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Commento di Giovanni Medici

26 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 25 Settembre 2011

Ezechiele 18,25-28; Salmo 24 (25); Filippesi 2,1-11; Matteo 21,28-32

« … "Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Risposero: "Il primo". E Gesù disse loro: "In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli … ».

Sono sempre più simili a dei sepolcri imbiancati, quei capi dei sacerdoti e, quegli anziani destinatari del Vangelo di oggi. Essi, al contrario di pubblicani e prostitute, rimangono palesemente chiusi al messaggio di Giovanni Battista e, poi a quello di Gesù Cristo. Esternamente dichiarano «si» a Dio, nelle liturgie del tempio, nelle lunghe preghiere nelle piazze, ciò nonostante, internamente ripetono una serie di «no»; se formalmente, appaiono molto precisi, interiormente sono cadaveri che diffondono desolazione e morte. Questi esseri umani sono falsi costruttori che rifiutano la pietra angolare (cfr. Matto 21,42) e continuano a costruire un collettivo nazionale formale, al quale si accompagna l’individualismo di tante sette religiose con forti inclinazioni politiche. Il collettivo e l’individuale (dell’epoca di Gesù) urtano tra di loro senza comprendersi, uniti comunque nell’odio verso il dominatore romano. Gesù Cristo era, ed è, la pietra angolare di un popolo rinnovato dalla Grazia. Gesù è l’autore della vera unità. E’ chiaro allora che la vita concessa dalla Grazia di Dio nel cuore di ciascun (credente) è data solo in Cristo, che rimuove con il Sacramento del Battesimo l’impedimento del peccato originale. Torniamo allora alle sequenze della parabola di oggi. Le autorità civili e religiose (vale a dire gli «anziani» e i «sacerdoti») cercano ogni pretesto per denunciare e demolire l’autorevolezza e la credibilità di Gesù. Essi stessi, oggi, sono giudicati da questa parabola. E’ la parabola dei due figli, quella del figlio che risponde «non ne ho voglia» a suo padre e, poi obbedisce e si reca a lavorare nella vigna. Questi si comporta assai meglio di quello che risponde «si» a suo padre, tuttavia, non obbedisce, e non va a lavorare nella vigna. L’essere umano deve essere giudicato dalle sue azioni, non dalle sue intenzioni mutabili. Gli interlocutori di Gesù ne convengono, in un riconoscimento che si volge però contro di loro (vedi versetto trentuno). Secondo questo criterio, Egli afferma, dinanzi a loro, che i pubblicani e le prostitute «vi passano avanti nel regno di Dio», ed è lo stesso concetto (utilizzato in altra parabola) dei «segnaposto» collocati a tavola, secondo l’importanza dei commensali presenti ad un banchetto. Che i peccatori più disprezzati «precedano» i sacerdoti e gli anziani, questo significa, inesorabilmente, che i più «disdegnati» prenderanno il loro posto. Inoltre, i peccatori proprio grazie al loro pentimento, proprio loro (al posto di anziani e sacerdoti) rappresenteranno il nuovo popolo, che Dio sta preparando per il regno eterno. II versetto trentadue chiarisce questa decisione. Giovanni Battista si è presentato (letteralmente) «nella via della giustizia»: egli viveva come un giusto e insegnava che cosa fare per essere giusti, secondo quello che Dio attende dagli uomini. La fede cristiana non è prima di tutto un «pensare giusto», bensì, un «agire giusto». I peccatori (peggiori) lo hanno ben presto compreso la necessità di ravvedersi e, hanno cercato, in qualche modo, di «fare la volontà del Padre». Eppure, voi, i capi, dichiara Gesù, pur essendo testimoni di queste conversioni, non avete mosso un dito, e avete mancato alla prima opportunità, fino a lasciar sfumare tutte le occasioni successive. Con questa «contingenza», l’evangelista Matteo si è a questo punto pronunciato per una Chiesa aperta a pubblicani e prostitute, che la «conversione del cuore» di ciascuno ha (nel frattempo) raggiunto. Anche oggi ci sono giovani che apparentemente sono sereni e tranquilli, ciò nonostante, in realtà nascondono profondi tormenti e insoddisfazioni; accanto ad altri ragazzi che mostrano un atteggiamento assai ribelle, tuttavia, sono poi capaci di manifestare tenerezza e generosità sorprendenti. Esiste anche una disobbedienza esteriore assai diffusa che presenta un retroterra disfatto e indisciplinato che, tuttavia, in realtà possiede (nel profondo del cuore) una capacità valida, esemplare, di impegno. Nel primo figlio, Gesù intende raffigurare il segno di riconoscimento di quelli che prestano la massima importanza al formalismo esteriore, «incarnato» proprio nei sacerdoti e negli anziani del popolo, esseri alquanto ipocriti, ai quali è appunto indirizzata la parabola stessa! Nell’altro figlio, viceversa, si configura la qualità di molti giovani ribelli, dei peccatori, dei cosiddetti indisciplinati per la Legge e, nel giudizio comune. Comunque, questi sono capaci di gesti largamente generosi, pronti anche di inondare d’acqua un’intera area desertica se necessario. Il richiamo paterno di Gesù Cristo risuona per entrambi questi figli, anche se con accentuazioni differenti. Il richiamo di Cristo, ancora oggi, è una voce di conversione, d’impegno, soprattutto, per chi purtroppo si considera soddisfatto del proprio formalismo religioso; per chi, continuamente, si riempie la bocca di regola religiosa, tuttavia, in realtà rimane un individuo indifferente e, vuoto interiormente. Non c’è nemmeno da illudersi che la parabola sia rivolta agli increduli ai tempi di Gesù, essa ha come destinatario, chi, oggigiorno, non ha compiuto la conversione indispensabile per mettersi alla sequela di Gesù Cristo, ovverosia, la «conversione del cuore»! Con queste parole, sovente pensiamo che sia necessario seguire le consuetudini esterne della Chiesa, vale a dire, accettandone le partecipazioni abitudinarie ai riti religiosi, da consentire di pensare di «essere in pace con Dio», e di aver ottemperato a ogni obbligo del «buon cristiano».

E’ Gesù stesso che afferma (oggi) che pubblicani e prostitute andranno avanti a noi nel Regno di Dio se, continueremo a considerarci soddisfatti di questo rasserenante mutamento, che dunque è identico a quello del primo figlio. Non è per nulla l’istituzione religiosa a garantire l’identità dell’uomo di fede, bensì, la coerenza veritiera, reale, interiore, del proprio cuore alla volontà di Dio Padre. La via della giustizia, infatti, non è per niente garantita dall’esterno, a nessuno, qualora non vi sia una conversione, costante, del proprio cuore. La parabola di oggi demolisce subito una persuasione iniziale, ovverosia, quella di essere (noi) tra i «giusti» solamente perché «siamo in famiglia». Il disegno dell’evangelista Matteo è attuale ancora oggi, anche per la nostra comunità cristiana di appartenenza. L’evangelista, infatti, attraverso la storia di un confronto polemico tra Gesù e una parte dei giudei, voleva smascherare, o almeno mettere in guardia quella fattispecie di cristiani, che all’interno della comunità si accontentavano di una professione verbale della fede. Questa intenzione dell’evangelista è il punto centrale dell’attualizzazione: le nostre comunità cristiane seguiteranno a patire il problema della crescita, nella veridicità e nell’autenticità! Molti di noi (probabilmente) credono che sia sufficiente non fare del male; ciò nonostante non compiendo alcuna opera di bene, questi nostri fratelli, fanno già il male! Se non ci s’impegna, e con entusiasmo, altri opereranno per noi, e non come vorremmo noi. In una creazione perpetuamente in movimento non è lecito abbandonarsi e a «lasciarsi vivere». Tutti i membri della mia comunità, dunque, devono vivere pur consapevoli che vivere significa (anche) soffrire. La voce di Gesù Cristo è altresì un appello di conversione, e d’impegno, anche per i ribelli, perché, rinnegando il loro «vissuto», s’incamminino finalmente e totalmente sulla strada della vita nuova. Questi giovani così facendo, renderanno il loro «si» un segno di riconoscimento per gli altri, affinché, tutti vedano le loro opere buone e, diano gloria al Padre che è nei cieli. Ancora una volta Gesù, con amarezza, verificherà che è molto più facile che un peccatore (o un ribelle) si converta che, non un benpensante, sicuro di sé, altezzoso della sua giustizia, possa frantumare quell’involucro diabolico del suo autocompiacimento e della sua illusione. Il Vangelo di oggi risuona pertanto (e per tutta la Chiesa) come un pressante invito a infrangere quei «luoghi comuni», gli unici abilitati nel «giudicare» gli uomini. E’ bene allora che ciascuno di noi recuperi al più presto il senso cristiano di responsabilità, che significa ricercare la giustizia di Dio e, continui a interrogarsi per individuare i segni storici (del Creatore) attraverso i quali essa è proposta all’uomo. Era intervenuto anche Giovanni Battista, nella via della giustizia, tuttavia, non era stato creduto! In un passato non tanto remoto poi, diverse voci, tanti segni, sono rimasti sul cammino della Chiesa, ciò nonostante, la comunità li ha riconosciuti, solamente quando non rimaneva altro da fare che dedicare a qualcuno un monumento alla memoria. Se cresce, invece, una vivace responsabilità personale, allora, la ricerca della giustizia di Dio diverrà anche una «rispondenza» del cammino della stessa comunità, vale a dire che, chi è fedele a Dio è fedele anche ai fratelli e, ne promuove anche dinamiche più vere, attendibili, credibili, in una parola: veritiere!

25 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 18 Settembre 2011

Isaia 55,6-9; Salmo 144 (145); Filemone 1,20c-24.27a; Matteo 20,1-16

« … Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna". Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo". Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?". Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi" … ».

Nel Vangelo di oggi è presentata l’attività lavorativa della Palestina del primo secolo, all’epoca della vendemmia. Nella narrazione abbiamo i disoccupati, vale a dire gli oziosi sulla piazza del villaggio, sotto il sole d’estate. Questi soggetti continuano a sperare che qualcuno li possa ingaggiare. E’ necessario (per ciascuno di loro) sfamare la propria famiglia, come allora, così anche oggi. Vedremo che questi uomini saranno pagati a giornata, minimo un denaro, secondo la fantasia di un introverso datore di lavoro. Nella celebre parabola dei lavoratori a giornata, nella quale l’attenzione è concentrata sul comportamento del padrone di una vigna che non è per nulla un essere dispotico (il padrone, infatti, mantiene gli accordi pattuiti); anzi questo padrone dispensa i suoi beni in totale gratuità. Volendo insistere sopra un particolare, la parabola di oggi effettivamente riferisce un caso alquanto sconcertante, se osservata dal punto di vista della cosiddetta «giustizia sociale». È possibile che Dio sia raffigurato da un datore di lavoro che si comporta in modo così ingiusto? La parabola non ha quindi lo scopo di far riflettere sui rapporti di lavoro o, sui criteri di giustizia, bensì, sulla figura di Dio. Essa, suggerisce proprio questo: accanto alla «equità sociale» deve emergere (e distinguersi) la «giustizia del cuore». Se queste peculiarità, nei rapporti umani interpersonali, si conciliano a stento, così non avviene per il Padre Eterno. Come si comporta allora il Padre Eterno che è giustizia rigorosa, verso di noi, quando Egli deve retribuire il bene che abbiamo compiuto? Alcune persone (così come anche oggi) farebbero bene a rendersi conto che la figura del padrone non è quella di un «prestatore d’opera geloso» dei suoi diritti. Dio rispetta in pieno la giustizia, ciò nondimeno, segue anche un altro criterio, che va oltre la giustizia umana. Egli è il Padre buono che dona liberamente, gratuitamente, i suoi beni, perché ama anche «gli ultimi» e, non soltanto «i primi». Il Padre Eterno dona anche a chi non ha meriti, o diritti. L’Onnipotente «non è senza giustizia», bensì, Egli procede «oltre la giustizia», nel senso della bontà, o della generosità. Questa immagine di Dio è centrale, fondamentale, nella parabola e ne costituisce il messaggio principale. La prima parte della narrazione (versetti uno ? sette) allestisce il conflitto. La vigna, probabilmente, ha prodotto più del previsto, poiché il padrone «esce» (ogni tre ore) alla ricerca di nuovi operai braccianti. Al secondo gruppo il padrone promette «la giusta ricompensa» (versetto quattro) e, con questo intende una paga (giornaliera) ridotta di alcune ore. Un ultimo gruppo si pone al lavoro, circa un’ora prima della fine delle attività lavorative. Nella seconda parte (versetti otto ? quindici), all’ora dei conti, il conflitto non poteva che esplodere; gli ultimi operai venuti alla vigna intascano quanto i primi. I primo allora protestano per bocca di uno di loro, evidentemente, il più audace. Il padrone, a questo punto, replica che, versando loro la paga pattuita, non li danneggia per nulla, tuttavia, essendo «padrone unico» del proprio denaro, egli vuole concedere agli ultimi tanto quanto agli altri. Sembrerebbe dire il Signore, il problema semmai è quello della tua gelosia, il fatto che tu pensi di valere più di loro e, che non accetti la mia bontà gratuita nei loro confronti. In questo modo, la parabola riguarda la reazione di talune persone che è forse paragonabile a quella del «figlio maggiore» nella «parabola del figliol prodigo» (cfr. Luca 15,25-32). Il Padre Eterno ha deciso di manifestare la sua dolcezza verso i peccatori! Anche Gesù Cristo, inviato da Dio, s’interesserà così da vicino di queste persone; ciò nonostante, alcuni giusti credono di avere (comunque) maggiori pretese di attenzione divina, rispetto a chi vale quasi nulla! Questi sono poco preoccupati di servire il cielo, intuiscono invece che Dio intenda togliere loro qualcosa! L’evangelista Matteo è attratto dalle parole: «primi», «ultimi»; ebbene, sono tutti quelli che appaiono come gli «ultimi» che, al termine della vendemmia, il «giudizio finale» li proclamerà come «i primi», stavolta, agli occhi di Dio. In questo brano specifico, come abbiamo visto, si possono raccogliere numerose indicazioni che consentono di farsi un’idea della vita sociale e, più in generale, della condotta lavorativa di quell’epoca in terra palestinese. Vedi ad esempio l’autorità del padrone della vigna, la situazione degli stessi braccianti agricoli, il loro numero impiegato, la difficoltà di trovare un lavoro stabile, il salario giornaliero, la sostenibilità della fatica del lavoro stesso. Come in ogni parabola, è necessario però prestar attenzione a non voler trasferire subito, nella realtà corrente, tutti i singoli dettagli. La finalità originaria di questa parabola, infatti, non doveva essere quella di «descrivere minuziosamente l’arbitrarietà» di una simile retribuzione (attribuibile a Dio), piuttosto, quella di sollecitare Israele, al rifiuto di ogni sorta di gelosia disonesta e cattiva (rilevando, altresì, l’amore gratuito di Dio verso i pagani). Il raffronto, infatti, di diverse parabole (che presentano la situazione di Israele di fronte alla salvezza) suscita l’impressione che i cosiddetti pagani convertiti, vogliano sostituire Israele stesso.

Nel caso di oggi, viceversa, la salvezza si realizza, sia per gli uni, sia per gli altri. Come abbiamo anticipato, la retribuzione del Padre Eterno intende «procedere oltre a tutto ciò» che anche noi, oggi, possiamo pretendere! La «retribuzione di Dio» non può nemmeno essere quantificata dai nostri sforzi personali, perché, tutti gli esseri umani dinanzi alla generosità di Dio sono assolutamente tutti uguali. La parabola, tuttavia, e come abbiamo anticipato, non ha lo scopo di illuminare la coscienza sulla giustizia sociale. Il suo insegnamento profondo riguarda la nostra relazione con Dio. Quest’ultima non si fonda su un modello contrattuale precostituito; viceversa, totalmente disinteressata, questa nostra relazione con Dio, invita il credente di oggi ad affidarsi alla generosità di Dio stesso, che intende premiare gli uomini, ben oltre le loro attese umane. Si tratta quindi di un insegnamento profondo che intende raggiungere tutti i «credenti di lunga data» che intendono, talvolta, altezzosamente compararsi con i «nuovi fratelli» pervenuti alla fede cristiana. « … così gli ultimi saranno i primi … ». Quest’affermazione che potremmo ritrovare in altri brani della Sacra Scrittura (cfr. Matteo 19,30; Luca 13,30) pertanto non esprime l’idea fondamentale dell’uguaglianza della retribuzione per gli «ultimi arrivati» come per i «primi». Intende rimarcare preferibilmente un aspetto complementare. Non esprime quindi l’ordine secondo il quale è distribuito il salario (cfr. 20,8.10.12), bensì, la situazione finale degli uni e degli altri. I «primi» ingaggiati si ritrovano, per le loro maldicenze, allontanati dal padrone stesso, mentre, gli «ultimi» arrivati hanno soltanto da gioire! Decidiamoci allora ad aprire lo sguardo a Cristo e alla sua Santa Chiesa. Prima di noi, nel corso della vita della Madre Chiesa, molti uomini generosi hanno lavorato nella vigna del Signore. Per questo, noi oggi dobbiamo essere umili e, riconoscere tutta la preziosità che i nostri predecessori hanno lasciato. Le loro esperienze, sicuramente, potranno essere utili anche per noi. I numerosi testi scritti (vedi quelli ad esempio di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) possono essere fonte di luce per il nostro cammino terreno, e in questo modo la stessa storia della Chiesa sarà, certamente, «maestra di vita» per il lavoro di evangelizzazione di ciascuno. La gratuità delle nostre azioni è ciò che qualifica il dono; nel donarsi agli altri (gratuitamente) l’amore trova finalmente il proprio fine autentico, la propria motivazione, la propria ricompensa; si ama per amare e amando si vive e, si è gratificati dalla vita. Finché non si giunge all’identificazione tra amore e vita attraverso la gratuità, c’è sempre la tentazione del «contratto» da rivendicare. L’amore inizia solamente e proprio lì, dove non si attende più nessuna ricompensa in cambio; bensì, non perché si è rinunciato al compenso, ma, solamente perché questo desiderio di ricompensa è già pienamente appagato nel momento in cui si ama. Non siamo i «primi» ad aver posto mano all’aratro, tuttavia, non saremo nemmeno gli «ultimi». Altri verranno anche «dopo di noi» a continuare l’opera di evangelizzazione, infatti, è sempre più vasta quella vigna nella quale si apre l’azione missionaria della Chiesa. Il nostro compito sarà allora quello di consegnare umilmente, a chi subentrerà a ciascuno di noi, la «lampada accesa» del Vangelo di Cristo e, possibilmente, ancora più luminosa di prima!

24 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 11 Settembre 2011

Matteo 18,21-35

«Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: "Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?". E Gesù gli rispose: "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello" … ».

Il Padre Eterno perdona, guarisce, salva, e fortunatamente non ci tratta secondo i nostri peccati. Il Vangelo, attraverso l’immagine di un padrone che condona un debito insolvibile, rivela la vera natura di Dio Padre. Egli perdona a titolo di favore e interamente, il peccato degli uomini. Tutto questo può lasciar sorpreso qualcuno, o, forse ci siamo abituati a questa straordinaria realtà? La Parola di Dio propone (anche a noi) un comportamento simile a quello dell’Onnipotente, vale a dire, il perdono illimitato e, senza condizioni dell’uomo, all’altro uomo. Il messaggio della parabola è praticabile? L’evangelista non è preoccupato di questo. La parabola rivela ciò che l’Altissimo fa per l’essere umano. Pone ciascuno di noi, al cospetto di Dio e al suo modo di amare. La dinamica del perdono, ai fratelli, inizia solamente quando si è incontrato davvero il Padre Eterno. Questa speciale esperienza spinge una persona ad assumere uno «stile di perdono». A questo punto tutto è possibile! La celebrazione eucaristica richiama alla mente la grande legge della carità. Sappiamo che l’offerta di chi non si è prima riconciliato con il fratello non è gradita a Dio. Simon Pietro, in quest’occasione, svolge per intero la sua funzione, in altre parole, quella di trasmettere alla comunità l’insegnamento offerto da Gesù stesso, in risposta alla sua domanda chiara. E’ l’Amore autentico che ha portato Gesù Cristo al dono di sé, fino al sacrificio supremo della croce e, anche tra i suoi discepoli non esiste un’unità autentica senza quest’amore reciproco, incondizionato, che esige tuttavia la massima disponibilità al servizio senza alcun risparmio di energie. Tutto questo esige altresì una prontezza ad accogliere l’altro, così com’è, senza per questo giudicarlo (cfr. Matteo 7, 1-2) e, la capacità di perdonare anche «settanta volte sette». Per i «cristiani» resi «un cuore solo e un'anima sola» (cfr. Atti degli Apostoli 4,32) da quest’amore riversato nei cuori dallo Spirito Santo (cfr. Romani 5,5), dovrebbe divenire un’esigenza interiore, quella di sottoporre tutto in comune, dai beni materiali, alle esperienze spirituali, dai talenti alle ispirazioni, così come gli «ideali apostolici», e il servizio caritativo. Nella vita comunitaria dei cristiani, solitamente, l’energia dello Spirito, riversata in uno di loro, circola contemporaneamente a tutti. A questo punto non solo si fruisce del proprio dono, bensì, si moltiplica nel farne parte ad altri e si ha frutto del dono altrui come del proprio e, della vita di comunità. In seguito, deve farsi in qualche modo percepibile (anche all’esterno) che la comunione fraterna dei cristiani, prima di essere strumento per una determinata missione, è addirittura «spazio teologale», nel quale, si può sperimentare la presenza mistica del Signore risorto (cfr. Matteo 18,20). Questo avviene grazie all'amore reciproco di quanti compongono una comunità, un amore alimentato dalla Parola di Dio, e dall'Eucaristia, purificato nel Sacramento della Riconciliazione, sostenuto dall’invocazione dell'unità, dono (tipico) dello Spirito Santo per quelli che si pongono in obbediente ascolto del Vangelo di Cristo. Procedendo, è ormai assodato che i fratelli devono praticare altresì un perdono reciproco delle loro offese. Ciò nonostante, quante volte essi devono perdonare? Fino a «sette volte» è, questo, il numero perfetto? «Fino a settanta volte sette», risponde Gesù, e allora cosa significa? L’espressione allude a un episodio brutale citato dalla Sacra Scrittura a proposito di Lamech (un discendente di Caino). «Caino sarà vendicato sette volte, ma Lamech settanta sette» (cfr. Genesi 4,24). Alla reazione a catena della prepotenza, del maltrattamento o, della ritorsione, Gesù contrappone una squisita fraternità, disposta altresì a un perdono e, senza limiti. Come la parabola della pecorella, terminava la prima parte del discorso, allo stesso modo, quella del debitore spietato, completa infine la risposta data a Pietro. Questa parabola (vedi i versetti 23-35) si trova solamente nel Vangelo di Matteo. Nel mondo antico, non soltanto si sequestravano i beni del debitore insolvente, bensì, se fosse stato necessario, si poteva vendere il debitore stesso (e la sua famiglia), per recuperare la somma dovuta al creditore. Nel presente caso, quest'ultimo è un re, segno di un regolamento di conti assai particolare, poiché Gesù pensa al giudizio di Dio. A questo punto irrompe sulla scena, una situazione alquanto irreale, raffigurata dall’enorme sproporzione delle somme esibite. Al primo atto, il debitore deve «diecimila talenti» e, per un operaio di quell’epoca, gli sarebbe servito, perlomeno, un centinaio di secoli per accumulare una somma simile. La promessa di «soddisfare in tutto» (versetto ventisei), pertanto, è da considerarsi stravagante per la sua assurdità, nondimeno, il sovrano «mosso a pietà» (enormemente), cancella questo debito spropositato.

Nel secondo atto, il fortunato beneficiario di questo condono incontra un collega, funzionario del re come lui, al quale ricorda un vecchio debito, l'equivalente di circa tre mesi di salario di un operaio. In questo caso, non è elargita alcuna pietà. E’ da rinchiudere in prigione, finché la famiglia del debitore non riesce a raccogliere la somma dovuta. Infine, nel terzo atto, la crudeltà del gesto viene alla conoscenza del sovrano che, tornando sulla propria clemenza, consegna il cortigiano alla tortura, che all’epoca costituiva un argomento efficace. Se qualcuno, infatti, aveva un poco di commiserazione per questo sciagurato, non gli restava che raccogliere quanto prima lo ammontare del suo debito, prima che l’aguzzino tormentasse troppo la sua vittima. Trattandosi di diecimila talenti, la corsa contro il tempo è perduta in partenza. Il significato della parabola è pressoché riassunto dalle parole stesse del sovrano. Il debitore doveva condonare il debito del suo collega, immensamente minore del suo, perché egli stesso aveva beneficiato di una grazia alquanto inaspettata e provvidenziale. Da un altro punto di vista, il sovrano si sente giustamente ferito nel suo onore, poiché quell’individuo spietato ha dimostrato col suo atteggiamento violento, disumano, la sua assoluta incapacità di comprendere la grazia che gli era stata concessa. La lezione che Gesù Cristo trae dalla parabola non ha più nulla a che vedere col numero di volte che bisogna perdonare; essa richiama piuttosto la preghiera del Padre nostro e il suo commento (cfr. Matteo 6,12.14-15). Chi ha udito il vangelo, e si è legato a Gesù Cristo, è come un debitore insolvente che deve la propria vita alla sola grazia di Dio. Se non perdona «a suo fratello», senza calcoli, «dal fondo del cuore», egli si mostra indegno del Padre Eterno che, un giorno, non prenderà per nulla in considerazione i suoi gesti di perdono, bensì, giudicherà la sua intelligenza pratica e, i suoi sforzi in questo senso. In questo modo si chiude anche il «discorso sulla Chiesa». E’ assodato che quest’ultima è terrena, limitata; tuttavia, anche i provvedimenti disciplinari pratici, ai quali arriva una comunità cristiana, devono nutrirsi della preghiera, di un'attenzione adeguata all’esempio di Gesù Cristo, e di una disposizione del cuore che spera sempre che l’atto di perdono potrà realizzarsi. Per terminare possiamo asserire, senza alcuna difficoltà, che la Chiesa tutta, oggigiorno, conta molto sulla testimonianza delle comunità di cristiani, ricche «di gioia e di Spirito Santo» (vedi Atti degli Apostoli 13,52). E’ la Chiesa stessa che desidera additare, al mondo intero, l’esempio di comunità autentiche, nelle quali l’«attenzione reciproca» aiuta ciascuno, a superare la solitudine e, la «partecipazione» spinge tutti a sentirsi corresponsabili, il perdono rimargina le ferite, rafforzando in ciascuno il proposito della comunione fraterna. In una comunità così, la natura del carisma «dirige le energie», sostiene la fedeltà di ciascuno, orienta l’«azione apostolica» di tutti i membri (e più siamo, meglio è) verso l’unica missione! Per presentare all’umanità di oggi il suo vero volto, la Madre Chiesa ha un bisogno urgente di comunità fraterne vive, le quali con la loro stessa esistenza, costituiscano un contributo alla nuova evangelizzazione.

23 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 4 Settembre 2011

Matteo 18,15-20

«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro" … ».

18,15-18: correzione fraterna (cfr. Luca 17,3)

18,17: la comunità cristiana deve prendere le distanze dal peccato, perché questo la colpisce profondamente, ciò nonostante, non abbandona il peccatore. La comunità, invece, continuerà a considerare il peccatore con l’attenzione con la quale Gesù Cristo guardava pubblicani e «lontani».

18,18: cfr. Matteo 16,18-19: ciò che era stato detto a Pietro si applica ora al gruppo dei discepoli.

18,19-20: preghiera comunitaria

Chi, come noi cristiani, pone la vita a servizio di Dio, per proclamare la sua parola, guidare il suo popolo, estendere i confini del suo regno, intuisce che il Padre Eterno opera, ancora oggi, meraviglie! Le parole e le azioni sono vivificate allora dallo spirito, mentre la nostra supplica (di servi del Vangelo) sale a Dio Padre, con quella di Gesù. Il «cristiano» è il servo fedele che riceve in dono la risurrezione. Che cosa fare però quando uno ha peccato? Che cosa fare allora quando un uomo ha turbato la fede degli altri, è stato per gli altri, occasione di peccato, o li ha disprezzati? Come vivere il volere del Padre Eterno che non vuole che nemmeno uno si perda? Un principio che deve sempre guidare l’agire cristiano è quello che il male non deve essere né divulgato, né amplificato! Altro che gossip, come si usa dire oggigiorno! Soltanto il «bene» merita di essere fatto conoscere! Il «cristiano» cerca sempre il bene del peccatore agendo, tuttavia, con discrezione. Cercherà, da solo a solo, di convincere (al pentimento) il fratello (peccatore). Se non riuscirà, si farà aiutare da una o due persone, facendo in modo che ogni cosa rimanga tra di loro. Se anche questo non renderà alcun risultato rilevante, allora e soltanto allora si notificherà il caso all’assemblea comunitaria, la quale ha l’autorità di vagliare (e di vedere) se deve proibire (legare) o continuare a permettere a un fratello l’appartenenza alla comunità (sciogliere). A questo punto, si prospetta anche il caso che il peccatore non ascolti nemmeno la comunità. E’ chiaro tuttavia che nessuna condanna (o esclusione) dalla comunità è definitiva. Gli ultimi due versetti (19-20) indicano che tutto deve svolgersi alla presenza del Signore, al quale si chiede aiuto nella preghiera. Chi riflette su questi insegnamenti cristiani, non faticherà a capire ben presto che i sentimenti sono dominati dalla bontà e, dall’Amore, e riuscirà (con facilità) a confrontare con questi la propria vita. È, quindi, necessario aderire sempre di più a Cristo, centro della vita terrena quotidiana, e riprendere con vigore un cammino di conversione e di rinnovamento che, come nell’esperienza degli Apostoli, prima e dopo la sua risurrezione, è stato un «ripartire da Cristo». E’ indispensabile «ripartire da Cristo», perché proprio da Lui sono partiti i primi discepoli in Galilea; da Lui, lungo la storia della Chiesa, sono partiti uomini, donne, di ogni condizione sociale e cultura che, consacrati dallo Spirito in forza della chiamata, per Gesù Cristo hanno lasciato famiglia, terra d’origine, amici, e l’hanno seguito pienamente, rendendosi disponibili per l’annuncio del Regno di Dio e, per fare del bene a tutti (cfr. Atti degli Apostoli 10,38). La consapevolezza della propria povertà, fragilità e, insieme, della grandezza della chiamata, ha portato l’uomo a ripetere come Simon Pietro: «Allontanati da me, Signore, perché sono un peccatore» - (cfr. Luca 5,8). Malgrado ciò il dono di Dio è stato più forte dell’inadeguatezza umana. È Cristo stesso, infatti, che si è reso presente nelle «comunità» di quanti (lungo i secoli della storia sacra) si sono riuniti nel suo nome, le ha informate di sé e del suo Spirito. È Cristo stesso che ha orientato queste comunità verso il Padre Eterno, le ha guidate, lungo le strade del mondo, all’incontro ai fratelli. È Cristo stesso che ha reso queste comunità attrezzi del suo Amore, edificatrici del Regno, in comunione con tutte le altre vocazioni nella Madre Chiesa. Il cammino della nostra vita terrena, se consacrata davvero a Cristo, allora sarà guidato (senza troppe difficoltà) dalla contemplazione di Cristo, con lo sguardo «più che mai fisso sul volto del Signore». Dove, dunque, contemplare realmente il volto di Cristo? Vi è una «molteplicità di presenze» che occorre (ancora oggi) scoprire in maniera sempre nuova. Egli è realmente presente nella sua Parola, nel Tabernacolo della nostra chiesa (purtroppo, troppe volte dimenticato), nei Sacramenti e in modo specialissimo nell’Eucaristia. Vive nella sua Chiesa, si rende presente nella comunità di quelli (uomini e donne) che sono uniti nel suo nome. È di fronte a noi, in ogni persona, qui oggi anche sotto i portici della nostra città o del nostro paese, identificandosi in modo particolare con chi (realmente) è più bisognoso. Viene incontro in ogni avvenimento lieto o triste, nella prova e nella gioia, nel dolore e nella malattia. La «santità del cristiano» è il frutto dell’incontro dell’uomo con Gesù Cristo (nelle molte presenze), dove possiamo scoprire il suo volto di Figlio di Dio, un viso sicuramente sofferente e, nello stesso tempo, il volto del Risorto. Come Gesù Cristo si rese presente nel quotidiano della vita, così ancora oggi è presente nell’esistenza terrena quotidiana, dove egli continua a mostrare il suo volto. Occorre tuttavia possedere uno «sguardo di fede» per riconoscerlo, «fornito» dalla consuetudine con la Parola di Dio, dalla vita sacramentale, dalla preghiera e, soprattutto, dall’esercizio della carità, perché soltanto l’Amore autentico consente di conoscere appieno il Mistero di Cristo.

In conclusione, il messaggio principale di questa domenica si può riassumere in poche parole: «l’amore prima di tutto». Nel comandamento dell’amore del prossimo si concentrano tutti i doveri, tutti i principi morali del «comportamento cristiano». Nell’Amore, dono interiore dello Spirito, giunge a compimento la Legge di Dio! La «Notizia» consiste proprio nel sopraggiungere dell’Amore, che il Vangelo di oggi riprende e sviluppa «nell’ottica specifica della correzione fraterna». Essa, infatti, è un atto di carità, perché ha lo scopo di togliere il male che c’è nel fratello e, ancor di più, quella di accompagnarlo a trovare il vero bene. In ultima analisi, la «correzione fraterna» si rivolge proprio a tutti, tuttavia, deve essere messa in pratica (da noi cristiani) con delicatezza. Per «guadagnare il fratello» non si devono bruciare le tappe; è necessario, infatti, e in primo luogo, il contatto personale, amichevole, utile per far comprendere (al nostro amico) la presa di coscienza del proprio comportamento. La «lezione» che Gesù estrae dalla parabola non ha più nulla a che vedere col numero di volte che è necessario perdonare. Essa richiama piuttosto la preghiera del Padre nostro e il suo commento (cfr. Matteo 6,12.14-15). Quell’uomo che, ha ascoltato il Vangelo e, ha deciso di legarsi a Gesù, è paragonabile a un debitore insolvente che deve la propria vita alla sola Grazia di Dio! Se non perdona «a suo fratello», senza calcoli, «dal fondo del cuore», egli si mostra alquanto spregevole e, quindi non meritevole del Padre celeste che, un giorno, non prenderà per nulla in considerazione i suoi gesti di perdono, bensì, giudicherà la sua intelligenza pratica (e i suoi sforzi) in questo senso. In questo modo, termina anche il «discorso sulla Chiesa». E’ altresì evidente che quest’ultima è terrena, limitata, tuttavia, anche i provvedimenti disciplinari (nei confronti di qualcuno), ai quali sopraggiunge una comunità «cristiana», devono necessariamente nutrirsi della preghiera comunitaria. A quest’ultima si dovrà aggiungere un’attenzione adeguata all’esempio di Gesù Cristo e, di una «disposizione del cuore» che spera e, desidera ardentemente che l’atto di perdono sia in grado di realizzarsi. Pertanto, per il «cristiano» rimane fondamentale (e permanente) il dovere di richiamare chi si allontana dal Signore, perché questi non si perda! Se noi abbiamo optato di offrire la nostra stessa vita terrena a Dio Padre, e di ricorrere spesso al Sacramento della Riconciliazione per tenere sempre fluida quest’arteria che ci collega al Signore, dovrebbero quindi emergere due capo-saldi. Per primo occorre sicuramente dimostrare al Padre l’impegno a conservare la propria fede, e l’unità nella nostra comunità di appartenenza. Da questa deriva, quindi, l’attenzione a non emarginare chi, per debolezza o peggio ancora, per una degenerata risolutezza «viene meno alla vita cristiana», quindi, a riportare (questo nostro fratello) al fervore iniziale. La Madre Chiesa vive sempre, del rapporto con Dio e, con i fratelli. Non ci si deve dimenticare che tutti i «cristiani» sono chiamati alla santità, che consiste nella perfezione della carità!