
31° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO "A" - 30 Ottobre 2011
Malachia 1,14b-2,2b.8-10; Salmo 130 (131); 1° Tessalonicesi 2,7b-9.13; Matteo 23,1-12« … Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: "Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati "rabbì" dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato … ».
23,1-36: Gesù contro scribi e farisei (cfr. Marco 12,38-40; Luca 11,37-54; 20,45-47).
23,2: Gli scribi e i farisei pretendono di essere i soli depositari della legge di Dio.
23,5: I filattèri erano una sorta di astucci contenenti i testi della Legge.
23,8-9: Il titolo di «rabbi», vale a dire «maestro» e, quello di padre erano riservati ai cosiddetti «dottori della Legge».
Nel Vangelo, Gesù richiama l’attenzione sul fatto che la cattedra di Mosè, luogo d’insegnamento del volere di Dio, è occupata da scribi e farisei, preoccupati della propria immagine pubblica. Allargano i loro filatteri e allungano le frange, segni di venerazione della Parola di Dio, ciò nonostante, questi esseri umani cercano, soltanto, posti di prestigio, e prediligono, attirare su di sé, complimenti umani. Gesù Cristo, invece, esorta a compiere una scelta precisa che, per noi può essere perfino dolorosa, tuttavia, è decisiva. Se l’uomo si esalta, l’Altissimo mortifica l’arroganza, deprime la superbia. Se l’essere umano si umilia, il Padre Eterno, viceversa, lo risolleva fino alla propria gloria. Il discepolo di Gesù allora è quell’uomo che cerca l’«ultimo posto». Chi si innalza sugli altri sarà, inesorabilmente, abbassato. Il Padre Eterno, infatti, innalzerà chi si abbassa. Il discepolo non si fa pertanto chiamare «maestro» e nemmeno «padre»; riconoscendo in questo modo che il «Padre» è soltanto uno: Dio. Il «Maestro» è solamente uno: Gesù. Se l’evangelista Matteo insiste molto sulla presa di posizione di Gesù stesso contro il comportamento dei farisei, si deve al fatto che nella chiesa dell’epoca, verosimilmente, prevalevano atteggiamenti ambiziosi, orgogliosi, da parte degli stessi responsabili, divenuti nel frattempo imitatori più dei maestri giudaici, piuttosto che del Signore Gesù. Questa sorta di tentazione è verosimile alle nostre? Per questa motivazione è necessario pregare molto per i nostri pastori (sacerdoti), affinché sostenuti dalla nostra preghiera (personale e comunitaria) possano compiere, integralmente, la loro missione. Seguire la strada indicata dal Vangelo di oggi, è la grande impresa cui ci chiama il Signore. Oggi è presentato lo stile di vita del discepolo autentico di Cristo. Solamente quest’ultimo dimostra, infatti, di aver compreso bene lo specifico della pedagogia evangelica e di voler essere, nel mondo, segno dell’efficacia duratura di tale metodo cristiano pedagogico. Il criterio indicato da Gesù si basa sopra a precise caratteristiche che non sono il frutto d’ipocrisia, bensì, dell’amore per la verità; non è vanagloria, bensì, è vera e propria umiltà; non è voler essere persone smaglianti ma, esemplari; non è vantare supremazie, bensì è farsi compagni di viaggio di tutti; non è avanzare megalomanie, ma, presentarsi con autentico spirito di servizio. In ultima analisi, oggi siamo tutti invitati a mettere da parte ogni presunzione e a non badare all’apparenza. Quanto piuttosto all’umiltà, sforziamoci di conservarla sempre integra, perché è la sola che può, davvero, dare Gloria a Dio, favorire la fiducia filiale all’unico Padre celeste e in Cristo Gesù, unico Maestro. Oggigiorno, un cristiano irreprensibile, attento, docile, alla voce dello Spirito Santo, dovrebbe, meditare le parole di questo brano evangelico: « … non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo … ». Ebbene, se un uomo oggi si professa ancora «cristiano», allora, s’impegni davvero (nella sua missione in terra modenese) a tradurlo in realtà. Il «cristiano» è quella persona che più di ogni altro s’impegna e si sforza di imitare l’Unico suo Maestro (ovverosia Gesù Cristo) senza alcuna riserva. In questo modo, farà dell’Amore a Dio e, ai fratelli, l’obiettivo supremo, perché è proprio attraverso la propria umile persona, che Gesù si serve e opera tra di noi ancor’oggi. Il «cristiano» si ritroverà, quindi, nella consapevolezza di rivolgere il proprio sguardo a Dio Padre con la fiducia e, la semplicità di un bambino. « … Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo … », Gesù raccomanda quindi di essere servi gli uni per gli altri, allora, il «cristiano» di oggi, dovrà necessariamente cercare l’autentica grandezza nell’essere servo del popolo e delle anime, ad imitazione di chi, come sostiene San Paolo ai Filippesi: « … egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» - (2,6-7).
A questo punto, ricordando le parole stesse di Gesù: « … In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me … » - (cfr. Matteo 25,40), il «cristiano» di oggi, sarà felice di poter servire ogni fratello e, in lui emergeranno, sempre più chiaramente, le sembianze di Gesù! In questo stesso modo, il «cristiano» di oggi, eserciterà dinnanzi agli uomini, ai quali oggi è inviato, come lo stesso Gesù fece allora, seppur in un periodo assai difficile, poco incline al perdono, quella medesima carità che è il «vincolo della perfezione», con «sentimenti di misericordia, bontà, mansuetudine, pazienza» - (cfr. Colossesi 3,12.14). L’invito che il «cristiano» di oggi sarà capace di diffondere tramite il suo esempio luminoso, richiamerà l’attenzione di numerosissimi uomini e donne, di questo nuovo millennio, ad accogliere l’esortazione dell’Apostolo delle Genti (San Paolo): « … La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre … » - (Colossessi 3,16-17), ponendo ogni cura affinché l’amore autentico di Cristo sia davvero il cuore, il motore propulsore, di ogni azione personale e comunitaria. Volendo terminare possiamo affermare che ogni pagina del Vangelo di Matteo è scritta per la Chiesa di oggi e, gli stessi scribi e farisei siamo proprio noi; infatti, noi oggi siamo invitati a riconoscerci in loro. Il dilemma presentato da questo brano è sempre lo stesso. Al centro di tutto, oggigiorno, collochiamo Dio o, il nostro ego? Prevale sempre, e su tutto, la nostra individualità? Se Gesù disapprova il comportamento di scribi e farisei, la ragione ultima consiste nel fatto che, questi individui «fanno proprio di tutto» per essere elogiati, esaltati, osannati, dal popolo stesso. Queste persone realizzano tutte le loro «opere terrene», solamente, per essere applaudite dalle platee. Si preoccupano di recitare la parte dell’uomo pio (e devoto) più che di vivere un rapporto autentico e sincero con il Padre Eterno. La loro falsità è addolcita da un’abbondante dose di orgoglio e superbia. In un’epoca antica (come quella ai tempi di Gesù) nella quale la religione, verosimilmente, era mantenuta in attenta valutazione e reputazione, questa categoria di «persone religiose» acquistava, con notevole abilità, la massima considerazione. Questi individui occupavano, per una sorta di convenzione comune, il «posto d’onore» dovuto all’Onnipotente. Scribi e farisei con la loro pietà ostentata (e menzognera), infatti, ottenevano un posto di riguardo, sia nelle sinagoghe, sia nei luoghi comuni di ritrovo e, quando apparivano in pubblico, riscuotevano sempre riverenze. I discepoli di Gesù, viceversa, sono esortati (oggi più che mai) a fuggire nuovamente da questi comportamenti segnalati nei farisei e negli scribi. I titoli onorifici e le rivendicazioni di potere, pertanto, rimangono da sempre … fuori luogo! I «cristiani» sono tutti fratelli, figli dello stesso Padre e sono guidati dallo stesso Cristo presente in loro. Nella comunità cristiana, oggi come allora, i più grandi sono gli «ultimi» e, l’unico primato che necessita è quello del servizio. Nella nostra comunità non devono nemmeno sussistere gli appellativi (personali), che indicano classificazione, raffinatezza, i quali, viceversa, collocano in evidenza un preteso diritto di controllo e di dominio di alcuni sugli altri. Avviene sovente poi che il Nostro Signore, al quale diamo del «tu», è predicato da signori, ai quali diamo del «lei». L’evangelista sottopone pertanto a confronto due immagini di Chiesa. La prima immagine è appariscente e vuota, dominata da capi avidi di onore e di potere; mentre l’altra è «cristiana», costituita da amici e da fratelli. Quest’ultima non è anarchica, perché è guidata direttamente dal Padre Eterno, di cui tutti (anche noi) siamo coerentemente figli. Coloro che esercitano funzioni o incarichi (nella società civile) sono chiamati a testimoniare con le opere, più che con le parole, la presenza invisibile del Padre, non a sostituirla, perché l’Altissimo non è mai assente dalla realtà. La Chiesa di Cristo è quindi una «comunità di uguali», una fraternità che ha, come criterio di discernimento, proprio il «servizio». Se in essa sussiste diversità di mansioni (e di responsabilità), gli stessi ruoli devono essere svolti, però, come servizio. Questo stile ha come modello Gesù stesso, il quale è venuto per servire! La razionalità dei rapporti, che deve ordinare la comunità cristiana, è quella dell’umiltà. La condizione ultima stabilita da Gesù, «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» rimane il comportamento del tutto divergente a quello dell’esaltazione di scribi e farisei. «Vivere da cristiani» oggi effettivamente non è facile, perché tanti sono gli inganni e le tentazioni nelle quali possiamo cadere. Agire con intelligenza, per intuire i valori cristiani autentici potrebbe non bastare. E’ necessario coltivare sempre il desiderio di confrontarci con Gesù Cristo, ispirarci sempre ai valori che Egli stesso ha vissuto! Solamente vivendo come Cristo, faremo pervenire, con gioia, frutti di autentica umanità.30 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO "A" - 23 Ottobre 2011
Esodo 22, 20-26; Salmo 17 (18); 1° Tessalonicesi 1,5c-10; Matteo 22,34-40
« … Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?". Gli rispose: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti" … ».
Nel brano evangelico di oggi Gesù intende unire l’amore a Dio all’amore nei confronti del prossimo! Il Signore, infatti, afferma che il secondo comandamento è simile al primo. Per altro, tutta la Sacra Scrittura, come anche «la legge e i profeti», si basano proprio sopra a questi due precisi comandamenti. Gesù, pertanto, insegna che non è possibile confidare nel Padre e amare il Padre Eterno, senza rinnovare la propria esistenza terrena nello spirito e nella carità ai fratelli. Allora un dottore della legge interrogò il Signore per «sottometterlo alla prova». L’enigma che i farisei sottopongono a Gesù, negli ultimi giorni della sua vita terrena, era molto disquisito. Desideravano apprendere proprio da Gesù quale, tra i numerosissimi comandamenti di Dio, descritti nell’Antico Testamento, fosse il più importante. In queste parole che illuminano l’intero scenario, nel quale si colloca l’episodio evangelico, deve essere compresa la risposta del Signore: l’«amore per Dio», l’«amore per il prossimo», concepiscono la chiave di volta di «tutta la Legge e i Profeti». Per molti «maestri della legge» tutti i comandamenti, evidentemente, dovevano godere della medesima importanza. Gesù, viceversa, intende superare il formalismo stesso della legge (e lo intende farlo esplicitamente). Gesù allora colloca i due «amori» in posizione di parità perfetta, infatti, chi osserva l’«amore totale» per il Signore deve verificarlo poi nella capacità di amare il prossimo! Chi «ama il prossimo» deve dimostrare di aver scoperto il volto del Padre Eterno, nei lineamenti del fratello. Il primo comandamento è la fonte e la destinazione dell’amore! Il secondo comandamento, quindi, è il campo di verifica quotidiana. La profondità verticale (amore per Dio), l’estensione orizzontale (amore per il fratello), sono assolutamente inseparabili e si rinvigoriscono a vicenda. Questi due comandamenti, congiuntamente, compongono l’«essere vivente cristiano». Ogni contrasto conflittuale, purtroppo ancora oggi molto diffuso, tra preghiera e azione evangelica missionaria (come anche la contrapposizione tra vita contemplativa e l’esistenza quotidiana attiva) è deleterio. La domanda, che riguarda il «grande precetto nella legge» (vedi il versetto 36), riflette una preoccupazione piuttosto frequente presso i maestri (giudei) dell’epoca, ai quali si chiedeva un «criterio incontaminato» che potesse orientare l’intera vita religiosa. Gesù, come risposta, nomina il precetto dell’amore di Dio (nei versetti 37-38) che impegna la profondità della persona (il cuore), le sue energie (l’anima) e i suoi pensieri (la mente). Questo precetto «Ascolta, Israele!» (cfr. Deuteronomio 6,4-5) il giudeo Io recita sia al mattino, sia alla sera, nella preghiera. Segue subito il «precetto» dell’«amore del prossimo» (v. 39) che Gesù considera come analogo, omogeneo e inseparabile dal primo. L’amore di Dio, quindi, è senza limiti («con tutto il tuo cuore»). L’amore del prossimo si commisura all’amore stesso che si porta a se stessi, infatti, posso amare soltanto «se mi voglio bene». Posso accogliere l’altro, soltanto, «se mi sono accettato». Potrei addirittura considerarmi poco amabile, tuttavia, Cristo oggi dice a me che il Padre Eterno mi ama, con i miei limiti, con le mie storie evanescenti. Col secondo precetto ritorna, dunque, quella sorta di regola d’oro espressa in Matteo 7,12 («Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa, infatti, è la Legge e i Profeti») e, la stessa assicurazione (citata nel versetto quaranta: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti») che questo (duplice precetto) domina tutta la Storia Sacra (la legge e i profeti), non per abolirla, bensì, per comprenderla ineccepibilmente. Nella Sacra Scrittura l’«amore» non ha nulla a che vedere con un sentimento correlato alle variazioni mutevoli dell’affetto umano. Si tratta, quindi, della decisione di legarsi a qualcuno al quale si concedono dei diritti sopra di sé, e degli atti concreti che alimentano questa decisione. Nell’affermazione dei due più grandi comandamenti, quello dell’Amore verso Dio e quello dell’amore verso il prossimo, Gesù stesso rivela pienamente la natura trinitaria di Dio. Dio si è fatto uomo, abbassandosi alla condizione dell’uomo, fino alla morte in croce, e oggigiorno è presente nello Spirito. Chi ama Dio, ama l’uomo! Per il fedele cristiano non può sussistere la sola dimensione verticale della fede (preghiera, sacrificio). Il «cristiano» è chiamato all’amore per i fratelli ed è sollecitato alla disponibilità concreta per i fratelli (soprattutto per i più bisognosi). L’amore per il prossimo è dunque la «via» nella quale si riavvicina prontamente il Padre Eterno. E’ nella stessa unione con Dio che l’uomo diviene di nuovo «forte» nella carità. Il cristianesimo si condensa tutto qui: amore verso Dio, amore verso il prossimo. In questo stesso punto confluisce il Vangelo. Se amiamo Dio, nostro Padre, se amiamo gli altri (fratelli e sorelle), siamo «cristiani»! Come le prime comunità cristiane, erano chiamate (da queste parole di Gesù) a verificare la loro fede, questo deve valere (oggigiorno) anche per la nostra comunità di appartenenza. Con schietto realismo ciascuno potrà costatare che il comportamento di numerose persone, che ci vivono accanto, non è per nulla animato dall’amore, bensì, è suffragato dal rifiuto di Dio e del prossimo. Quest’atteggiamento, per altro negli ultimi tempi, è manifestato sia nell’indifferenza verso Dio, ma soprattutto nell’aggressività verso gli altri.
Ebbene, la freddezza, l’indifferenza, l’ostilità, o anche semplicemente la non curanza, sono tutte espressioni del «non interesse» nei confronti del Padre Eterno, come anche la mancanza di cura per la propria «vita spirituale» o, la chiusura di fronte alla voce del bisognoso. Un’aggressività così diffusa come quella di oggi svela che noi uomini trattiamo gli altri come se fossero «cose» a nostra completa disposizione. Gli altri esseri umani divengono, in questo modo assurdo di pensare, cose a nostra disposizione da prendere o gettare, secondo la circostanza. Tutto questo è il rifiuto di rispondere a chi chiede «amore gratuito», come i bambini, come gli anziani, come qualunque essere bisognoso, è altresì l’incapacità di riconoscere il valore autentico della persona. Anche chi «si rende» prigioniero (o schiavo), in qualunque forma moderna, profana il suo rapporto con Dio. Oggigiorno si assiste sovente a veri e propri paradossi. Il nome di Dio non può essere utilizzato come una sorta di grido di battaglia, con lo scopo di sottomettere altri uomini, ai nostri miseri interessi. Per tutti gli uomini (cristiani e non) adorare l’unico e vero Dio è garanzia di autentica e universale libertà umana! Soprattutto per noi «cristiani», amare Dio, con tutto il cuore, esige che ciascuno «contagi d’amore vero» ciascuna delle «sue» creature! Chi è assiduo nella preghiera, come nell’esperienza quotidiana della lettura e della meditazione della Parola di Dio, non potrà mai essere indifferente alla sollecitudine di un cambiamento radicale di vita, che quella stessa Parola di Dio esige da ciascuno. Se alla mensa della Parola di Dio (e della stessa Eucaristia) incontriamo Gesù Cristo, e conosciamo il suo amore, ebbene, non si può rimanere indifferenti o anche semplicemente uguali a prima. Amare Dio «sopra ogni cosa», significa, orientare ininterrottamente tutti i desideri del mio cuore, tutte le aspettative della mia anima, tutti i miei pensieri quotidiani, in direzione dell’ultimo traguardo, che non può che essere soltanto Dio! Ogni desidero del mio cuore, se lo analizziamo bene, mira a Dio e, tutte le «attese più elevate» (della mia anima) e pertanto non possono non avere come oggetto il solo e unico Dio! Persino un semplice gesto di amore (un saluto quotidiano, un bacio, una carezza, un accenno di dialogo) aprono la comunicazione con Dio Padre. Ogni autentica speranza, radicandosi in Dio Padre, oltrepassa abbondantemente le «globalizzate» miserie umane di questo mondo. Amare Dio con tutto il cuore non significa odiare il mondo e gli esseri umani, perché, lo stesso Gesù Cristo conferma come l’Amore di Dio, debba invece esprimersi nell’amare concretamente il prossimo, chiunque esso sia, tutti i giorni. In questo modo si completa il primo comandamento (Matteo 22,39). Amare Dio nel prossimo è indispensabile, perché in ogni volto umano si riflettono le sembianze di Dio. Noi amiamo Dio, sia nella misura nella quale amiamo noi stessi, sia nella profondità in cui amiamo (dentro di noi) l’opera di Dio. Non ci si dimentichi mai che, chi disdegna se stesso, disprezza anche Dio, suo Creatore! In ultima analisi, tutti i comandamenti di Dio, divengono importanti perché sono espressione di un amore totale e permanente. La «fede cristiana» è proprio una «questione di amore». Per Gesù Cristo, la dimensione verticale (amore verso Dio) e, quella orizzontale (amore verso il fratello), sono realtà assolutamente inscindibili che ridanno vita e, si rinvigoriscono reciprocamente; in altre parole realizzano l’essere cristiano! In conclusione, dalla «quantità di amore» che desidero manifestare (concretamente) verso gli altri uomini e, verso me stesso, capisco proprio se amo effettivamente Dio! Lasciamoci dunque amare dal Padre Eterno, lasciamoci sedurre dall’Altissimo, abbandoniamo le nostre miserabili idee sul mondo (globalizzato o non) per aprirci finalmente alla grande novità del Vangelo di Cristo!
29° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 16 Ottobre 2011
Isaia 45,1.4-6; Salmo 95 (96); 1° Tessalonicesi 1,1-5b; Matteo 22,15-21
« … Allora i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: "Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?". Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: "Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo". Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: "Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?". Gli risposero: "Di Cesare". Allora disse loro: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio"».
Gli «erodiani» sono tra quelli che interrogano Gesù e, che preferiscono, indubbiamente, la restaurazione del potere dei discendenti di Erode («il Grande») sull’intero territorio palestinese. I «farisei» sono anch’essi divisi «politicamente» al loro interno e, tollerano comunque i romani, come un male inevitabile. Rimangono tuttavia alcuni soggetti «estremisti» in lotta aperta e continua con Roma. Questi, infatti, rifiutano addirittura di «toccare» le monete romane e, non riconoscono che solamente Dio, come «signore terreno». Le opinioni reali (di questi rappresentanti) hanno scarsa importanza, poiché la loro unica (e fondamentale) preoccupazione è di tendere insidie a Gesù di Nazareth. Questi uomini, iniziano con un apprezzamento, espresso nel sedicesimo versetto, lodano la sua rettitudine morale, religiosa e, la sua indipendenza. Allora, segue la domanda, secondo la «via di Dio» (dal punto di vista «religioso») è legittimo, oppure no, pagare il tributo all’Impero? Gesù, per evitare questa «trappola» umana, si fa mostrare la moneta romana, in altre parole, l’oggetto della disputa. Ebbene, quella stessa moneta conservava una raffigurazione del busto dell’Imperatore incoronato, come una divinità, e questa iscrizione: «Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto», quindi, le «pretese divine» erano ben evidenti, anche se Tiberio si considerava «un uomo come gli altri». Se Gesù avesse rifiutato il tributo, avrebbe significato il suo consenso alla ribellione politica, se invece avesse approvato, sarebbe pertanto stato evidente il suo compromesso con un potere idolatra. A questo punto, la replica del Signore intende spostare il problema, secondo un simbolismo che i suoi interlocutori potevano ben avvertire (vedi i versetti 20-21). La moneta imperiale porta l’effige di Cesare, tuttavia, l’uomo è «immagine di Dio» (cfr. Genesi 1,27). Allora (il Signore parrebbe dire), consegniamo a Cesare ciò che appartiene a lui, ciò nonostante, non diamogli tutto ciò che «dentro di noi» appartiene soltanto a Dio! L’episodio pertanto avrebbe dovuto aiutare i «cristiani» dell’epoca a chiarire definitivamente la loro posizione innanzi all’Impero Romano, essi devono sottomettersi alle autorità politiche (cfr. Romani 13,1-7) fino a quando lo Stato non occupa il posto di Dio facendosi adorare e, comandando profili d’ingiustizia assolutamente incompatibili, contrastanti, con il Vangelo stesso. Questo episodio specifico, tra politica e religione, inteso in «questo senso» rimane ancora oggi il comando (e la direzione) di ogni fedele cristiano impegnato nella società civile. Volendo sintetizzare possiamo affermare che, la Liturgia, invita ciascuno di noi a «ripensare» la propria azione missionaria, negli ambienti nei quali viviamo quotidianamente. La Parola di Dio, l’Eucaristia, la nostra stessa comunità di appartenenza, devono necessariamente indurci a prender posto nella bellissima storia di amore di Gesù Cristo. Soltanto in Lui, infatti, ciascuno di noi trova la propria identità di «cristiano» autentico, e la propria missione. Oggi, siamo più che mai sollecitati a essere presenti tra gli uomini, affinché «tutto» contribuisca a far emergere l’immagine di Dio, che è inscritta negli esseri umani, fin dal giorno della creazione. Noi «cristiani», è bene non dimenticarlo, siamo «tempio vivo» dello Spirito Santo. Nella nostra esistenza terrena quotidiana si compie, infatti, il vero culto gradito a Dio. Invocando incessantemente lo Spirito Santo, noi cristiani contribuiamo a dare, al corso degli eventi della vita quotidiana, uno stimolo considerevole, che conduce il mondo verso il suo compimento, con il ritorno nella gloria del nostro Signore Gesù Cristo. Siamo interpellati a essere figli di un Padre unico e, senza alcun nostro merito. L’iniziativa è solamente di Dio Padre! L’Altissimo interpella noi, come potrebbe chiamare chiunque, anche un re idolatra, per farlo entrare come protagonista nella storia della salvezza (cfr. Isaia 45,1.4-6). La Sacra Scrittura (ad esempio nella conversione prodigiosa di San Paolo, cfr. Atti degli Apostoli 9,1-18), pone in risalto una verità fondamentale, ovverosia, siamo fratelli, membra di un unico corpo e, il nostro capo è Gesù Cristo. Proprio da Gesù Cristo, ancor’oggi, siamo «inviati nel mondo» lungo le strade della nostra città, per chiamare altri fratelli. «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare» rimane ancora oggi un enigma proprio a causa dell’eccesso di finezze interpretative al quale, lungo la storia, è stato sottoposto. Come Gesù, ciascun «cristiano» non può mai «scendere a compromessi», con nessuna realtà politica o civile, ciò nonostante, nessuno deve sentirsi autorizzato a disprezzarla. L’intento malvagio dei protagonisti del Vangelo era quello di far cadere Gesù nella trappola, vale a dire, quella di rivelarsi sostenitore di qualcuno dei partiti, o dei gruppi d’opinione dell’epoca. Così facendo «la classe dirigente» dell’epoca, avrebbe potuto «catalogare» Gesù in una sorta di categoria precostituita e, in questo modo, senza nemmeno di aver bisogno di criticarlo o condannarlo, annullare la sua singolarità sconvolgente, provocante, e chiudere il suo caso nelle prospettive già note.
Un individuo alla «maniera di Gesù» che si qualifica come sostenitore di posizioni acquisite non crea più alcun problema, non mette in crisi nessuno, non provoca ripensamenti e conversioni. In questa prospettiva, il fatto decisivo è che Gesù intuisce la manovra degli avversari e dimostra una tale indipendenza interiore, un’acutezza spirituale, da saper sfuggire all’imprigionamento da parte degli uomini; in questo modo rimane inafferrabile e non riducibile alla volontà umana, per altro, già nota. L’effetto che l’espressione di Gesù può aver portato sugli ascoltatori (suoi contemporanei) fu quello di un’imprevista valorizzazione positiva del ruolo di Cesare e, di una legittimazione della sua funzione all’interno della sovranità universale di Dio; addirittura all’interno della manifestazione escatologica della piena sovranità di Dio, che Gesù stesso proclamava. Il tributo dovuto a Cesare era esercitato pressoché in tutto l’Impero Romano, allo stesso modo come svariati tributi, erano sempre stati pagati in tutto l’oriente. Gli «ebrei» ben conoscevano di quanti «privilegi» e, non miseri, erano stati concessi a loro per rispettare le loro credenze (superstizioni agli occhi del tollerante Cesare). Gesù, viceversa, rifiuta di ammettere che l’ubbidienza a Dio imponga una qualche reazione, anche solamente dimostrativa e simbolica, contro questo Cesare non poi così tiranno come si desidera far credere. L’Imperatore è in fondo la figurazione di un governo centrale della cui gestione ci si serve o, perfino ci si avvantaggia, poiché le sue monete circolano e sono pacificamente utilizzate. Per il «cristiano» dunque rimane importante comportarsi con coerenza, ovverosia, sottostare a Dio significa «non servirsene» con «compressi di comodo». Tutti questi particolari (della narrazione biblica) devono contribuire a includere la scenografia in una sorta di atmosfera di realismo e di concretezza. Il «ricorso distorto» a principi sociali, civici, è tuttavia da condannare. Dio non lascia mancare (all’umanità) persone che siano in grado di orientarne il cammino, verso una nuova fase della storia. A ogni generazione, il Padre Eterno, offre coloro che possono guidarla a un futuro positivo. Nessuno è indispensabile. Tutti sono soltanto strumenti a servizio di Dio. Cambiano gli uomini, cambiano gli imperatori, i capi di stato o di governo, rimane solamente il progetto di Dio e, la sua progressiva realizzazione. Questo permette al «cristiano» di evitare ogni falsa sudditanza nei confronti di chiunque abbia un compito politico, culturale, o verso qualunque ideologia o pensiero, che egli rappresenti. Tutto questo sollecita altresì ad accettare, in uno sguardo luminoso, uomini e donne che sono realmente capaci di interpretare i loro tempi e di indicare la strada per l’avvenire. Il Padre Eterno si manifesta (celatamente) anche in loro, in quel che fanno e in quel che dicono. Tutti gli uomini, quindi, possono essere strumenti di Dio, tuttavia, soltanto un uomo (unico) assurge a strumento definitivo, questi è Gesù di Nazareth. Quest’ultimo è la valorizzazione suprema dell’umano, nella guida dell’umanità, verso il Regno di Dio! Soltanto Gesù è «l’indispensabile». Soltanto Gesù è sempre necessario! Per questo Egli è il Signore, mentre tutti gli altri (nessuno escluso) sono servi; sono poveri servi. Il Padre Eterno, quindi, si serve degli uomini per realizzare le sue opere; gli uomini (di ogni estrazione) possono divenire pertanto, suoi profeti o servi fedeli, perché Egli stesso è colui che cammina dinanzi al suo popolo. Soltanto in Gesù Cristo, il Padre Eterno si manifesta, tuttavia, come nostra guida sicura, Egli, infatti, conduce ciascuno di noi per i sentieri del Regno di Dio (su questa terra), in attesa del suo compimento, in un cielo nuovo e, in una terra nuova!
27 ° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO "A" - 2 Ottobre 2011
I
saia 5,1-7; Salmo 79 (80); Filippesi 4,6-9; Matteo 21,33-43«Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio!". Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: "Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!". Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?". Gli risposero: "Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo". E Gesù disse loro: "Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi?».
E’ davvero coinvolgente costatare come Gesù (nel Vangelo di questa domenica) ami la creazione e, non solamente perché essa è davvero bellissima, bensì, perché è il luogo della rivelazione della salvezza. L’Amore di Dio, per il suo popolo, si mostra così intensamente, che è paragonabile a quella sorta di «attaccamento» di un agricoltore che ha per la sua vigna. Oggi irrompono, sulla scena evangelica, il padrone, la vigna, i servitori fedeli, i vignaioli omicidi, quindi, il figlio del padrone che soccombe proprio a causa della vigna del padre. La vigna del Signore è Israele. Proprio per questa vigna il Padre Eterno ha fatto proprio di tutto, ciò nonostante, è stato tradito dall’uomo. Chi lavorava (da operaio) nella vigna di Dio ha voluto comportarsi da padrone. Chi lavorava nella vigna ne ha, addirittura, abusato, per poi uccidere chi realmente aveva il diritto esclusivo a raccogliere i frutti. Come terminerà, allora, quest’amara vicenda? Il fedele cristiano, che medita attentamente questo brano oggi, è sostanzialmente cosciente che i frutti di questa zona non hanno nulla a che fare con la classica vendemmia; essi, viceversa, rappresentano il comportamento che Dio si attende dall’uomo, vale a dire la prova concreta della sua conversione personale e, quindi, gli atti di bontà che rivelano un cuore devoto al Signore. Il Padre Eterno, infatti, offre i suoi doni (vale a dire la sua vigna) esclusivamente per sua grazia ad alcuni; dunque, la riconoscenza (più elementare) dovrebbe spronare questi uomini fortunati (della parabola) a far fruttificare i doni ricevuti. Israele, invece, ha privato Dio dei frutti tanto attesi e, la narrazione evangelica riassume (pur simbolicamente) le tappe di questo maldestro e irresponsabile rifiuto. L’Onnipotente che aveva in serbo un progetto (per l’umanità) non l’abbandona e, certamente, questo progetto non resterà incompiuto. I «frutti buoni» che il Padre Eterno intendeva evidentemente ottenere li otterrà, comunque, da altre vigne. « … Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?". Gli risposero: "Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo". E Gesù disse loro: […] La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? … »: pertanto secondo questi versetti, questa tragedia non rappresenta la fine. «Il padrone della vigna», dapprima, metterà a morte gli assassini (e gli uditori dell’epoca pensavano verosimilmente alla terribile distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70); in secondo luogo, il padrone vende la propria vigna ad altri (nei quali quegli stessi ascoltatori dovevano riconoscersi). Come conclusione, il versetto quarantadue cita il Salmo centodiciotto (22-23) con il quale (in precedenza) la folla aveva acclamato Gesù. Il riferimento significa che il Padre Eterno aveva (evidentemente) previsto il rifiuto del Cristo da parte dei responsabili d’Israele («i costruttori»), ciò nondimeno, Gesù Cristo sarebbe divenuto «la pietra angolare» di un edificio nuovo. Pertanto, il Regno di Dio non è strappato al popolo d’Israele, bensì, solamente ai sommi sacerdoti e ai farisei («capirono che parlava di loro») e sarà concesso a un popolo che ne produca i frutti, ovverosia, quel «nuovo Israele» nato nella Pasqua di Gesù risorto, il figlio prediletto, il frutto più bello, principio di tutti quelli che procederanno. A questo punto, quest’annuncio, seppur velato, non segna ancora la fine. In Matteo, è l’ultimo versetto quello che affermerà la realtà oggettiva più importante. In seguito al tracollo di Israele, così duramente preminente, la responsabilità del Regno appartiene a un’altra «collettività umana», traduzione di un termine greco («étknos») dal significato alquanto generico e scelto dall’evangelista, proprio a causa della sua genericità. Questa «collettività», infatti, non si adagia sui privilegi del popolo eletto e non sostituisce Israele; mescolanza di pagani, di giudei, di prostitute e di pubblicani convertiti, questa nuova comunità sarà giudicata, proprio come Israele, in base ai frutti che offrirà a Dio. Gesù, in conclusione, non si lascia, per nulla, prendere in giro! Davanti al rifiuto degli uomini la sua risposta è di sdegno, ciò nondimeno contiene il dolore di un padre tradito dal figlio. Rispondere «no» al Creatore significa voler sprofondare in un dramma, tuttavia, il Signore non interrompe di amare il suo popolo e, quindi, non cessa di voler continuare a intravedere il bene di ciascun uomo. Persino se l’ingiustizia umana e la veemenza degli uomini dovessero persistere e dare l’impressione di trionfare, l’Onnipotente «recupera», sempre, una via di comunicazione per la salvezza. Il Padre Eterno consegna ininterrottamente a ciascuno di noi ciò di cui ha bisogno. Spetta a noi, o meglio, a ciascuno di noi saper chiedere e, dunque, saper accogliere questi doni per poi farli fruttificare. Il primo modo per «conoscere Dio» (in senso biblico) per comprendere il suo «progetto salvifico» è indubbiamente la preghiera (personale e comunitaria), infatti, la preghiera manifesta il desiderio dell’uomo di entrare in un rapporto speciale con Dio stesso; questo è un rapporto di conoscenza profonda, di comunione totale e di liberazione dal peccato; dall’altro è il «luogo prediletto», il momento nel quale Dio e l’uomo s’identificano, si incontrano e si alleano per un futuro di speranza e di salvezza.
Lo scioglimento del nodo che aggroviglia il cuore dell’uomo di oggi tra peccato e desiderio di bene, non può che avvenire con un gesto sorprendente, perché Dio non ci giudica sull’osservanza di qualche legge umana, bensì, ci perdona gratuitamente. L’Onnipotente ci libera, ancora una volta, sconvolgendo la nostra incredulità con un amore incondizionato. Lode a Dio Padre (e vita evangelica) si accompagnano ancor’oggi. Impegnati davvero a interiorizzare il Vangelo, l’invito a lodare Dio, rivolto a ciascuno di noi (e al mondo intero) annuncia che la felicità non è (per nulla) un sogno irrealizzabile, bensì, è qualcosa di accessibile. Vivendo «secondo il Vangelo», allora, ci rendiamo ben presto conto di vivere intensamente! Per questo, ancor’oggi, lodiamo Dio Padre come «il vivente» nei secoli! Non dobbiamo disprezzare le gioie della vita, per nessuna ragione, perché in esse, se vissute secondo la volontà di Dio, allora, si compie, anche seppur misteriosamente, il suo Regno. Proprio in tutto, l’Onnipotente ha collocato un «seme di vita nuova», in altre parole, un germe che anche adesso feconda e, fa germinare, ogni evento umano. Gioiamo dunque delle cose belle della vita, sapendo che Dio ci attende nella gioia della sua casa, per sempre!


