci fosse dietro a quella porta di Cafarnao, ciò nonostante, aveva riposto (solamente) in quel luogo tutta la propria speranza, poiché tutti gli altri «predicatori» avevano fin qui deluso assai amaramente. Gesù guarì molti di loro che soffrivano di malattie diverse e li liberò molti dall’invasione infernale dei demoni e, poiché i demoni sapevano benissimo chi era Gesù di Nazareth, Egli non li lasciava parlare! In questo modo, ordinando loro di tacere, non solo manifesta la conoscenza che essi avevano di Gesù, e l’inopportunità (da parte loro) di parlarne, ma, indica anche all’essere umano la necessità di scoprire da solo, l’identità di Gesù, camminando fedelmente come suo discepolo! Nessuno, infatti, può concludere tal esperienza al posto della singola persona (o anche semplicemente voler accelerare con facili scorciatoie il procedimento stesso). Le due scene conclusive pongono l’accento, pertanto, sull’importanza della preghiera nella vita di Gesù, e in quella del discepolo (v. 35), di conseguenza, la necessità che la missione cristiana sia dilatata (oggi come allora) ulteriormente, anche attraverso l’annuncio del Vangelo in tante altre località limitrofe (vv. 36-39). L’opera evangelizzatrice di Gesù (a Cafarnao) è finalizzata alla costituzione della comunità dei discepoli. Per questo uomini, donne, giovani, anziani che lo seguono, sono dal Signore guariti e, liberati dallo spirito maligno. Chi ha accolto il Vangelo di Gesù Cristo deve mettere in conto sia la gioia, la fatica del discepolato, sia la necessità di vivere in comunità (attorno a Lui), sia la centralità della preghiera contemplativa, che la creatività dell’annuncio missionario. Gesù quindi non si ferma solamente in una casa soltanto, come a Cafarnao così a Modena oggi, e non si ferma nemmeno e soltanto in una nazione soltanto. Egli desidera visitare tutte le case del mondo, perché in qualsiasi luogo c’è bisogno del Vangelo di Cristo. Questo concetto è offerto anche da San Paolo il quale afferma nella Lettera ai Corinti (9,16): «Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!». Ebbene, questa responsabilità è affidata a ogni credente, oggi a ciascuno di noi! Seguire Gesù che risana (con la sua parola) rende ancor’oggi tutti fratelli nell’unica comunità. Quanta strada, allora, noi oggi dobbiamo percorrere per rendere le nostre comunità (parrocchiali) di appartenenza, veramente, delle fraternità nelle quali ci si voglia davvero bene, e si portino i pesi gli uni degli altri? Nel ciclone dell’efficientismo globale e produttivo di oggi, ancora una volta Gesù Cristo si propone viceversa come modello da seguire, un uomo capace anche di fermarsi per pregare! La riscoperta di questa «dimensione spirituale» sarà davvero in grado di offrire ai discepoli di Gesù di tutti i tempi, energia, vivacità, serena passione nell’annunciare il Vangelo di Cristo. «Essere comunità» raccolta attorno a Gesù, non significa altro che condividere l’incombenza e la responsabilità, come la missione per il Vangelo di Cristo! Domandiamoci allora in quale misura è oggi percepita questa corresponsabilità, e se vi è la necessità di impegnarsi tutti in un «santo perfezionamento». Potremmo terminare la nostra riflessione anche in questo modo. Il «cristiano» è davvero consapevole che l’esistenza terrena è una sorta di grande pellegrinaggio verso la Casa del Padre, e ogni giorno scopre ed esperimenta l’Amore incondizionato che il Padre Eterno mantiene nei confronti di ogni creatura umana. Nel protrarsi dell’esistenza terrena tanti nostri fratelli esperimentano altresì stati dolorosi o di malattia. La questione tuttavia riguarda tutti, perché se per tanti è una fase pesante, sconcertante, o addirittura rovinosa, per tanti altri è una sosta obbligata di meditazione, di giudizio e di saggezza! Proprio l’infermità, lo strazio, l’angoscia o la pena divengono occasione per ritrovare (in profondità) se stessi. Con la consapevolezza che la nostra vita è nelle mani di Dio, incontrare Dio (fare conoscenza di Dio nella malattia) significa che è possibile avere fiducia nella guarigione. Il Vangelo di oggi presenta Gesù che guarisce (e così salva) la suocera di Pietro. Gesù si è sempre mostrato sensibilissimo verso la sofferenza umana. Egli, infatti, fa riacquistare la salute al corpo e, ciò nonostante, salva anche l’anima, non solamente degli amici, ma, tutti indistintamente. Se la sola fede in Gesù non elimina istantaneamente il dolore fisico, o la vecchiaia o la morte, tuttavia, con Cristo tutto guadagna un senso nuovo. Ricorrendo a Gesù Cristo con fede, con speranza, acquistiamo davvero la consapevolezza che soltanto Dio può guarire (ciascuno di noi) da tutti i nostri mali, siano essi del corpo, siano essi invisibili o spirituali. Pertanto, nessun uomo deve essere abbandonato (da noi «cristiani») al proprio oblio, e senza alcuna speranza!


