
1° DOMENICA DI AVVENTO – ANNO "B" – 27 Novembre 2011
Isaia 63,16b-17.19b; 64,2-7; Salmo 79; 1° Corinti 1,3-9; MArco 13,33-37
« … Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». In tutte le comunità cristiane sparse nel mondo, con la giornata di oggi, inizia un nuovo «anno liturgico». Un nuovo anno inteso come «cammino» per rinnovarsi e, per rivivere i grandi avvenimenti della vita terrena di Gesù, e le grandi Verità che Egli stesso ha insegnato. L’«anno liturgico» incomincia con l’«Avvento», termine che significa «avvenimento» o, spiegato ancor meglio in «venuta del Signore». In questo tempo specifico ricordiamo, sia la «prima venuta» del Figlio di Dio (che nasce a Betlemme), sia l’«ultima venuta» di Gesù Cristo alla fine dei tempi! Da non dimenticare, infine, la sua venuta, qui, oggi, nelle nostre comunità di appartenenza, dove noi «cristiani» siamo costantemente chiamati a convertirci e, a rendere presente Gesù Cristo negli ambienti modenesi, con la nostra stessa vita. L’Avvento, quindi, invita ciascuno a vivere la carità nell’amore, verso Dio e verso i fratelli, allargando lo stesso cuore universale, con l’intenzione che tutti gli uomini si decidano davvero ad accogliere Gesù che viene, e formino finalmente l’unità in Gesù Cristo che, è propria della Chiesa stessa. Chi non è in grado di potersi collocare in uno stato di attesa, significa che non prega! Attendere l’aiuto di Dio, stare in attesa della venuta trionfale di Cristo, è sinonimo di pregare! Anche attendere il trionfo finale di Gesù Cristo, pertanto, significa adoperarsi per questo trionfo. Pregare per la conversione dei cuori (di tutti gli uomini) perché le genti si aprano a Cristo, contribuisce (e non poco) alla venuta trionfale del Signore. Questo avrà luogo quando il Padre vedrà il numero complessivo degli eletti raggiungere quello, immensamente degno, del sacrificio del Figlio di Dio sulla croce! Noi fedeli cristiani che attendiamo, «affrettiamo» anche il ritorno trionfale di Cristo, perché siamo altresì partecipi del disegno universale del Padre; quando viceversa ci troviamo distanti dal Signore, a causa dei nostri peccati allora, lo «ritardiamo» pesantemente. Non ci resta altro che rimanere svegli! Chi di noi si addormenta mette a rischio se stesso e rallenta il progresso del Regno di Dio. Nessuno conosce la data della fine del mondo proprio perché cesserebbe l'attesa e subentrerebbe il sonno e fermerebbe il nostro impegno di conversione quotidiana. La breve parabola dell’evangelista Marco è inquadrata tra due inviti di Gesù: «fate attenzione, vegliate». Questi richiami alla vigilanza continua ricordano che il padrone tornerà all’improvviso. Nessuno deve dormire, ma, vegliare nell’attesa del Signore. Questo brano, collocato all’inizio dell’Avvento ha lo scopo di ridestare la fede nei cristiani, purtroppo, assai assopiti nel vizio o nel peccato o, anche semplicemente, nel disinteresse. Anche per questo motivo, verosimilmente, si ripete come una sorta di ritornello, il richiamo alla vigilanza (versetto 33). Non si deve abbassare la guardia a causa del ritardo, la vigilanza s’impone ancora di più. L'espressione «state attenti» in greco si traduce in «aprite gli occhi» (come nei vv. 13,5ss). L’incertezza sul momento costituisce, a questo punto, un motivo in più per l’esortazione a vigilare. Questo modo di esprimersi (di Marco) è simile a quella dell’evangelista Luca (cfr. 12,36-40): «Siate anche voi come quei servi che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per essere pronti ad aprirgli appena arriva e bussa [...] perché il Figlio dell'uomo verrà quando voi non ve l'aspettate». In questo caso, il padrone è partito probabilmente per un viaggio in terre lontane e, pertanto, si deve prevedere un’assenza (dello stesso padrone) piuttosto lunga. Ciò nonostante non si deve abbassare la guardia, poiché il suo ritorno può avvenire inaspettatamente, quindi, senza alcun preavviso. Allo stesso modo la parabola è sospesa da un richiamo diretto ai lettori (versetti 35 e 36). La vigilanza (da parte dei servi) deve essere assidua e ininterrotta, poiché, il ritorno può essere brusco. Marco cita le quattro fasi della notte che servivano allora come punti di riferimento: la sera, mezzanotte, il canto del gallo, il mattino. Non ci si deve lasciar prendere dal sonno per tutta la durata dell’attesa del ritorno del Signore; si richiede viceversa una veglia continua, tanto più perché non si tratta dell'attesa di un avvenimento qualunque. «Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!». L’evangelista termina ricordando la particolare insistenza di Gesù. Se il discorso era iniziato con discrezione, rivolto esclusivamente ai suoi discepoli (13,3-4) e si presentava come una confidenza per pochi eletti, proprio nello stile del messaggio in codice, vale a dire, con linguaggio volutamente sibillino, dove i perseguitati devono capire ma non i persecutori, a questo punto, viceversa, il pressante richiamo a vigilare è diretto «a tutti», poiché, riguarda molte generazioni. Se la domanda iniziale dei discepoli riguardava la distruzione del tempio, ora, la risposta supera notevolmente l'ambito della domanda stessa. Non si deve più guardare al tempio come un luogo di raduno e, unitamente a quest’ultimo deve crollare anche tutto un mondo falsato dagli stessi individui di allora. Gli occhi degli uomini si devono quindi alzare verso chi, molto più che il tempio, sarà «punto centrale d'incontro» di un'umanità salvata dal male, ovverosia, il Cristo glorioso, risorto. Questa prospettiva non consente di far durare l’idea ossessionante della «fine del mondo», come una catastrofe cosmica, universale. Il mistero del male, con le sue estremità, rientra nello stesso processo del corso inarrestabile degli eventi: è un dato costante del nostro mondo, la cui fine è davvero imprevedibile. È inutile interpretare i «segni dei tempi» come avvenimenti precursori della fine. La prossimità dell’ultima venuta del Cristo glorioso è (e rimane) nelle mani di Dio! Sarebbe proprio un peccato grave se il «sonno del disimpegno», o del nostro maldestro disinteresse, annullasse le esperienze cristiane, gli impegni assunti, e tutto il cammino compiuto in precedenza alla sequela del Signore. Il coinvolgimento personale, vigile, è richiesto a ogni discepolo del Signore. Questo, tuttavia, non può essere «dato per scontato», soprattutto, tra individui che sono inseriti in una cultura moderna, dominata dal disinteresse, e da un egocentrismo esasperato. Tutto questo non è forse «sinonimo» di «dormire»? Ogni giorno il «cristiano» è chiamato a scegliere, in «modo sveglio», se seguire Gesù Cristo o un altro salvatore moderno propinato stavolta da persuasori occulti (vedi i mass-media). La propria «esperienza cristiana», vissuta fin qui appassionatamente, non può e non deve restare rinchiusa nella nostra chiesa, o al massimo all’interno degli oratori o delle cosiddette «opere parrocchiali», ma, proprio per sua natura essa trasborda sulla realtà circostante stessa del «cristiano». A noi «cristiani» non resta altro che rimanere vigili sul mondo, perché è proprio lì, che si incontra il Signore che viene! L’esistenza terrena è per così dire un affare molto serio. Si vive dunque una volta sola e di conseguenza, vale la pena essere sempre pronti per incontrare il Signore. Gesù, nel Vangelo di questa domenica, esorta ciascuno di noi proprio a questo: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno, il Signore verrà». Sappiamo fin d’ora che il Signore giunge in modo misterioso, improvviso. «Vegliare» di conseguenza significa essere sempre pronti a fare il bene. Volere il bene e compierlo, questo è l’occupazione del Padre Eterno, ciò nonostante, anche di chiunque crede fermamente in Lui. Gesù è già venuto storicamente sulla terra, poco più di duemila anni fa, tuttavia, Egli continua a venire nella vita degli uomini. Per il cristiano è fondamentale essere attento alle piccole cose della vita. Anche noi certamente incontreremo Dio, se sapremo vederlo negli altri, nelle cose semplici, nei piccoli gesti di bontà e di amore che riusciamo a compiere. Non deve altresì mancare la necessità di uno sguardo, costante, benevolo, nei confronti della comunità parrocchiale di appartenenza e, questo si può rendere concreto nella rivalutazione reale della grande quantità di doni (in essa custodita) e nel cooperare (dinamicamente) alla sua crescita, secondo (appunto) il Vangelo di Cristo. Preghiamo sempre il Padre, affinché ci conceda sempre la determinazione di andare incontro, con le buone opere, al Cristo che viene. Il tempo di Avvento in particolare è proprio un tempo gioioso di attesa per la venuta del Signore nostro Salvatore, tuttavia, è altresì una grande occasione per prendere coscienza del tempo presente che, inevitabilmente passa e rende assai più vicino il nostro incontro con il Signore stesso. E’ bene guardare avanti, sempre, mantenendo fiducia nel Signore, affinché, la sua venuta sia davvero apportatrice, per ciascuno di noi, di pace e di giustizia.
34° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 20 Novembre 2011
Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22 (23); 1° Corinti 15,20-26.28;
Matteo 25,31-46« … Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi". Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato". Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me". E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna" … ».
25,31-46: Il giudizio finale. Gesù parla, in questo momento, da giudice divino. Egli nondimeno è anche quello che ha immolato la propria vita per noi (cfr. Romani 8,34).
25,35: L’accoglienza del fratello bisognoso porta a salvezza anche chi non ha riconosciuto esplicitamente Gesù.
25,40: I «piccoli» sono quegli esseri umani che si ritrovano in uno stato bisognoso, seppur in modo differente uno dall’altro ( cfr. Matteo 10,41-42; 18,5.
La grandiosa pagina del vangelo di Matteo consente d’addentrarsi nel metodo con il quale il Signore giudicherà ciascuno di noi. La prospettiva del «giudizio finale» non toglie la capacità di vedere, di verificare il suo atteggiamento personale, al «cristiano» di oggi. Possiamo tuttavia comprendere, fin d’ora, su cosa saremo giudicati (alla fine dei tempi), anche se non conosciamo ancora l’esito di quel giudizio. Il Signore verificherà, innanzitutto, la capacità penetrativa della nostra fede cristiana, ovverosia, se saremo stati in grado di riconoscerlo nei piccoli, nei poveri, negli emarginati. Il Signore non potrà non esaminare anche la concretezza storica della nostra carità, vale a dire, se avremo saputo (o voluto) tradurre le nostre parole (sulla carità) in opere tangibili di misericordia. «Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli», di fatto, il Figlio dell’uomo è presentato come giudice universale. La questione di oggi è dunque la seguente, su cosa, saranno giudicati gli individui, anche quelli che non hanno conosciuto Cristo? La risposta a questo quesito, tuttavia, offre il criterio del discernimento per la salvezza dei non credenti, perché, prestando servizio ai miseri, essi sottostanno a Cristo senza tuttavia saperlo. La «novità cristiana» consiste proprio nello scoprire che collocarsi in relazione con i «fratelli più piccoli» ci si mette in relazione con il Padre Eterno. E’ nel modo di trattare i nostri fratelli che ciascuno di noi entra (oppure no) in comunione con Dio e, sul comportamento caritatevole dinanzi a qualsiasi uomo sofferente, i non credenti anch’essi saranno giudicati. Che sarà allora di quelle persone che non solo non hanno dato nulla da mangiare a chi oggi ha fame, ciò nonostante, addirittura, toglie loro quel poco che ancora possiedono? Che sarà allora di quelle persone che, oggi, non solo non visitano il carcerato, bensì, in taluni casi incredibili, contribuiscono a tenerlo recluso ingiustamente in prigione, seviziato o, addirittura, essere ucciso? Non ci s’illuda nemmeno con il pensiero che questo possa capitare soltanto a pochi esseri malvagi, perché la cosa non riguarda solamente loro. Oggigiorno, purtroppo, si è instaurato anche nella nostra società civile un senso generale d’impunibilità, per la quale «si fa addirittura a gara» nel violare la legge, nel corrompere o lasciarsi corrompere, con la sola scusante che, tanto, così fan tutti! Ugualmente (e purtroppo) si violano anche i comandamenti di Dio, con il solo pretesto che tanto lo fanno anche i «cristiani». Il Padre Eterno, viceversa, non ha mai inteso di abrogare il Vangelo e tantomeno i Comandamenti. Quello stesso Creatore della terra e dell’universo che ha creato ciascuno di noi, ha donato altresì la «fede», unitamente a numerosi altri doni che, solamente noi conosciamo. E' Cristo Re, quindi, che esercita oggi il potere di giudicare, dopo essersi fatto conoscere nella sua infinita bontà e aver presentato la legge d'amore del suo regno. E' ancora Cristo Re, Buon pastore, modello perfetto al quale rapportarsi sempre, e che ha agito lungo il corso dei secoli, per condurre gli uomini al suo ovile e, che alla fine del mondo separerà le pecore dai capri, prima di offrire il regno, frutto del suo sacrificio, al Padre Eterno (cfr. 1°Corinti 15,24). Allora tutti gli individui saranno stati separati dal giudizio particolare, ciò nonostante, la separazione finale riguarderà l’uomo nella sua interezza, non più solo anima, bensì l’uomo integrale. Allora, il giudizio sarà conosciuto dall'uomo nella completezza della sua persona.
Il Giudice, allora, leggerà la «motivazione della sentenza», « … ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere … ». E’ giusto anche ribadirlo, tutte queste sono opere di carità e non semplici azioni umane, ma, iniziative che nascono dal cuore, da un amore autentico e sincero. Tutto questo nasce dalla stima dell’individuo quale creatura di Dio. I superbi, infatti, non si chinano mai verso i bisognosi. Quando i superbi compiono opere caritatevoli (e se lo fanno) è proprio perché, questi individui meschini, sono alla ricerca di consensi pubblici e plateali, ciò nonostante le loro azioni, noi lo sappiamo già, non li salveranno dalla condanna finale. La carità autentica si accompagna continuamente con l’umiltà, mai con l’ostentazione o con la lode. L’amore sincero e onesto incarna attitudini rette, quali il donarsi, il perdonare, il credere in Dio e, amarlo in tutto. Non si potrà mai fuorviare o raggirare l’Onnipotente, perché Egli vede le intenzioni del nostro cuore e, poi, giudicherà. « … Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare … »: quindi il testo sacro è ancora «inquadrato» sugli uomini che non sono venuti ancora a conoscenza di Cristo. Essi hanno tuttavia seguito la legge dell’amore e, hanno ascoltato i suggerimenti che infondeva loro lo Spirito Santo, poiché esso agisce su tutti gli uomini di buona volontà, vale a dire, su quelle persone pronte a cercare il vero volto del Cristo, pronti ad amare. Deve essere altresì chiaro che, oggi, incontrare l’uomo, amarlo senza pregiudizi, è seguire Cristo stesso, il Verbo incarnato. Il Regno di Dio che si sviluppa in terra, raggiungerà in cielo la sua lucentezza straordinaria nell’immenso popolo dei risorti nella gloria. « … poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre», come sostiene San Paolo (1° Corinti 15,24), e diventerà il regno del Padre: «Venite benedetti del Padre mio … ». La missione che il Padre Eterno ha affidato a Gesù non sarebbe terminata, se non con un atto universale, che avrebbe accomunato tutte le genti nel suo regno celeste, nessun uomo escluso! L’Altissimo è infinitamente beato e ha creato l’essere umano per renderlo partecipe della Sua beatitudine infinita, che ha in se stesso. Cristo è Re, e non solamente a riguardo della Chiesa, bensì, per tutta la terra, per tutte le nazioni e, per «tutti i poteri». Egli è il Re dei re, e il Signore dei signori con il diritto di abbattere quanti si oppongono alla sua regalità d’amore, tuttavia, Egli è infinitamente misericordioso nell’attendere la conversione di chi lo combatte (cfr. Apocalisse 19,16). Nell’ultimo giorno, in altre parole, nel «giorno del Signore», Egli ridurrà al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza, non solo della terra, ma, anche dell’abisso. Il maligno interromperà finalmente di scagliare le sue insidie sul mondo e, sarà rinchiuso per sempre in se stesso, nella sua legge perversa, vale a dire, l’odio. Alla fine dei tempi, ci sarà personalmente chiesto, come abbiamo vissuto e, come abbiamo utilizzato i doni ricevuti. In quel medesimo giorno sarà lo stesso Gesù Cristo, il Figlio di Dio, a comparire sulle nubi (in atteggiamento solenne), seduto sul suo trono di giustizia e di gloria. Il Vangelo intende spronarci alla comprensione che il giudizio di Cristo riguarderà tutti gli uomini, anche i non credenti. Si tratterà, pertanto, di una convocazione universale di tutte le genti, dinanzi al suo trono glorioso. Gesù rammenta altresì che il criterio, che separerà i «benedetti del Padre», dai «maledetti», sussisterà sostanzialmente nelle opere di carità praticate. Qualunque azione umana compiuta sarà sottoposta al giudizio di Cristo! « … tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me … tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me … ». Il Regno di Dio è una realtà che esordisce già ora, su questa terra, nel tempo stesso che noi stiamo vivendo. Chi nell’esistenza terrena non si è mai interessato del prossimo, non ha fatto nulla per gli altri, non ha osservato il comando dell’amore, ebbene, quest’uomo, inesorabilmente, non potrà attendersi alcun premio! Come allora abbiamo notato, il testo sacro di oggi non è per nulla un racconto allegorico, bensì, è la descrizione solenne del giudizio della fine dei tempi. La novità del brano evangelico consiste nel pensare che assistere il povero, significa, servire Cristo Re! In questo modo, il «Figlio dell’uomo» è raffigurato come personaggio fondamentale di tutta la storia universale. Quando il Figlio dell’uomo verrà, giudicherà ogni uomo. In Cristo allora si concentra il Dio dell’Alleanza che chiede (a ciascuno) di prendersi cura del povero e, l’uomo povero fondamentalmente è Lui stesso. I due comandamenti del Signore pertanto sono un tutt’uno. Non si possono mai contrapporre l’amore di Dio con l’amore verso il prossimo. Quel che si fa all’uno, si faccia anche all’altro! In Gesù Cristo, infine, la storia della salvezza si completa e si realizza, allora, ogni essere umano si sentirà giudicato dal suo stesso comportamento, dinanzi a Dio e all’uomo. In questa grande rievocazione del giudizio universale dove ci troviamo noi? Ricordando le parole stesse di Gesù: « … In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me … » - (cfr. Matteo 25,40), il cristiano di oggi, sarà felice di poter servire ogni uomo diseredato, infatti, facendo maggior attenzione, ci si accorgerà ben presto che in ogni uomo emergono le sembianze di Gesù! In questo stesso modo, il «cristiano» di oggi, eserciterà dinnanzi agli uomini quella medesima carità che è il «vincolo della perfezione», con sentimenti di misericordia, bontà, mansuetudine, pazienza. - (cfr. Colossesi 3,12.14). L’esempio che il cristiano di oggi sarà capace di diffondere (tramite il suo comportamento luminoso), richiamerà l’attenzione di molti ad accogliere l’esortazione dell’Apostolo delle Genti (San Paolo), perché l’amore autentico di Cristo sia davvero il cuore, il motore propulsore, di ogni azione personale e comunitaria. « … La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre … » - (Colossessi 3,16-17). Preghiamo insieme il Signore affinché continui ancora a mostrare il suo volto nei poveri, perché possiamo aiutarli concretamente e, gioire dell’amore che il Padre Eterno ci offre in loro.33° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 13 Novembre 2011
Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127 (128); 1° Tessalonicesi 5,1-6;
Matteo 25,14-30« … Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: "Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: "Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". "Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone". Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo". Il padrone gli rispose: "Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti" … ».25,14-30: Parabola dei talenti (cfr. Luca 19,12-27).
25,15: Il «talento» equivaleva a seimila denari, vale a dire, al salario di seimila giornate lavorative di allora (cfr. Matteo 18,24).
25,24-25: Il terzo servo mostra di possedere un’immagine bugiarda del Padre Eterno, quasi fosse un padrone da servire per paura.
Ci stiamo avviando alla conclusione dell’Anno Liturgico e la stessa Parola di Dio invita, ciascuno di noi, a fare un resoconto della nostra vita fin qui vissuta. Abbiamo saputo dare una risposta adeguata al dono d’amore che Dio ha concesso a ciascuno, preservando la sua amicizia e la sua infinita benevolenza? Abbiamo stimato i talenti (onestamente) che ci sono stati elargiti? Ci siamo impegnati a far fruttificare i doni di natura, quali la vita, la salute? L’educazione dei giovani e, i doni di grazia come sono stati impiegati, quali il battesimo, la formazione cristiana? Sappiamo che al momento della nostra morte dovremo rendere conto di quanto abbiamo avuto dal Padre Eterno, pertanto, quando ci troveremo alla presenza del Giudice divino, saremo invitati a entrare nel Regno o, viceversa, ne saremo esclusi per sempre. Fin d’ora è meglio riflettere bene su quest’aspetto. Soltanto dall’amore autentico che esprimo nei confronti degli altri e, verso anche me stesso, allora si capisce se davvero amo Dio! I «servi buoni» della parabola sono evidentemente elogiati perché, consapevoli delle loro responsabilità, si sono impegnati a far fruttificare i talenti. I talenti sono i beni del Regno di Dio che il Signore affida ai propri discepoli. La grande responsabilità dei discepoli del Cristo, ancora oggi, consiste proprio in questo, fare fruttificare i propri talenti, ovverosia, i propri doni personali. Soltanto in questo modo anche ciascuno di noi potrà divenire il continuatore dell’opera di Gesù, ciascuno però secondo la propria capacità. Il terzo servo, vale a dire quello «malvagio e pigro» non si è fidato del padrone e ha avuto paura di rischiare. Il terzo servo, quindi, diviene un personaggio importante, perché questi fa del padrone un ritratto poco attraente e riceve una dura punizione. Se di per sé, mettere al sicuro il proprio talento, oggigiorno, specialmente nell’ambito della gestione delle risorse economiche finanziarie è una condotta prudente, non è per nulla così quando si tratta dei beni del Regno di Dio. Non si deve quindi e, in alcun modo, «interrare» la Buona Novella. Quest’ultima, infatti, è una grande potenza di salvezza che deve, necessariamente, essere sprigionata e diffusa. Questo servo raffigura, altresì, tutte quelle persone che si collocano, nei confronti del Signore, in maniera completamente falsata perché ostentante, è il rifiuto della generosità divina. Il cristiano, invece, è ben consapevole che far fruttificare i talenti nell’attesa del Regno di Dio, non soltanto non è un azzardo, bensì, è l’unico modo, utile e concreto, per essere poi premiati dal Padre Eterno di là da ogni speranza umana. Se qualcuno talvolta si è comportato come il terzo servo, significa allora che sovente si è giunti a dubitare del messaggio di Cristo o dell’urgenza di diffonderlo. E’ impensabile attendere il ritorno di Cristo senza trafficare i doni, che il Signore stesso ha concesso alla sua Chiesa. L’attesa autentica di Cristo consiste, infatti, nel far fruttificare proprio tutti i doni ricevuti. Una vita terrena e, quindi, anche una qualsiasi attività umana, dissociata dall’esercizio costante di fruttificare i propri talenti, rimane sfornita di ogni valore autentico, umano e cristiano. Sono i «talenti» stessi che tutelano la dignità dell’uomo e, altresì, forniscono un valore alla nostra esistenza. Essi sono una sorta di riserva di energia, assai preziosa, alla quale ciascuno può e deve attingere per ottenere forza e benessere. Dove regna invece l’apatia, che cosa rimane allora di autenticamente valido? Tutto rischia di svalutarsi persino l’essere umano e, non soltanto la valuta monetaria europea. I fedeli cristiani, oggi, ne sono davvero convinti? In questo bisogno di tornare a far fruttificare i propri talenti, per restituire nuova validità, stabilità e forza, vigore, dignità alla nostra esistenza terrena, quotidiana; ebbene, un ruolo fondamentale è proprio svolto dalla «rivalutazione dei propri talenti». Quest’ultima funzione, sarà particolarmente indicata anche per porre un limite alle ragioni dei «forti», alle pretese dei prepotenti, al fine di ridare spazio alla dignità degli «ultimi».
I «cristiani» sono chiamati ancora una volta, anche attraverso l’azione pastorale dei propri pastori (vedi l’azione insostituibile del parroco) a ricostruire i loro rapporti, tanto sul piano personale, spirituale, che scolastico o professionale, secondo una logica di comunione. Tutto questo comporta, per ciascuno di noi, l’assunzione di atteggiamenti di disponibilità, di accoglienza, di convivialità; in altre parole, tutto questo esige un profondo interscambio all’interno della propria comunità di appartenenza. La stessa parabola dei talenti può sicuramente aiutare a capire, proprio, come ciascuno di noi è chiamato a «far fruttificare» i propri doni personali, e ad accogliere le «ricchezze altrui», nella missione educativa cristiana condivisa. La stessa missione cristiana condivisa è arricchita proprio dalle differenze di cui gli uomini sono portatori, sia nelle persone consacrate (vedi i nostri sacerdoti e le nostre suore), sia nei laici, laddove convengono in unità, espressioni di carismi diversissimi. Questi carismi non sono altro che doni differenti, con i quali lo Spirito Santo arricchisce la Chiesa e il mondo intero. Nelle nostre comunità, dunque, la reciprocità delle vocazioni, il fruttificare dei talenti, sempre evitando qualunque contrapposizione, si colloca come prospettiva assai feconda per arricchire la valenza educativa della nostra stessa comunità (di appartenenza). Articolata quindi nella diversità delle persone (e delle vocazioni) allora la mia comunità, vivificata dal medesimo spirito di comunione, dinanzi a una prorompente fruttificazione dei talenti, non potrà non esprimere all’esterno la varietà e la bellezza delle diverse vocazioni e la fecondità sul piano educativo. Se anche il «cristianesimo» è dono di Dio, esso è altresì portatore di «talenti peculiari», grazie al proprio patrimonio di esperienze millenarie, conoscenze, insegnamenti, dei quali numerosissimi «fedeli cristiani» sono custodi. Per questa ragione sostanziale, il «cristianesimo» è anche sinonimo di saggezza e di equilibrio. Con la sua stessa presenza, il «cristiano» ricorda a tutti e, specialmente, ai giovani che anche la vita terrena è sostanzialmente una «parabola», con un suo inizio e un termine. Per ritrovare la propria pienezza, dunque, il «cristiano» esorta (tutti) a riferirsi sempre a valori non effimeri e superficiali, bensì, solidi e profondi. Ogni momento è propizio per «far fruttificare» anche quel talento depositato in noi con il Battesimo, che riverbera l’intera esistenza terrena di ogni uomo, vissuta «tra» la risurrezione di Cristo e quella di ciascuno di noi. Quest’offerta suprema di comunione con Dio nell’eternità «tiene al corrente», comunica, rende noto, la vita presente, sia a livello sociale, sia a livello individuale. Questo elemento rileva altresì la necessità di incoraggiare a intraprendere tale percorso con l’aiuto della Grazia, in particolar modo, attraverso i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Rimane da illuminare, forse, ancora un aspetto della parabola di oggi. In tanti millenni di storia, l’essere umano si è per così dire assuefatto a tutto, tuttavia, a una cosa evidentemente non si è mai abituato: all’ingiustizia. L’uomo continua, infatti, a percepirla come intollerabile. L’uomo si ribella sempre all’idea che il sopruso debba rimanere impunito e, trionfante per sempre. Il giudizio finale risponderà proprio a questa sete di giustizia e, si farà chiarezza, è proprio il caso di dirlo, definitivamente. Abbiamo visto uomini accusati di aver danneggiato altri, piuttosto che aver messo a disposizione i propri beni o talenti e, così ogni sorta di sopraffazione contro i deboli rimane ancora impunita. Costoro farebbero bene a non illudersi troppo, poiché il vero giudizio deve ancora iniziare. Anche se costoro dovessero terminare i propri giorni in libertà, temuti, onorati, persino con un maestoso funerale religioso, non avrebbero comprato alcun vantaggio (per la vita eterna). Il vero Giudice ci aspetta dietro la porta, a lui non è possibile bleffare, perché Dio non si lascia, in alcun modo, corrompere. Che sarà di coloro dunque che non hanno messo a disposizione i propri talenti?
32° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 6 Novembre 2011
Sapienza 6,12-16; Salmo 62 (63); 1° Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13
«Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l'olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l'olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: "Ecco lo sposo! Andategli incontro!". Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: "Dateci un po' del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono". Le sagge risposero: "No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene". Ora, mentre quelle andavano a comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: "Signore, signore, aprici!". Ma egli rispose: "In verità io vi dico: non vi conosco". Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora».25,1-13: Parabola delle dieci vergini (cfr. Luca 13,35-38). Questa celebre parabola s’ispira al tradizionale corteo che accompagnava la sposa nella casa dello sposo. 25,1: Lampade (o fiaccole) che solitamente si utilizzavano nei cortei nuziali fatti all’aperto e, altresì, in altre circostanze (cfr. Giovanni 18,3); in particolare le fiaccole erano composte di alcuni bastoncini lunghi e sottili, fasciati alla sommità da panni imbevuti d’olio. Le lampade, viceversa, erano adoperate verosimilmente negli ambienti chiusi. 25,6: Lo sposo della parabola è il Cristo, che ritornerà senza che se ne sappia né il tempo né l’ora.
La pagina evangelica di questa domenica narra la celebre parabola delle vergini invitate alle nozze. Nel linguaggio di Gesù, la festa nuziale è pertanto un simbolo. Gesù, come Sposo, è un grande simbolo del Nuovo Testamento. Egli è il simbolo del Regno dei cieli, della salvezza finale, della vita beata, realtà alla quale oggi siamo tutti chiamati e che nel disegno divino, come per altro nel desiderio umano, rappresenta il termine ultimo dell’esistenza, il compimento della nostra vocazione cristiana. A questa salvezza è necessario tendere con perseveranza e senso di grande responsabilità (come riferisce San Paolo nella sua lettera ai Filippesi 2,12). Il testo sacro presenta, come ben sappiamo, due categorie di persone, entrambe desiderose di entrare alla festa; ciò nonostante queste due categorie sono totalmente differenti per il loro comportamento. Un primo gruppo è composto di «vergini sagge», le quali portano con sé, insieme con le lampade per rischiarare la notte, anche la scorta di olio per alimentarle (prevedendo che l’attesa avrebbe potuto prolungarsi). L’altro gruppo invece è costituito da quelle che non vi hanno pensato e all’arrivo dello sposo si trovano con le fiammelle vacillanti e nell’impossibilità di rifornirsi di olio. Il risultato è ineluttabile: le prime entrano e le altre restano escluse, vittime della loro stessa stoltezza. Gesù conclude: « … Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora … »: questa raccomandazione rimanda inevitabilmente al tema della «vigilanza». Parole come, sorveglianza, attenzione, cura, ebbene nel Vangelo non sono per nulla indicazioni casuali, marginali, meno importanti. Le ritroviamo sovente nei testi sacri che guardano nuovamente alla seconda venuta di Cristo e, il nostro incontro con il Signore. Il brano di oggi riferisce appunto dell’attesa e del modo di viverla e desidera avvertire ciascuno di noi a prestare molta attenzione a non terminare la nostra esistenza terrena con un «nulla di fatto». Sapienza, saggezza e lungimiranza consigliano, pertanto, a instradare la propria vita terrena (e quella futura) senza «perder tempo». E’ la stessa Parola di Dio che sostiene ancora una volta che, per l’uomo saggio, per chi ha buona volontà, non è impossibile conseguire la sapienza necessaria e la sicurezza relativa per orientare la propria vita verso la casa del Padre. E’ indispensabile, tuttavia, desiderare di correre incontro al Padre, sempre; perché quando giungerà, l’ora della nostra morte, oggi, domani, dopodomani, non sappiamo, saremo chiamati a partecipare alla sua gloria, per l’eternità. Per accedere alla vita eterna, è assolutamente necessario rimanere vigilanti, in attesa dello sposo che giunge improvvisamente e senza alcun preavviso, pronti a rispondere, secondo la stessa raccomandazione di Gesù, non appena Egli ci chiama personalmente. Per tutti sopraggiunge il momento decisivo nella vita, nella quale, non si può, non pensare alle realtà ultime. In questa circostanza siamo chiamati a distinguere tra le realtà che passano e, quelle che restano. A questo discernimento desidera richiamarci la Chiesa stessa ora che stiamo per raggiungere, ormai, la fine dell’anno liturgico. Siamo tutti invitati a interrogarci sulle grandi domande fondamentali: chi siamo? Da dove veniamo e, verso dove siamo diretti? Che senso hanno (per ciascuno di noi) la vita e la morte? Il «cristiano» non cerca mai risposte inservibili confidando nei chiaroveggenti o negli astrologi e, non cerca tantomeno rifugio nell’esoterismo e, nemmeno s’immerge nel fanatismo religioso fondamentalista. La vera risposta c’è donata unicamente dal Vangelo di Cristo che presenta un destino di luce, conquistato attraverso la pazienza, la speranza e l’amore. Venendo nel mondo, Gesù Cristo è entrato nella storia per imprimere alla vicenda umana una svolta radicale, iniziata con l’inaugurazione del Regno di Dio. L’attuazione sarà pur lenta, ma è progressiva. Quando la pienezza sarà stata raggiunta, allora Cristo «consegnerà il Regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti» (cfr. 1° Lettera di San Paolo ai Corinzi 15,24.28). Nell’attesa di questa pienezza i cristiani devono essere vigili, attenti e operosi (esattamente come le vergini sagge del Vangelo di oggi). Aperto ai segni dei tempi, il fedele cristiano vive con intensità e serenità il presente, guidato dalla Parola di Cristo, ciò nondimeno, è in attesa della parola definitiva del Padre Celeste (Dio Giudice). « … Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora … »: stiamocene certi che lo sfondo della parabola delle dieci vergini, dunque, non è la morte, ma, il ritorno del Signore! Per il «cristiano» allora, i due aspetti, in pratica coincidono. E’ bene allora, in questo mese di novembre, soffermarsi a riflettere sul tema della morte, perché in questo mese, più di ogni altro, il tema della morte è presente nei pensieri di molti fedeli. Sul tema della morte, la fede cristiana cosa ha ancora da appurare? Che la morte c’è e che è il più grande tra i grandi problemi dell’uomo, ciò nonostante, Gesù Cristo ha vinto la morte! La morte (umana) quindi non è più la stessa di prima, perché è intervenuto un fatto decisivo! Ci si domandi allora come Gesù Cristo ha vinto la morte? Sicuramente non evitandola, Egli l’ha vinta ingurgitandone in sé tutta l’amarezza, tuttavia, il Signore l’ha vinta dall’interno e, non esternamente. Noi cristiani non abbiamo per nulla a che fare con un sommo sacerdote che non sappia compatire la nostra paura della morte. Gesù Cristo è ben consapevole di cosa sia la morte se, per ben tre volte nei Vangeli si legge che (il Signore) pianse e, addirittura in due occasioni lo fece dinnanzi al dolore per un morto. Nell’orto degli ulivi, il Signore ha vissuto (fino in fondo) la «nostra» esperienza umana dinnanzi alla morte stessa: «Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e […] cominciò a provare tristezza e angoscia». Il grido che Gesù lancia quando è appeso in croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» indica che Gesù stesso si è addentrato nella morte esattamente come noi, come un uomo qualsiasi che varca una soglia completamente al buio, non vedendo cosa lo può attendere al di là. Un’incrollabile fiducia nel Padre Eterno, tuttavia, fece esclamare a Gesù: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Quell’uomo conteneva dentro di sé il Verbo di Dio che non può assolutamente morire! La morte, quindi, non ha potuto inghiottire Gesù, viceversa, ha dovuto restituirlo alla vita piena! La morte è dunque un passaggio, ovverosia, una Pasqua. L’annuncio cristiano contiene ben altro, Gesù, infatti, non è morto per sé, non ha lasciato all’umanità semplicemente un esempio di morte eroica, Egli è morto per tutti (cfr. 2° Corinzi 5,14) ed Egli ha provato altresì la morte a vantaggio di tutti (cfr. Ebrei 2,9). In conclusione, allora, come prepararsi a quel giorno e, a quell’ora? In quale «tradizione profetica» s’iscrivono le parabole e gli insegnamenti sullo Sposo? Ritornando per un momento alla parabola di oggi, è corretto sostenere che non si devono porre falsi problemi circa una cosiddetta mancanza di carità, nei riguardi delle vergini sagge. Così facendo, si porterebbe a termine una lettura moralizzante del testo sacro. L’insegnamento terminale della parabola non sta proprio qui. Ciascuno di noi, oggigiorno, deve essere vigilante nell’attesa del Signore. Nessuno (di noi) può esserlo al posto di un altro! Le «vergini sagge» sono evidentemente orientate, con tutta la loro vita, nella prospettiva saggia del ritorno di Gesù Cristo e, sono pertanto già pronte ad accoglierlo. Si possa allora vivere e operare in modo tale da essere pronti ad accogliere il Signore che viene. Preghiamo insieme il Signore affinché si possa, ogni giorno, ripetere con profonda nostalgia dello spirito: «Ha sete di te, Signore, l’anima mia». Rimaniamo sempre desti e vigilanti! Nessuno si scoraggi a cercare, sempre, il Signore! Non si perda mai di vista il nostro cammino. La stessa Eucaristia è il momento nel quale si ribadisce ancora una volta, «Ecco lo sposo, andategli incontro». Gesù Cristo ha istituito questo sacramento che lo rende presente in persona! Riceviamolo senza esitazione. «Le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze», quindi, entrare alle nozze, anche oggi, significa partecipare al banchetto eucaristico e ricevere il Signore.
SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI - 1 Novembre 2011
Apocalisse 7,2-4.9-14; Salmo 23 (24); 1° Giovanni 3,1-3; Matteo 5,1-12a«Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».5,1-12: Le beatitudini. Gesù proclama l’amore di Dio per ogni uomo, specie per il povero: beato perché oggetto della predilezione di Dio. Dietro le beatitudini sta la figura di Gesù, che le ha vissute in pienezza.
5,1-7,29: È il primo dei cinque grandi discorsi sul Regno. Il «monte» ha un valore simbolico. Esso richiama alla mente il monte Sinai, la santa montagna dell’Antico Testamento. Gesù convoca sul monte tutto Israele e, innanzi a esso proclama in modo conclusivo la volontà di Dio.
5,3: La povertà in spirito è la disposizione interiore di chi pone tutte le sue sicurezze in Dio solo.
5,4: Ritrovarsi nel pianto puntualizza, più di ogni altra cosa, la sofferenza patita per gli ostacoli posti dal mondo all’adempimento della volontà di Dio.
5,5: La «terra» allude prima di tutto a quella consegnata (in dono) da Dio a Israele, tuttavia, in questo luogo la «terra» è simbolo dei beni messianici.
5,6: Col termine «giustizia» s’intende in primo luogo l’adempimento di ogni dovere verso Dio: cfr. Matteo 1,19; 3,15; Luca 1,6.
5,8: Nella Sacra Scrittura il «cuore» è la sede dell’intelligenza e della volontà umana. La «purezza di cuore» corrisponde allora alla «purezza delle intenzioni».
« … A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi … ». Queste sono le parole di San Bernardo Abate, riportate in un testo antichissimo, denominato «Discorsi». Proviamo allora a trarne qualche considerazione. Sappiamo fin d’ora che anche noi, un giorno saremo simili al Signore, perché lo vedremo, davvero, così come Egli, è! Chi sono, allora, i «santi»? «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»: sì, sono proprio loro i Santi! San Giovanni nella sua prima lettera riferisce che: « … lo vedremo così come egli è … », ciò nonostante anche oggigiorno è intensissimo il desiderio di ogni credente, che è ancora costretto a incontrare il Padre Eterno solamente attraverso qualcos’altro; se questo incontro si compirà nel futuro, nel presente c’è tuttavia spazio per il desiderio! Intravedere l’Amore stesso, in una comunicazione continua con ciascuno di noi, ebbene questa è proprio l’eterna «beatitudine» del cielo! Scorgere l’Amore è, e rimane, il desiderio di ciascun uomo rinnovato nel Battesimo, confermato nella Cresima, e dimorante col cuore dinanzi all’altare, al Tabernacolo (della propria chiesa). Non sottraendosi mai a quella sorta di raggio di sole attraente che è l’Eucaristia, chi di si lascerà attrarre e infuocare da quel raggio divino, si sentirà nuovamente riaccendere il cuore del desiderio di seguire Cristo, che lo attira a sé. Non potrà non percepire il «desiderio del cielo» senza per questo fuggire dal «momento presente», senza sottrarsi alla storia, senza separarci e dimenticare gli altri fratelli, perché l'amore che porta a desiderare di intravedere l'Amore di Dio, sopra ogni desiderio di bene, porta anche a servire l’Amore stesso. Allora, oggi si la festa di tutti i santi, la festa per quella moltitudine di persone che nessuno poteva e può contare. Giorno solenne di celebrazione per il trionfo di Cristo nei Santi, perché essi hanno soppiantato il peccato proprio grazie al sangue dell'Agnello (vedi il Libro dell’Apocalisse c. 12). E’ festa per ciascuno di noi, perché oggi noi siamo invitati alla consolazione di sapere che tantissimi amici, ora, nel cielo pregano per noi! Il Vangelo di oggi dimostra (ancora una volta) che nostri numerosi fratelli si sono accostati e «commisurati» con le Beatitudini stesse, fino a trovare in esse quella sorta di «carta d’identità»; anzi, queste «persone luminose» hanno accettato come modello proprio le Beatitudini, nelle quali hanno potuto verificare la loro progressiva trasformazione in Cristo Gesù. Essi sono esattamente quelle persone che noi oggi veneriamo come «santi».
I Santi sono, quindi, quelle persone che hanno respinto il peccato! Questi hanno «educato» la propria esistenza terrena, o meglio «hanno impostato il loro modo di vivere» come relazione privilegiata con Dio! Hanno risposto compiutamente alla loro vocazione, facendo fruttificare i doni innumerevoli concessi dal Padre celeste. I Santi (come sostiene l’Apocalisse) sono quelli che stanno davanti al trono di Dio e, all’Agnello, avvolti in vesti candide. Questo candore lo hanno potuto raggiungere, proprio, attraverso la via della grande tribolazione e, della donazione di sé. In questo modo, quali figli fedeli e fiduciosi, si sono consacrati esclusivamente a Dio Padre. Ciascun battezzato, oggi, poiché figlio e consacrato, è Santo di Dio e per Dio. La santità battesimale cresce in ciascuno di noi quando riceviamo i sacramenti, preghiamo abbandonandoci tra le braccia paterne di Dio e, operiamo il bene degli altri per amore. Il nostro impegno dinanzi al Vangelo, oggi, è forse scarso o carente? Ebbene, se vogliamo analizzare bene le parole di Gesù, ci accorgiamo subito che nelle parole stesse del Signore sono proclamati «beati», paradossalmente, gli «sconfitti» della storia. La parola «beatitudine» deriva dall’espressione greca «makàrios» che significa «beato», «felice». L’utilizzo di una terminologia tecnica («macarismo») vale a dire «beatitudine» indica, quindi, un genere letterario che è quello di proclamare quell’uomo (partecipe della gioia di Dio) che ha scelto di seguire, definitivamente, le «vie» della giustizia e della verità. Perfino nell’Antico Testamento era già possibile intravedere questo «genere di espressione», avente però una sfumatura «sapienziale», vale a dire morale ed esistenziale. In sintesi, si ottiene la vera gioia non vincendo, o realizzando qualche opera buona, bensì adottando un atteggiamento comportamentale radicale, fatto di donazione e di distacco. Le due «beatitudini» che coinvolgono «spirito» e «cuore» sono entrambe, evidentemente, molto indicative. Nel linguaggio biblico, tutti questi termini non indicano un’intimità o una spiritualità astratta, bensì, auspicano a una scelta che si radicalizzi nella profondità della coscienza e si espanda in tutto l’essere umano. Quello che Gesù esige (oggigiorno) dal discepolo, vale a dire da chi si professa «cristiano» (e non solamente dalla persona consacrata, sacerdoti, religiosi, ecc.) è una dedizione continua, regolare, totale e, non un semplice adempimento di norme religiose o caritative, generiche. A questo punto, ricordando le parole stesse di Gesù: « … In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me … » - (cfr. Matteo 25,40), il «cristiano» di oggi, sarà felice di poter servire ciascun fratello, perché in quest’ultimo emergono le sembianze di Gesù. In questo stesso modo, il «cristiano» di oggi eserciterà dinanzi agli uomini, come lo stesso Gesù fece allora, quella medesima carità che è il «vincolo della perfezione», con «sentimenti di misericordia, bontà, mansuetudine, pazienza» - (cfr. Colossesi 3,12.14). Le parole di Cristo non devono essere equiparate a pietre preziose da custodire interrate nei nostri caveau personali, piuttosto, esse sono come «sementi» che devono necessariamente radicarsi nelle profondità delle nostre coscienze, per poi maturare ed emergere affinché siano in grado di annunciare (a tutti) gioia e speranza! L’invito che il «cristiano» di oggi sarà capace di diffondere, tramite il suo esempio luminoso, richiamerà l’attenzione di numerosissimi uomini e donne, di questo nuovo millennio, ad accogliere l’esortazione dell’Apostolo delle Genti (San Paolo): « … La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre … » - (Colossessi 3,16-17), ponendo ogni cura affinché l’amore autentico di Cristo sia davvero il cuore, il motore propulsore, di ogni azione personale e comunitaria. In conclusione, ricordiamo anche, cosa significa l’espressione «comunione dei santi», che talvolta sentiamo udire e forse non abbiamo avuto occasione di approfondire bene. L’espressione «comunione dei santi» indica prima di tutto «la comune partecipazione di tutti i membri della Chiesa alle cose sante (sancta): la fede, i Sacramenti, in particolare l'Eucaristia, i carismi e gli altri doni spirituali (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica - Compendio - n. 194-195). Alla radice della comunione, allora, ci sia sempre la carità che non cerca il proprio interesse (cfr. 1° Corinti 13,5). La carità, infatti, muove il credente «a mettere tutto in comune» (cfr. Atti degli Apostoli 4,32), anche i propri beni materiali a servizio dei più poveri. Questo suggerisce anche la comunione tra le persone sante e, in altre parole, tra quanti per la grazia sono uniti a Cristo morto e risorto. Alcuni sono ancora pellegrini sulla terra; altri, ormai in cammino, stanno purificandosi, aiutati anche dalle nostre preghiere; altri, infine, godono già della gloria di Dio e intercedono per noi. Insieme a Gesù Cristo, formano comunque una sola famiglia, ovverosia, la Chiesa, a lode e gloria della Trinità.

