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Commento di Giovanni Medici

3° DOMENICA DI QUARESIMA – 27 Marzo 2011

Esodo 17,3-7; Salmo 94 (95); Romani 5,1-2.5-8; Giovanni 4,5-42

«Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: "Dammi da bere". I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: "Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?". I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva". Gli dice la donna: "Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?". Gesù le risponde: "Chiunque beve di quest acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d acqua che zampilla per la vita eterna". "Signore - gli dice la donna -, dammi quest acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua". Le dice: "Va a chiamare tuo marito e ritorna qui". Gli risponde la donna: "Io non ho marito". Le dice Gesù: "Hai detto bene: "Io non ho marito". Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero". Gli replica la donna: "Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare". Gesù le dice: "Credimi, donna, viene l ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità". Gli rispose la donna: "So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa". Le dice Gesù: "Sono io, che parlo con te". In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: "Che cosa cerchi?", o: "Di che cosa parli con lei?". La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?". Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: "Rabbì, mangia". Ma egli rispose loro: "Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete". E i discepoli si domandavano l un l altro: "Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?". Gesù disse loro: "Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: "Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura"? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica". Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: "Mi ha detto tutto quello che ho fatto". E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: "Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo"».

4,9: I Giudei umiliavano i Samaritani soprattutto perché, secondo loro, si erano contaminati sul piano religioso, con altri popoli (cfr. 2° Libro dei Re 17,24-41; Esdra 4,1-5). 4,10: Il simbolo dell’«acqua viva» allude particolarmente allo Spirito (cfr. Giovanni 7,37-39). 4,20: «su questo monte»: si tratta del monte Garizìm, sul quale i Samaritani avevano costruito un tempio. 4,24: L’adorazione del Padre, in spirito e verità, non è un culto che rifiuta le manifestazioni pubbliche ed esteriori, bensì, è un culto che si svolge sotto l’impulso dello Spirito e nella verità di Gesù Cristo. 4,31-38: Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano. 4,34: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato»: questa affermazione di Gesù, su se stesso, ne compendia molte altre, nelle quali egli dichiara la sua totale obbedienza al Padre. Le parole peculiari trasmesse non sono sue, bensì sono del Padre Eterno (cfr. Gv 7,16; 8,26.40; 17,8.14). Egli non compie opere personali, bensì, quelle del Padre (cfr. Gv 5,17; 8,28; 10,25.37; 14,10; 17,4). Egli non fa la propria volontà, Egli bensì, compie la volontà di colui che l’ha mandato (cfr. Gv 5,30; 6,38). 4,39-42: I samaritani prestano fede a Gesù.

Gesù sopraggiunge a Sicar, nel cuore della terra promessa, dove Giacobbe aveva fatto innalzare in origine un altare e, scavare un pozzo per bere con i suoi figli e, il suo gregge (cfr. Genesi 33,18). Sopra questo pozzo sovrasta il monte Garizim, sede di culto per la piccola comunità dei samaritani, discendenti da quella popolazione mista frutto di un’unione razziale tra scampati e, coloni assiri, impiantatasi dopo il crollo della città di Samaria (721 A.C.). Il brano del Vangelo di oggi si snoda proprio su delle linee geografiche ben evidenziate, rese anch’esse dei segni di riconoscimento di un mistero più intimo da esaminare. Il primo segno è quello dell’acqua che un qualsiasi palestinese cerca con affanno, all’interno del suo paesaggio che purtroppo è alquanto assolato e desolato, sapendo che essa non è soltanto uno strumento di refrigerio. Nella Sacra Scrittura l’acqua è una realtà tanto amata e desiderata, è simbolo di purificazione, ciò nondimeno è simbolo di vita e di fecondità. Il Padre Eterno fa scaturire l’«acqua dalla roccia» per salvare il suo popolo (Israele) e, metterlo in condizione di proseguire il percorso, per raggiungere la terra promessa! Così l’abbondanza di acqua diventa simbolo della grazia e, dell’Amore di Dio, che sono stati riversati nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo che è stato donato (anche) a noi. Non ci dimentichi mai che alcuni degli insegnamenti più importanti di Gesù possono sempre «tornare di utilità», anche in occasione di fatti quotidiani che, soltanto all’apparenza, sono poco rilevanti. E’ così è stato anche nell’incontro di Gesù, con la donna samaritana, al pozzo di Sicar. Gesù quindi coglie quell’occasione, a prima vista marginale, per asserire dell’immensa importanza di un’acqua alquanto speciale, che zampilla per la vita eterna!

Circa all’ora di mezzogiorno, Gesù rimane da solo al pozzo di Giacobbe, mentre i discepoli si sono avviati al villaggio, cercando qualcosa da mangiare. Si avvicina una donna samaritana per attingere acqua e, Gesù stesso le chiede da bere. La donna resta attonita, e gli fa notare come permane ancora il dissidio tra giudei e samaritani. Gesù non desiste e, afferma alla donna: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Questo è un invito cordiale, insistente, rivolto anche a ciascuno di noi, affinché attingiamo alla sorgente dalla quale sgorga acqua viva per la vita eterna e, il Padre Eterno, non rimanda mai l’uomo a dissetarsi a delle «cisterne screpolate», propagandate anche oggi, da ispiratori occulti e avidi di potere. Gesù pronuncia queste parole importanti, dinanzi a una donna, effettivamente ignorante e peccatrice, incontrata casualmente. Il Maestro ritiene però che anche questa donna abbia bisogno di conoscere la Verità e, di immettersi, finalmente, sulla strada della salvezza! Non ci sono mai limiti alla conoscenza della Provvidenza e, alla diffusione della Parola di Dio. Incombe su ciascuno di noi il dovere di essere strumenti di Dio, per la salvezza dei nostri fratelli, anche oggigiorno. In quell’ambiente storico, le parole della Samaritana: «Signore, dammi di quest acqua perché non abbia più sete» contengono anche la domanda fondamentale del cristiano di oggi. Il cristiano fedele non cerca un’acqua qualsiasi, seppur fresca come quella del pozzo di Sicar, ciò nonostante è alla ricerca dell’acqua che «zampilla per la vita eterna», vale a dire, è alla ricerca del Cristo col suo battesimo rigeneratore. «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, chi crede in me» (Giovanni 7,37). Mentre al demonio tentatore, nel deserto, Gesù aveva risposto che, non di solo pane vivrà l’uomo, alla samaritana risponde invece che, chi berrà dell’acqua che il Signore gli darà, non avrà più sete! Si tratta evidentemente di una sete diversa da quella abituale dell’essere umano; si tratta, in definitiva, di una sete di verità, di pace, di salvezza. Questo è quanto è venuto a donare il Signore, vale a dire il «dono di Dio» all’umanità. Un dono unico e alquanto prezioso, poiché, si tratta di ciò che può dissetare definitivamente ogni essere umano, il quale non è stato creato per «questo mondo». Il dono della Verità e della Salvezza che Gesù Cristo ha portato (per noi) è necessario e, indispensabile per dare una risposta inequivocabile alle nostre attese, là dove la ragione non basta e, soltanto la Parola di Dio tramanda ancor’oggi salde verità! La donna samaritana rimane colpita dalle parole di Gesù che, in sostanza, riporta tutto quello che aveva fatto in precedenza nella sua vita privata. A questo punto la donna si chiede se sia davvero, quell’uomo di fronte a lei, il Messia. Questa donna, al ritorno nel suo villaggio, racconta del suo incontro con il Maestro. In seguito rispondono a tutto questo con un’espressione decisa: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». A questi ultimi, era bastato evidentemente poco per condurli alla fede, poiché, Gesù si era fermato con loro. La samaritana ha svolto l’importante ruolo di messaggero che, in tempi moderni chiameremmo un’«opera missionaria». Ebbene, per divenire «missionario», non è necessario essere stato in precedenza un santo perfetto, tuttavia, anche come miserabili peccatori pentiti, possiamo (anche noi) contribuire all’evangelizzazione dei popoli. Oggi, per le strade di Modena possiamo fare la nostra parte, più santi siamo e, più saremo credibili! La fede, tuttavia, senza le opere perisce. Senza la fede, però, non c è giustificazione! Cerchiamo quindi di cogliere ogni occasione favorevole, per comunicare agli altri la nostra fede cristiana, proprio a tutti, anche a chi appartiene a religioni diverse. Le parole di San Pietro devono risuonare tra di noi anche oggi: «Siate pronti a rendere ragione a chiunque della vostra fede». Un altro segno geografico, il monte sacro dei samaritani è, da Gesù stesso, trasformato in un simbolo, vale a dire quello del vero culto. Il monte Garizim (di Samaria) era considerato un altare speciale che, intendeva contendere (per altro) al «Sion di Gerusalemme» la presenza di Dio! Gesù, viceversa, annunzia che l’«adorazione perfetta», seppur si svolga perfino in un tempio, passa attraverso un’altra dimensione, quella dello «spirito» e della «verità», tuttavia, questa espressione non deve essere compresa come se fosse l’esaltazione di un culto puramente mistico, esclusivamente spirituale e, distaccato dalla quotidianità dell’esistenza umana. L’espressione del Maestro, rimanda evidentemente ad un senso molto più profondo e intenso, quindi più «cristiano». Il culto avviato da Gesù Cristo, infatti, è quello nel quale lo Spirito Santo agisce nel cristiano fedele, tramutandolo in figlio di Dio; fondamentalmente è quello nel quale è proclamata la Verità, vale a dire, il Vangelo che è la Rivelazione della salvezza! Questo concetto è pressoché la sintesi essenziale delle nostre celebrazioni festive, in esse, infatti, lo Spirito Santo scende sulle offerte del pane e, del vino, trasformandole nell’Eucaristia che ci dispone in comunione piena con Dio, mentre la Parola di Dio, ascoltata e meditata, è la sorgente della nostra speranza ed è la Verità che guida i nostri passi. Un altro segno è rappresentato da Samaria e i suoi abitanti. Gesù, infrangendo tutti gli indugi integralisti e, i pregiudizi dell’epoca, acconsente a un dialogo con questa donna, nonostante che sia classificata dal «giudaismo convenzionale» come donna impura, eretica. Gesù, pertanto, attraverso il dialogo, conduce la samaritana a gustare, finalmente, l’acqua vera che disseta per sempre e, a celebrare il culto in spirito e verità! Questo celebre episodio è ancor’oggi un appello ai cristiani, perché frantumino preconcetti, paure ingiustificate, e annuncino proprio a tutti, con amore e con gioia, la buona notizia del Vangelo di Cristo. E’ anche un appello accorato rivolto a chi, ha vissuto fino ad oggi da «samaritano», ha condotto un’esistenza alquanto oscura, equivoca o, irregolare, perché sappia finalmente che (dietro l’angolo) c’è sempre un «cristiano» che, lo attende, Io accoglie con «qualsiasi tempo» o anche semplicemente, nel ripetersi di una giornata feriale. La narrazione dell’evangelista Giovanni è ricchissima di particolari descrittivi, quali la calura, la stanchezza del Maestro che cerca rifugio presso il pozzo, l’incontro solitario con una donna che viene ad attingere acqua. Conoscendo tuttavia poche nozioni storiche dell’epoca si può comprendere, ugualmente, quanto doveva essere strano per un giudeo rivolgere la parola, addirittura, ad una donna samaritana. All’epoca, un rabbino non avrebbe mai osato intrattenere un «dialogo» con una donna dalla vita peccaminosa e, Gesù, viceversa, intrattiene con lei un dialogo di «alto tenore», anzi altissimo, come la fede autentica, in parallelo a quella degli ebrei e dei samaritani. Approfondisce realtà immense come quelle che Dio è Spirito, che non dovrà più essere adorato a Gerusalemme o sul monte Garizim, ma in Spirito e Verità. E’ quello stesso uomo, che chiede a lei di darle da bere! Egli è il Figlio di Dio, il Messia, il Salvatore del mondo. Ebbene, queste rivelazioni avvengono eccezionalmente dinanzi a una Samaritana e, soltanto a lei, con nessun’altra persona presente. Che Gesù intenda incontrare personalmente, oggi, anche ciascuno di noi? L’episodio della samaritana dimostra proprio questo, il Signore è davvero più grande del nostro piccolo cuore e, della nostra misera fantasia umana.

2° DOMENICA DI QUARESIMA – 20 Marzo 2011

Matteo 17,1-9

«Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: "Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia". Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: "Questi è il Figlio mio, l amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo". All udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: "Alzatevi e non temete". Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: "Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell uomo non sia risorto dai morti"».

17,2: Lo splendore del volto e la nube, antichi segni della manifestazione di Dio, indicano la presenza divina (cfr. Mt 17,5). 17,3: Mosè ed Elia sono citati, probabilmente, per indicare la Legge e i profeti; entrambi i personaggi avevano avuto rivelazioni sul monte Sinai; Elia era atteso come precursore del Messia (cfr. 11,10); essi, quindi, raffigurano tutto l’Antico Testamento che aiuta a capire il mistero di Gesù (cfr. Mt 5,17). 17,4: tre capanne è un’allusione alla «festa delle Capanne» che ricordava i giorni dell’Esodo (cfr. Esodo 32,16; Levitico 23,27-34; Deuteronomio 16,13). 17,5: La «nuvola luminosa» è segno della presenza divina (cfr. Marco 13,26). 17,9: I tre apostoli saranno testimoni delle sofferenze di Cristo nel Getsèmani (cfr. Mt 26,37).

Il racconto della trasfigurazione ha da sempre occupato un posto centrale nel Vangelo, infatti, il Signore si preoccupa ora di preparare i suoi discepoli sostanzialmente all’avvenimento nodale, vale a dire, la sua morte e risurrezione. Lo splendore della trasfigurazione evoca altresì l’oscurità dell’intera Passione del Cristo, tuttavia, ha il potere di illuminarla, svelandone il significato profondo. Se Pietro, Giacomo e Giovanni hanno compreso fin qui che Gesù è realmente il Messia e, sono consapevoli che la strada del Maestro conduce inevitabilmente alla croce, tuttavia non hanno ancora compreso che la sua croce, possa celare ancora qualcosa d’immenso, la sua gloria! Per questa ragione il Padre Eterno concede a loro e per un istante, la possibilità di anticipare la Pasqua! Si tratta comunque di un’anticipazione fugace e, provvisoria, la strada da percorrere rimane (per tutti) quella della croce! L’episodio narrato nel Vangelo ha le sembianze di un’apparizione «pasquale» del Cristo glorioso, circondato dagli Apostoli e qui, rasserenati dal Maestro stesso. Essi, nonostante siano stati colpiti da tanta paura, ricevono altresì una grande consolazione dal Signore: «non temete». Quello della Trasfigurazione è molto più di un segno che annuncia la Pasqua, ormai imminente. Un altro segno è certamente quello della «voce» celeste, «questi è il mio figlio prediletto». Questa voce, risuonerà ulteriormente (e con le stesse parole) in altrettanti «scenari», disposti armonicamente, così da costituire una sorta di filo narrativo, all’interno della vita terrena del Cristo. Diversi sono anche i momenti topici della stessa narrazione, iniziando da quando la voce celeste proclama la dichiarazione sul Cristo, immerso nelle acque per il Battesimo, nel fiume Giordano. Un altro momento di enorme intensità irrompe sulla scena quando la voce avvalora il «mistero» di portata universale che, si cela nel medesimo uomo, quello originario di Nazareth e, poi «evangelizzatore» lungo le strade della Palestina. Altri due elementi distintivi li ritroviamo, al termine del Vangelo, quando il Cristo sarà elevato dinanzi al mondo e, addirittura quando, da un centurione romano sentiamo proclamare il segreto autentico di Gesù Cristo, annunciato prima dal cielo, «Davvero costui era Figlio di Dio» (Mt 27,54). Al centro della nostra professione di fede e, al centro della nostra liturgia e, della nostra spiritualità di oggi, quindi sopra di tutto, deve manifestarsi il volto del Cristo. La parola «trasfigurazione» riproduce e raffigura una trasformazione profonda, intima, che rivela la realtà imperscrutabile del Cristo e che svela, anche il nostro destino di cristiani, quali, «figli della luce». La «trasfigurazione» allora, è per noi cristiani, il segno dell’azione della Grazia che trasforma e trasfigura la nostra fragilità umana e, quindi la nostra debolezza. A proposito poi della «voce» è bene ribadire che la «voce» accompagna (ciascuno di noi) al Cristo; la «luce» trasforma (ciascuno di noi) in Lui. Inoltre, la «voce» si «ascolta» lungo tutto l’arco della Storia Sacra, la «luce» avvolge ora (ciascuno di noi) attraverso la fede e, i sacramenti; la «voce» indica (a ciascuno di noi) la «via della vita»; la «luce» inaugura il «nuovo giorno della salvezza». La narrazione della Trasfigurazione anche nella seconda lettera di Pietro, termina collegando in un unico segno, «voce» e «luce». «Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a Lui questa voce dalla maestosa gloria: "Questi è il Figlio mio, l amato, nel quale ho posto il mio compiacimento". Questa «voce» noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con Lui sul santo monte. E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino» (2° Pt 1,18-19). La Parola di Dio, allora, si è resa chiara e nitida nella persona, nelle parole e, nell’esistenza (terrena) di quest’uomo, chiamato Gesù di Nazareth, incamminato verso la croce. La Parola di Dio, quindi, non è una parola «qualsiasi»! La Parola di Dio, «racconta» chi è Dio, chi siamo noi, qual è il senso della nostra vita; è dunque una parola che indica, oggi, ciò che dobbiamo fare, insomma, la regola da seguire! A noi, oggi, non rimane che prestare attenzione, con coscienza, con obbedienza e, un’autentica volontà di conversione. La certezza della fede in Cristo e l’attesa della sua seconda venuta, sono verità garantite da due potentissime testimonianze: quella del Padre che, sul monte della trasfigurazione proclamò Gesù «il Figlio mio, l’amato» e, quella dello Spirito Santo che, soffia sull’umanità dalle pagine dei profeti. Il brano della Seconda Lettera di Pietro è, pertanto, l’unico parallelo extra-evangelico al racconto della trasfigurazione. Concentrandoci nella lettura dell’episodio di Gesù trasfigurato, sfolgorante di luce, in conversazione con Mosè ed Elia, è possibile quindi contemplare una scena, alquanto, distante dalle nostre esperienze quotidiane di oggigiorno. Essa è un’anticipazione delle apparizioni che Gesù stesso consentirà di rivivere ai suoi discepoli.

Questa è ugualmente una conferma che il Signore sarà sempre con noi. È una festa che evidentemente, non può, non, interessare tutti quelli che oggi desiderano «vivere da discepoli» del Cristo. Attraverso l’episodio specifico della vita di Gesù, il Padre Eterno è risoluto nel comunicarci, fondamentalmente, almeno due realtà oggettive. Innanzitutto, con le parole «Questo è il figlio mio prediletto ... », vuole comunicare che Gesù è veramente il Messia, il Figlio di Dio. Egli è la «pienezza della rivelazione» e, quindi, l’Onnipotente desidera rassicurarci che, seguendo Gesù Cristo, noi esseri umani siamo già presenti, sulla strada giusta, per raggiungere la salvezza! L’Apostolo delle Genti (San Paolo), ricorda a tutti che, per essere partecipi della glorificazione eterna e, avere la visione beatifica in cielo, è necessario essere «disponibili al patimento», come Gesù, per compiere la volontà di Dio, anche nella nostra stessa vita quotidiana! Come credenti, nella vita corrente, abbiamo bisogno di «momenti di trasfigurazione» o, di «autentica esperienza di Dio». Questo implica, necessariamente, intervalli di silenzio, tempi di raccoglimento, momenti di preghiera e, celebrazioni eucaristiche. Il «deserto», seppur sia percepito dai più, una realtà di scarsa consistenza o, se non inutile, ebbene, questa è comunque un’esperienza di vita alquanto preziosa e, della durata di «quaranta giorni» che, sono offerti a tutti noi, per esaminarci interiormente, per «decidere ciò che dobbiamo essere», così come Gesù Cristo ha scelto quale «tipo di Messia» divenire, rinunciando a una sorta di messianismo «tele-promozionale», perché l’Altissimo vuole essere amato per ciò che è, non, per ciò che dà. La Quaresima oggi è chiamata a essere «tempo di essenzialità», di preghiera, momento propizio per erigere una diga al «delirio quotidiano», sia che questo provenga dall’ora di palestra aerobica, piuttosto che dall’happy hour o, dal social network del momento. Dobbiamo riappropriarci finalmente di noi stessi, del nostro cristianesimo e, della nostra professione di fede. Come allora abbiamo avuto modo di dedurre, questa domenica è dedicata al «Tabor», vale a dire, allo splendore e magnificenza dell’Altissimo. Se anche noi «decidiamo di salire» sull’altura della trasfigurazione, non è per sentirci migliori o, per dimostrare di essere capaci di compiere qualche rinuncia. Salire sul Tabor, per il cristiano significa godere di un’ulteriore possibilità: vedere Dio e, la sua bellezza gloriosa. La fede cristiana, che coincide con la conoscenza autentica di Dio (e di Gesù Cristo), pone i cristiani in comunione reale e, profonda, con Dio stesso, in altre parole, (i cristiani) sono resi «partecipi della natura divina». Questa straordinaria «compartecipazione» discende dall’iniziativa gratuita ed efficace di Dio; significa pertanto che «la chiamata» è all’origine di un progetto di vita dinamico e, progressivo. Esso si avvia dalla fede consolidata, in un impegno spirituale perseverante e, culmina nell’amore fraterno e, assolutamente gratuito. La piccola sintesi dell’esperienza spirituale cristiana, offerta oggi, è il frutto di uno scambio fecondo tra esigenze originarie della fede evangelica e, le attese socio-culturali dell’ambiente nel quale vivono oggi i cristiani. In ultima analisi, «noi siamo Chiesa» che dimora all’ombra dell’Altissimo, non ci resta che sperimentare (in noi) la protezione che Gesù ha esperimentato nella sua passione e morte. Come Gesù, anche in questa vita tribolata e sofferente del 2011, abitiamo al riparo da ogni male e, siamo partecipi della risurrezione (ormai all’orizzonte del nostro cammino), gesto supremo d’amore di Dio per Lui e, per noi. La Parola di Dio dichiara che ogni essere umano è «capace di Dio», ogni uomo è chiamato a vedere lo splendore di Dio. Allora, non ci si perda d’animo! Il cammino di Quaresima faccia riscoprire a tutti la «bellezza del credere», per dichiarare a tutti gli altri di non aver incontrato nulla di più bello, nella nostra vita, se non Gesù Cristo, il Maestro! Altro che social network! Questa bellezza sia davvero un fascino autentico, sia trasparente e, presente in noi e nel nostro sorriso, per mostrare ai nostri fratelli, il volto sorridente del volto del Signore Gesù. In Quaresima si eviti, per favore, di esibire visi infiacchiti o spossati. Anche nelle espressioni di ciascuno, dovrà notarsi invece i lineamenti di un giovane, nuovo, trasfigurato (dalla luce di Dio), come chi, è già salito sul Tabor. Il brano che commentiamo ogni domenica è estratto dal «Vangelo del Cristo», ebbene, questa Parola si traduce in lingua corrente, con l’espressione, «lieto annuncio»; ciò nonostante, abbiamo appreso anche noi, dalla storia della salvezza, quanto è faticoso e lungo il cammino per raggiungere il suo pieno compimento. Come Abramo, anche noi oggi siamo chiamati a perseverare e, proseguire, andare avanti, verso il luogo che Dio indicherà! I discepoli avevano inteso che il cammino fosse finalmente terminato, al punto di «piantare le loro tende», se non altro per quanto era piacevole fermarsi in quel luogo. A tutto questo ci pensa il Signore, infatti, per ora si tratta soltanto di una visione della meta finale, da raggiungere soltanto dopo che il Figlio dell’uomo sarà risorto! «Alzatevi e non temete», sono le parole consegnate a tutti i discepoli di Gesù, qui, ora! A noi non rimane altro che «vivere e tramandare», nella certezza che Egli è «il Figlio prediletto di Dio». Signore Gesù, che cammini nel mondo, vedendo attorno a te i segni del Regno di Dio, aiuta anche noi, qui oggi, ad avere uno «sguardo luminoso» che sappia cogliere la bellezza, nella vita degli altri!

1° DOMENICA DI QUARESIMA – 13 Marzo 2011

Matteo 4,1-11

«Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, di che queste pietre diventino pane". Ma egli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra". Gesù gli rispose: "Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo". Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai". Allora Gesù gli rispose: "Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto". Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano».

4,3: Il diavolo suggerisce a Gesù di adempiere la sua missione attraverso una via diversa da quella voluta dal Padre. 4,4: La vita del Figlio di Dio è caratterizzata dall’ascolto del Padre, dall’obbedienza ai suoi disegni (cfr. Deuteronomio 8,3). 4,5: Il punto più alto era l’angolo sud-est delle mura del tempio di Gerusalemme, un punto a strapiombo. 4,7: La fede autentica non sottopone mai Dio alla prova, bensì si affida alla sua immensa bontà (cfr. Deuteronomio 6,16). 4,10: Dio è l’unico punto di riferimento, l’unica sicurezza (cfr. Deuteronomio 6,13).

Benvenuti in questo «tempo di deserto» che si chiama «Quaresima»! Esso è un tempo specifico per la riflessione, dedicato a questa vita frenetica e dispersiva. Tempo di silenzio dunque, in questa società del frastuono. Tempo privilegiato dell’ascolto della Parola, nutrimento dell’uomo: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio» (cfr. Matteo 4,4). E’ altresì un tempo per ritrovare l’essenziale, in questa società del superfluo, dove l’Assoluto viene relativizzato e ciò che è futile diventa necessario. Tempo della ricerca dell’«essere», in questa società multimediale che avvantaggia la cultura dell’«apparire»; tempo fondamentale nel quale si scopre il senso autentico della vita, l’orientamento del cammino di ciascuno di noi. La Quaresima quindi è un tempo nel quale potrebbe divenire, davvero, un’occasione preziosa per esaminare il nostro rapporto con Dio. Vediamo come! Gesù, ritirandosi nel deserto, intende consigliare gli uomini di oggi che, per vincere qualsiasi tentazione e, vivere con coerenza la propria fede in Dio, c’è bisogno di silenzio, di ascolto della Parola di Dio, di preghiera. E’ pertanto indispensabile, da parte dei fedeli cristiani, di una specifica disciplina spirituale («ascesi»). Tutte e tre le tentazioni, alle quali è sottoposto Gesù, rimandono alla «sovranità unica» e assoluta dell’Onnipotente. Dio, nella vita del fedele cristiano, non può, non, avere il «primo posto». Gesù Cristo ha contrastato e combattuto il demonio trionfalmente, ha rifiutato e ha respinto al mittente le tentazioni, affrontando il diavolo con la potenza della Parola. La Parola di Dio quindi è un dono, grande a tal punto che è capace di allontanare qualunque male, qualsiasi angoscia e amarezza. Anche a noi sarà dedicato un giorno, nel quale, ci ritroveremo in compagnia degli Angeli, come al tempo del Signore Gesù che, «gli si accostarono e lo servivano». Sono astrazioni queste, che il cristiano vede nuovamente, ogni «domenica», giorno del Signore, della Chiesa e dell’uomo. Se la «domenica» è, infatti, il giorno della risurrezione, essa non è solo la memoria di un evento passato, bensì, essa è la celebrazione della presenza viva del Risorto in mezzo ai suoi. La comunità cristiana, ogni «domenica», eleva al Padre Eterno, per mezzo di Cristo Gesù nello Spirito, il suo inno di lode e di gratitudine per l’opera della nostra redenzione. In ogni «domenica» vi è racchiusa una ricchezza che è possibile cogliere attraverso la comprensione sempre più approfondita dei riti, della Parola e, delle preghiere con cui la Chiesa celebra l’Eucaristia (domenicale). La caratteristica delle domeniche di Quaresima, è appunto quella di essere un itinerario battesimale che, la Madre Chiesa propone a tutti i fedeli cristiani, perché «celebrando con spirito rinnovato il mistero pasquale possiamo giungere alla Pasqua eterna» (cfr. Prefazio 1° Domenica di Quaresima). Vediamo ora di mettere a fuoco il messaggio del Vangelo. Nel resoconto del battesimo e, in quello delle tentazioni (Matteo 4,1-11) si scopre l’esistenza di un legame sottointeso, tuttavia, preciso. In primo luogo vediamo che è lo Spirito disceso dal cielo che, conduce Gesù verso la «prova», quindi, sottoporsi alla prova stessa deve rientrare nelle intenzioni di Dio; difatti, le due prime tentazioni iniziano con queste parole: «Se sei Figlio di Dio» (vv. 3.6). Gesù si vede così tentato di verificare, a suo vantaggio, la potenza inerente alla «filiazione divina», rivelata durante il Battesimo. Se gli stessi spostamenti di Gesù (provocati da Satana) possono apparire alquanto inverosimili, la battaglia (a colpi di citazioni bibliche) tra i due personaggi si addice più a un dibattito tra biblisti esperti contemporanei che, a un duello cosmico; ciò nonostante questo conflitto verbale, fa parte dell’ambientazione biblica e, questa è la chiave essenziale dell’avvenimento. Una considerazione da non sottovalutare è che, verosimilmente, i lettori dell’epoca dovevano essere esercitati alle narrazioni di stampo apocalittico giudaico, con l’apparizione fantastica di viaggi e rapimenti di eroi, in un procedimento letterario largamente diffuso. Se anche la scenografia può sembrare simbolica, tuttavia, non si tratta di un’inventiva. L’ordine di Gesù («vattene»), nei confronti del maligno, anticipa quello equivalente pronunciato più tardi dinanzi a Pietro: «vai via da me Satana» (cfr. Matteo 16,23). Simon Pietro invitando Gesù a sottrarsi al martirio, diviene anch’egli tentatore, «inciampo» per il Cristo e, occasione di caduta.

Amici e avversari, verosimilmente, incitarono Gesù e, forse anche più volte, a voler sfruttare a suo vantaggio, la potenza divina che era in lui, tuttavia, l’episodio del deserto, collocato agli inizi della sua missione, rappresenta la vittoria risolutiva anche su questi miserabili suggerimenti umani. Tanto profondo appare essere il significato che si cela dietro a queste «tentazioni» che, potrebbe suggerire più di una prospettiva di analisi, come quella che, l’aspetto fondamentale dell’episodio sarebbe il «rifiuto del messianismo terreno», oppure che si tratterebbe di tentazioni tipiche di ogni cristiano; per altri versi ancora, Gesù apparirebbe in questo caso come il vincitore delle tentazioni, alle quali Israele aveva in passato ceduto! In pratica, le tre ipotesi possono sintetizzarsi in un’unica verosimile enunciazione, sono le tentazioni del «Figlio di Dio». In prima analisi, Gesù è «Figlio di Dio» poiché realizza con la sua sottomissione al Padre, la vocazione di Israele, Figlio di Dio. In questo modo, Gesù replica al tentatore con versetti specifici (ripresi anche dal Libro antico del Deuteronomio) che echeggiano l’esperienza nel deserto, di Israele. Quest’ultima è l’esperienza di una manna povera che accresce, in ogni caso, la fame della Parola di Dio (cfr. Deuteronomio 8,3). E’ anche la malinconica «esperienza del dubbio» a riguardo alla potenza divina (cfr. Deuteronomio 6,16) e, l’esperienza prolungata dell’idolatria (cfr. Deuteronomio 6,13-14!), di cui l’evangelista sembra temere un pericoloso ritorno, nel sogno di un messia inteso, prima di tutto, come «dominatore politico». In seconda analisi, Gesù è «Figlio di Dio» secondo una sorta di legame d’«imitazione». Egli stesso è «imitatore» del Padre Eterno, nella sua misericordia e umiltà (cfr. Mt 11,27-29) e, guida il suo discepolo a imitare Dio e, ad abbandonarsi a Lui (cfr. 5,45.48). La disfatta delle tentazioni riproduce l’azione vittoriosa di ogni discepolo cristiano che, secondo il Salmo (91,11-12) confida nella protezione divina e, non sogna neanche per un momento, di sottomettere il Padre Eterno alla prova, per verificare la sua protezione (cfr. Mt 4,7). In terza e ultima analisi, Gesù è «Figlio di Dio», in quanto, Messia regale! Un altro Salmo che nel battesimo enunciava: «Tu sei mio figlio» (2,7) prosegue poi in questo modo. «Solo che tu me lo chieda, porrò le genti qua! Tua eredità, tua porzione saranno i confini della terra» (v. 8). A questo punto, però, è il perfido maligno che fa l’offerta a Gesù: «Tutte queste cose io te le darò» (Mt 4,9). La memoria evangelica è ben cosciente che il male e, la violenza, si celano, sovente, dietro a un «potere politico» del tutto incompatibile ai precetti divini. E’ dinanzi a queste forze ambigue che, il Messia dovrebbe assurdamente prostrarsi, per appropriarsi di una dominazione di cui, invece, dispone già! «Tutto mi è stato dato dal Padre mio», affermerà, ciò nonostante, non lo accetterà, se non dal Padre Eterno, quando Egli vincitore della morte, «ogni potere (gli sarà) dato in cielo e in terra» (cfr. Mt 11,27; 28,18). Così, dietro il «monte» dell’«ultima tentazione» (v. 8), oramai, si profila il monte dell’«incontro pasquale» (cfr. Mt 28,16) e, il dominio universale di Gesù Cristo, su generazioni di discepoli, affascinati e conquistati dal messaggio degli «Undici» che, avranno compiuto anch’essi il loro «esodo» sulle orme del Cristo! L’altura della tentazione (e anche quella di Matteo 28,16) rievocava, agli ebrei, il Monte Nebo. Questo è il luogo dell’addio di Mosè, da dove «il Signore gli aveva fatto vedere tutta la terra» (cfr. Deuteronomio 34,1). Come nei racconti dell’infanzia, Gesù è un’altra volta paragonato a Mosè (col ricordo del digiuno di quaranta giorni e quaranta notti; cfr. Matteo 4,2; Esodo 34,28), anzi più grande di Mosè. Sul Monte Nebo, infatti, era risuonato questo verdetto: «Questa terra ... tu non ci entrerai» (Deuteronomio 34,4), mentre Gesù si accinge, invece, a guidare i suoi fedeli verso la terra promessa del regno dei cieli. Nel frattempo (v. 11), avendo respinto la proposta del maligno e, rifiutato di tramutare le pietre in pani, ecco che «si avvicinano» gli angeli per «servirlo». Si dovrà tener presente altresì che, la tradizione ebraica chiama «pane degli angeli» (cfr. Salmo 77,25; Sapienza 16,20) la manna che aveva sfamato Israele, durante l’Esodo. Nella «prova», subita dal Figlio di Dio, si prefigura il cammino futuro della Chiesa. La Madre Chiesa, nata da un Battesimo che inaugura un «nuovo esodo», deve rievocare le tentazioni che Gesù stesso ha superato per lei e, soprattutto, deve rifiutarsi assolutamente di far ricorso a ogni altro potere diverso (del tempo presente), se non quello unico che proviene da Dio; è questa, sostanzialmente, l’idolatria che minaccia e regna ancor’oggi sull’umanità. In conclusione possiamo dedurre che il Padre Eterno creando l’essere umano, l’ha dotato di un grande dono: la libertà. Conosciamo, altresì, come l’uomo ha impiegato questa libertà concessa. Gesù Cristo, il «secondo Adamo», ha quindi voluto rimettere «le cose a posto», operando la nostra salvezza, attraverso la sua morte e risurrezione. Questa deve essere accompagnata, però, dalla nostra collaborazione e, dal nostro impegno permanente di conversione. Il Vangelo odierno espone le tentazioni di Gesù e, la Quaresima la ripresenta ai fedeli per ricordare che, per rimanere fedeli a Dio, è indispensabile lottare spiritualmente, combattere ininterrottamente, contro ogni sorta di tentazione diabolica del tempo presente. Anche noi, oggi, come Gesù allora e, nonostante le preghiere e i digiuni, siamo «provati» continuamente dal menzognero, o dal persuasore occulto di turno. Satana s’insinua, infatti, nella nostra esistenza quotidiana, con ogni mezzo subdolo, e, s’introduce nei nostri pensieri quotidiani e, fa di tutto per distogliere il nostro sguardo, il nostro pensiero, i nostri impegni, dall’amore del Padre Onnipotente e, dalla «via della salvezza» cristiana. Il maligno tenta di implicare il Figlio di Dio e, renderlo (a sua volta) complice nel suo piano perverso, vale a dire, quello di rovinare l’intera umanità, tentando di trovare «la quadra», per far fallire l’opera della salvezza divina. Dapprima, Satana invita Gesù a compiere gesti appariscenti e, con mezzi fantastici. In seguito il maligno cerca di persuadere ulteriormente Gesù, a seguire la via della stravaganza, del prestigio e, del potere. Diversamente da Adamo (vale a dire, diversamente dal primo essere umano) Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, non cede per nulla al tentatore e, afferma, invece, il primato del Padre Eterno, su tutte le realtà oggettive, riconciliando così la «natura umana» con quella «divina». Tutta l’esistenza umana, o meglio il «modo di vivere», è un conflitto ininterrotto contro le tendenze demoniache della malafede e della corruzione, come anche dell’immoralità e, dell’indecenza diffusa; ciò nonostante, l’esempio di Gesù Cristo dimostra, ancora una volta, come all’essere umano è concessa la libertà di scegliere, se seguire la «via della vita», sicuri del sostegno della grazia divina, o invece, accodarsi sulla «via della morte»!

9° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 6 Marzo 2011

Deuteronomio 11,18.26-28.32; Salmo 30 (31); Romani 3,21-25a.28; Matteo 7,21-27

«Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: "Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demoni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?". Ma allora io dichiarerò loro: "Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l iniquità!". Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».

Quello che stiamo per lasciare, con quest’ultima domenica, è il cosiddetto «Tempo Ordinario». E’ anche il periodo più lungo dell’Anno Liturgico diviso in due tempi, pressoché simili, di trentatré o trentaquattro settimane, disposti tra la Festa del Battesimo di Gesù e l’inizio della Quaresima, quindi dopo Pentecoste e, l’inizio dell’Avvento. Il «Tempo Ordinario» ha anche una caratteristica propria, è anche tempo di stabilire un rapporto diverso con la quotidianità della vita, le sue molteplici situazioni e, infine con le varie attività umane. Questo tempo specifico dell’Anno Liturgico si potrebbe definire come tempo di maturazione, di consolidamento della propria scelta vocazionale, tempo nel quale soprattutto i giovani sono invitati a prendere maggior coscienza della loro appartenenza ecclesiale, per realizzare la missione specifica che è stata affidata loro nel mondo. È il tempo della fedeltà quotidiana a Cristo, nel proprio cammino vocazionale intrapreso. Alla radice di ogni vocazione cristiana c’è l’incontro di grazia con il Cristo. E’ il Signore stesso che «si sistema» sul cammino di ciascuno di noi. E’ ancora il Signore che squarcia le tenebre del nostro male. E’ di nuovo il Signore che, invia nel mondo ciascun «cristiano», per annunciare la salvezza a tutti! Perché, allora, siamo «cristiani» o, per lo meno siamo definiti tali? Ce lo chiediamo, almeno qualche volta, pensando a quanti vicino a noi, ancora, non credono? Soltanto scrutando le realtà oggettive in una «lettura di fede» lo possiamo intuire. Il Padre Eterno (di là da ogni nostro merito) ha scelto ciascuno di noi per essere portatori del Vangelo di Cristo, annunciatori del Risorto. In tutto questo, nasce la gioia e, la responsabilità di essere «cristiani»! Dallo studio delle letture, proposte lungo l’arco del «Tempo Ordinario», possiamo desumere ancora una volta che, l’approfondimento della conoscenza della Parola di Dio, si presenta come un elemento indispensabile sul versante spirituale, di quella formazione permanente di ciascuno, che, si rivela sempre più necessaria per un impegno di rinnovata fedeltà alla propria chiamata (vocazione). L’importanza del «Tempo Ordinario» è, racchiusa nel Mistero di Cristo, nella sua globalità. Infine, tutto il Tempo Ordinario riproduce lo sfondo per l’approfondimento di questa chiamata e, per una risposta consapevole a essa. La liturgia, che allo stesso tempo fa memoria dei misteri, li offre poi all’esperienza della fede. In questo modo, l’Anno Liturgico diviene «educazione permanente di fede», da cui nasce e cresce (nel Signore Gesù) ogni progetto di vita. La «pastorale per le vocazioni», ovviamente, non può far a meno (anche nella nostra diocesi) di tenerne conto! Oggigiorno, assistiamo alla coesistenza di diversi nuclei di persone molto differenti tra di loro. Il primo è rappresentato da chi ascolta la Parola di Dio e, agisce di conseguenza, vale a dire come «cristiani». Esiste un altro nucleo di persone che seppur ascoltando (la Parola di Dio), preferiscono rimanere indifferenti! Particolare attenzione deve essere riposta anche sopra a quelle numerosissime persone che, non sono mai state «messe al corrente» della novità del Vangelo di Cristo (forse, a causa anche della nostra indifferenza). « … Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio … ». Questo, non, significa che la cosa fondamentale (per i fedeli cristiani) sia soltanto le opere e, non la professione di fede o, la grazia di Dio! La fede stessa non è autentica e rimane alquanto evanescente se, per il «cristiano», tutto questo non si traduce poi in uno sforzo sincero di vivere ciò che si crede! Il contrasto maggiore, allora, non deriva tanto tra «fede» e, «opere» (come spesso siamo indotti a pensare), bensì, è concentrato tra fede «vitale» e, fede «esanime»! Le parole del Signore vanno dunque messe in pratica e, quindi, devono divenire «fatto interiore» di ciascuno, espresso esternamente poi mediante le opere! I Giudei curavano scrupolosamente l’esteriorità, ciò nonostante, persero inevitabilmente l’importanza di coltivare l’intimo interiore; dunque è sempre pur vero che, non si ama Dio compiendo le opere, senza essere «provvisti» di amore cristiano! Non si ama il Signore partecipando alla Santa Messa in forma esterna e visibile, senza la piena partecipazione personale, della mente e, del cuore. La Parola di Dio, come abbiamo già avuto modo di intravedere insieme, può costituire benissimo una «via in sé», completa di santificazione. La Parola di Dio, infatti, è pienamente in grado di guidare (ciascuno di noi) alla contemplazione della Verità e, all’«esercizio quotidiano della carità». Corriamo anche un rischio che quest’ultima, potrebbe divenire una «via» soltanto «teorica»; sappiamo bene però che, con uno sforzo personale, maggiore, potrebbe divenire, stabilmente, una «via pratica»! Ritornando alla disamina del rapporto tra «il dire» e «il fare», ci sono altre peculiarità che non possiamo eludere. Oggi, la critica di Gesù è diretta ai «cristiani» di oggi! Gesù, infatti, non ci giudicherà sulla base delle nostre «invocazioni liturgiche» («Signore, Signore») e, nemmeno sulla base delle nostre iniziative prodigiose, compiute nel suo nome, ma, sulla «rispondenza» della nostra condotta «alla volontà del Padre Eterno», come Gesù l’ha rivelata in questo preciso discorso evangelico. Infine, degno di essere approfondito rimane sempre il tema della «costruzione della casa». Costruire la propria casa, rappresenta da sempre e, per ciascun uomo, un’aspirazione fondamentale o, almeno un progetto importante. Tutto ciò può essere accomunato anche con un’altra espressione tipica: «realizzare la propria vita». Anche i Salmi (dell’Antico Testamento) contengono espressioni singolari, quali «il Signore, mia roccia».

Torniamo però alla contrapposizione presentata oggi nel vangelo, vale a dire, tra la casa «costruita sulla roccia» e, quella «costruita sulla sabbia». Il «Discorso della Montagna» termina con diversi insegnamenti rilevanti del Maestro. Il Signore afferma che è giunto il «tempo dei fatti» e, non quello delle «vane parole». Nel Regno di Dio non potranno entrarvi quelli che si perdono in discorsi vuoti e noiosi, bensì entreranno quelli che fanno volontà di Dio! Il Signore raccomanda altresì di edificare la propria esistenza terrena, sulla «roccia» della sua Parola. Chi ascolta la Parola di Dio e, non la mette in pratica, edifica la sua vita, inesorabilmente, sulla sabbia. Per quanti di noi si professano «discepoli del Signore», ebbene, è ora di agire, adesso, perché è questo il «tempo dei fatti» e, non delle parole! Chi desidera veramente essere «discepolo di Gesù Cristo», allora compia davvero la volontà del Padre Eterno, vale a dire «realizzi il suo programma», quello del Discorso della Montagna, impegnando tutta la propria vita, come: pregare, volersi bene, sacrificarsi per i più bisognosi, compiere il proprio dovere di rispetto reciproco (anche quando questo costa molto), perdonare, amare i propri confinanti (o gli inquilini del proprio palazzo), fidarsi di Dio anche quando le cose, purtroppo, vanno male. Gesù, quindi, chiede, non tanto di parlare, bensì di fare! «Fare» significa lasciare che la Parola di Dio orienti, suggerisca, stimoli assiduamente, il nostro modo quotidiano di ragionare. Non da meno importanza è altresì la necessità di «fermarsi di tanto in tanto», per riflettere sulla qualità della nostra vita, ma, alla luce della fede in Cristo! Questo, significa anche interpellarsi come la Parola di Dio, accompagna ciascuno di noi, in mezzo ai problemi della nostra società civile di oggigiorno. Gesù, oggi, chiede ai suoi discepoli del 2011 di costruire la propria vita sulla roccia della sua Parola! Proprio al termine del suo Discorso, Gesù presenta un’immagine che sarà d’impatto molto efficace. Chi ascolta la sua parola e la mette in pratica, non può che edificare la propria casa (vale a dire, la sua vita) sulla roccia. Questa costruzione quando si troverà nel mezzo di una bufera rovinosa, resisterà e, sopporterà ogni azione distruttiva! Nessun essere umano deve essere lasciato solo, nonostante il dilagare dell’individualismo e del protagonismo mediatico dominanti. Queste esteriorità celano, purtroppo, profondissime solitudini umane. I giovani, soprattutto, contestano alla società civile (nella quale i più deboli sono spesso abbandonati a se stessi) una maggior attenzione sulla natura sociale dell’individuo e, sulla necessità di ricucire una minima (e, pur sempre necessaria) rete di rapporti interpersonali e, sociali. Una visione più integra del «modo di vivere» è utile a tutti. Il vangelo di oggi riprende e approfondisce questa «liturgia della vita» che, ha il suo centro dinamico nell’«amore di Dio», fonte di rapporti nuovi tra le persone. La nostra vita quotidiana è dominata, altresì, dalla fretta, dall’agitazione e, da conflitti interiori devastanti. La nostra è una «vita distratta» che dimentica, assai spesso, di porsi degli interrogativi fondamentali sulla vocazione, sulla dignità e, il destino ultimo dell’uomo. Dovrebbe, viceversa, favorire (in maggior misura) la genuinità della contemplazione. I valori affettivi, morali, religiosi, vissuti da ciascun uomo, sono, indubbiamente, una risorsa indispensabile per l’equilibrio stesso delle società civili, delle famiglie, delle singole persone. I valori affettivi autentici si muovono dal senso di responsabilità, all’amicizia, dalla non - ricerca spasmodica del potere, alla prudenza di giudizio, dalla pazienza alla saggezza, dall’interiorità, al rispetto della creazione, fino poi all’edificazione della pace. Anche quando l’esistenza terrena assume i lineamenti della debolezza, l’essere umano ha dunque motivo di non rassegnarsi ma di ritenersi, comunque, strumento della storia della salvezza. E’ bene ricordarsi (spesso) di quanto promette il Signore e, delle sue parole: «Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza» (cfr. Salmo 91,16). «Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: "Non ci provo alcun gusto"» - (cfr. Libro del Qoèlet 11,9 - 12,8). Quest’approccio particolare alla vita colpisce poi, per la sua disarmante oggettività. «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via». L’esistenza umana, quindi, come rammenta il salmista, scorre in fretta e, ben poche volte essa è indolore! Tutta la Sacra Scrittura richiama l’uomo a non farsi illusioni! L’esistenza terrena riserva (inevitabilmente) disagi, problemi, sofferenze. La vita, ciò nonostante, richiama incessantemente «a guardare a Dio», perché Egli è il «punto di approdo». Egli è la meta alla quale dirigersi sempre, anche, nei momenti di smarrimento o, di paura che ci provengono, quando percepiamo che la vita sia stata vissuta come un naufragio in mare aperto! «Costruire sulla roccia», non significa quindi sottrarsi alle difficoltà giornaliere, bensì occorre mettersi in posizione tale da uscirne, perlomeno, spiritualmente indenni. E’ proprio attraverso gli scossoni della vita quotidiana, quali emozioni, esperienze dolorose, lutti, che i «cristiani» procedono sulla strada di Dio. Se le esperienze dolorose, talvolta, mettono a dura prova la nostra fede, ciò nonostante, la rafforzano! Tutte le prove della vita, grandi e piccole che siano, fanno sentire l’essere vivente ridotto in miseria e, quindi, bisognoso dell’Onnipotente e, della sua salvezza. Attraverso questi momenti difficili, il Padre Eterno concede a ciascuno però, di entrare nel suo Regno! Questo, non è cosa di poco conto! La persona che «realizza la propria vita» sul modello di Gesù Cristo, è da Lui stesso chiamato «saggio». Nella vita umana si può conseguire la realizzazione di se stessi e, della società civile, in modo positivo, o, viceversa, equivoco, se non addirittura, disastroso. Dio chiede a ciascun uomo di scegliere il bene, vale a dire fare della propria vita, una realizzazione compiuta! Per questo motivo sostanziale il Padre Eterno ci ha donato la Parola di Dio, sempre da salvaguardare! «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia». La deduzione della nostra meditazione si focalizza sul fatto che, non è sufficiente riconoscere Gesù come Signore, per entrare nel Regno di Dio! Occorre, necessariamente, compiere la volontà del Padre che è nei cieli, come Lui stesso l’ha rivelata nella sua pienezza. Chi non compie la volontà del Padre rimane un operatore d’iniquità e, Gesù stesso, nel giorno del giudizio, non potrà pertanto riconoscerlo come suo discepolo. «Saperci amati da Dio» consente, a ciascuno di noi, di guardare al futuro con speranza! Quest’ultima, poi, nasce dalla consapevolezza che quanto l’Onnipotente ha compiuto nella morte e risurrezione di Gesù, si replicherà per ogni essere umano che, anche senza saperlo, vive come Lui. Il Padre Eterno doni sempre (a ciascuno) la gioia della sua presenza, affinché, tutte le persone di buona volontà, non abbiano alcuna paura a spalancare le porte a Cristo! La realizzazione delle fondamenta della «casa sulla roccia» è già iniziata!