
6° DOMENICA DI PASQUA – 29 Maggio 2011
Atti degli Apostoli 8,5-8.14-17; Salmo 65 (66); 1° Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch io lo amerò e mi manifesterò a lui"».
Il brano del Vangelo di oggi invoglia a riflettere sullo: «Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce». La narrazione dell’evangelista Giovanni prosegue con la vicenda di Gesù di Nazareth, come si trattasse di un vero e proprio dibattimento processuale. L’epilogo di questa vicenda è drammatico, infatti, Cristo sarà poi appeso in croce e la Chiesa sarà perseguitata. Se a prima vista l’azione del maligno e il peccato si espandono, la morte del Signore e la sopraffazione della Chiesa delle origini, segnano però l’inizio della salvezza e, quindi, il trionfo del bene sul male. In questo corso degli eventi, Cristo non è mai solo, il Padre Eterno è sempre con lui! La Chiesa avrà sempre accanto (come difensore) lo Spirito Consolatore. Procediamo, però con ordine, dal versetto quindici al diciassette è descritta la venuta del Paràclito. Se il tema della «fede in Gesù» prevaleva nella prima parte del capitolo, l’«amore di Gesù» (tema ricorrente nel Nuovo Testamento), in questo momento passa in primo piano. Chiaramente secondo l’evangelista Giovanni non c’è dissenso tra «credere» e «amare». Il comandamento unico è «credere nel nome del Figlio Gesù Cristo e amarci gli uni gli altri» (cfr. 1°Giovanni 3,23). «Amare» si manifesta attraverso la fedeltà ai comandamenti. Per ben tre volte, ai versetti quindici, ventuno e ventitré, sia la parola «comandamenti» e «amore» sono sottoposte a confronto. Ogni volta è promessa una presenza divina (dal versetto quindici al diciassette), lo Spirito verrà ad abitare in mezzo ai discepoli; dal versetto diciotto al ventuno: Gesù verrà ad abitare con i suoi; dal versetto ventitré al ventiquattro: il Padre verrà con Gesù. Così, attraverso questo triplo richiamo della presenza divina presso i discepoli, la Chiesa può vivere la sua fedeltà amando e, osservando i comandamenti. Questa fedeltà è possibile, soltanto, grazie al dono dello «Spirito di Verità» (il difensore per eccellenza). È questa la prima delle cinque volte in cui il vangelo di Giovanni nomina lo «Spirito». Sarà un altro Paràclito (Gesù al tempo della sua presenza è stato il primo). Secondo l’evangelista Giovanni le funzioni dello Spirito sono molteplici, come: insegnare, far ricordare (14,26), dare testimonianza in favore di Gesù (15,26), trionfare sul mondo (16,8-11). «Non vi lascerò orfani: verrò da voi». Il ritorno di Gesù è narrato stupendamente dal versetto diciotto al ventuno. Gesù asserisce, a questo punto, della sua presenza invisibile e, stabile, nella sua comunità in seguito alla sua risurrezione. L’ostinazione sull’osservanza dei comandamenti, intende, porre l’accento sul realismo dell’evangelista. Per capire meglio il ruolo dello Spirito Santo, nel vangelo di Giovanni, è necessario osservare come nell’Antico Testamento le figure carismatiche subentrano a un personaggio rilevante, per continuare la sua missione. Giosuè sopraggiunge dietro a Mosè, Eliseo dopo Elia, Gesù di Nazareth dopo Giovanni Battista. Nel vangelo di Giovanni, lo Spirito Santo sembra avere un ruolo «omogeneo» rispetto a Gesù. Giovanni utilizza la parola «Paràclito» per indicare lo Spirito, in questo caso è adoperata la forma «passiva» del verbo originale «parakalèo». E’ sostanzialmente colui che è chiamato, colui che viene in aiuto, colui che è testimone della difesa. Nella forma «attiva» si tratta invece del consolatore, intercessore, mediatore. In questo Vangelo il «Paràclito» è il testimone di Gesù, l’interprete del suo messaggio di fronte ai suoi nemici, in particolare al processo, il consolatore dei discepoli, in vece di Gesù, il maestro e la guida per i discepoli e dunque il loro aiuto. Dai testi di Giovanni sullo Spirito si evince qualche importante peculiarità. Innanzitutto, il Paràclito sarà in loro e, dimorerà presso di loro (14,17), insegnando poi, a ciascuno di loro, ogni cosa necessaria (14,26) e, guidandoli sulla «via della verità» (16,13). «Prenderà» da Gesù, «per dare» ai discepoli (16,14), glorificando Gesù stesso (16,14) e, rendendo testimonianza di Lui, facendo tornare alla mente dei discepoli tutto ciò che Gesù ha detto in precedenza (14,26). Non parlerà da se stesso (16,13), dirà unicamente quanto sentirà. Il mondo non lo può accogliere (14,17), non lo vede, né lo conosce (14,17). Lo Spirito darà testimonianza in favore di Gesù, di fronte all’odio del mondo (15,26). Lo Spirito confuterà, altresì, il mondo in fatto di peccato, di giustizia e, di giudizio (16,8). Il tratto saliente della presentazione (dell’evangelista) è che il Paraclito appare come un altro Gesù. Verrà come Gesù (5,43; 16,28; 18,37). Poiché è un «altro» Paràclito, significa che Gesù era il primo. Anche il Cristo è Spirito di verità (14,6), il Santo di Dio (6,69). Presso i discepoli, lo Spirito svolge un ruolo simile a quello di Gesù. La conoscenza dello Spirito e di Gesù è riservata ai discepoli (14,7.9). Come lo Spirito, Gesù rimane nei discepoli (14,20.23; 15,4.5; 17,23.26). Lo Spirito li conduce verso la verità (14,6), li istruisce (6,59, 7,14.28; 8,20). Lo Spirito dichiara le cose che devono venire (4,25-26). Come Lui, Gesù rende testimonianza (8,14); non è accolto (5,43; 12,48). Come Gesù (7,7) lo Spirito attesta contro il mondo. Se lo Spirito «rimanda» a Gesù, «attraverso» i fedeli cristiani si esprime pubblicamente. E’ quella presenza interiore che, sostanzialmente, trasforma i discepoli stessi di Gesù, anche oggi! Come lo Spirito, i credenti daranno testimonianza (15,27), o per meglio dire, lo Spirito agirà per mezzo di loro e in loro.
Proseguendo nella nostra disamina ci sentiamo di affermare (a questo punto) che lo Spirito Santo è sempre all’origine della Chiesa, generandola, animandola, sostenendola. Questo Spirito, che ogni cristiano ha ricevuto nella Confermazione, lo rende pronto a rispondere a chiunque domandi «ragione della speranza che è in noi». «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Talvolta l’uomo contemporaneo s’interroga sul proprio rapporto con Dio, ebbene, Gesù stesso ha indicato la natura di questo rapporto, nel più grande di questi comandamenti: «Amare Dio con tutto il cuore», quindi, si tratta di un «rapporto d’amore»! Sarà utile evidenziare anche, con quali contenuti. Gesù asserisce chiaramente: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Allora, l’amore verso Dio non può limitarsi ad un sentimento o, ad un candido sentimentalismo. Si tratta, viceversa, di un amore attivo, positivo. Osservare i suoi comandamenti, seguire la volontà del Padre Eterno, significa mettersi a servizio della sua causa, per il bene fondamentale dell’umanità. E’ questo sostanzialmente un amore tangibile, fatto di opere, specialmente nella carità e, al servizio dei bisognosi. Tutto questo non significa, però, confondere l’attività con l’attivismo sfrenato. Anche Gesù rimproverava a Marta (sorella di Maria) di occuparsi di troppe faccende. Il rapporto di amore con l’Onnipotente ha bisogno anche di momenti di intimità e, di solitudine, tuttavia, sempre allo scopo di trovare la forza in seguito di agire secondo la sua santa volontà. Amare Gesù richiede l’obbedienza ai suoi comandamenti, i quali, pur essendo dieci di numero, sono tutti portati alla perfezione, dal Signore; ciò nonostante, nell’«obbedienza» rientra anche il compito di «annunciare» Cristo! Questo è un invito al quale non ci si può sottrarre, come anche quello nel quale vi rientra la lezione sul pregare. Amare, obbedire all’amore, sono tutte funzioni tipiche del «cristiano» che, sono inscindibili. Chi conduce questa esistenza terrena, non può, non, conoscere lo Spirito Santo! Un uomo così è, sicuramente, un soggetto che «l’ha visto fare» nel Cristo, «l’ha letto» nel Vangelo; poiché, il Vangelo è vita, il Vangelo è Cristo! L’ha appreso studiando la vita dei santi, o addirittura ne è stato testimone oculare. L’uomo che non è in grado, ancora oggi, di riconoscere la presenza del Risorto tra di noi, è una persona che non lo vede, non l’ha visto e, non lo vuole nemmeno scorgere e, in conseguenza di ciò non lo accoglie, non ne conosce l’azione soprannaturale. Ai discepoli di oggi, Gesù afferma ancora una volta, «Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi». Sono parole pesanti queste che fanno comprendere come la Pentecoste richiama insistentemente, ciascun cristiano, a incrementare l’intensità dell’azione dello Spirito Santo! Oggigiorno è davvero complicato spiegare che, è necessario portare su di sé la croce di Cristo, specialmente quando la stessa croce è sovraccaricata da ingiustizie umane ben visibili! La «sentenza di condanna» di un innocente, non è affatto un atto di giustizia, per chi pronuncia questa sentenza. Pertanto, la croce è, e resterà pesantissima da muovere, tuttavia, alla luce del Vangelo di Cristo, essa diviene «giustizia» poiché sconta già una colpa, donando (agli uomini di oggi) la salvezza divina misericordiosa. Cristo è colui che ha espiato tutti i nostri peccati, ciò non di meno, la Madre Chiesa, ovverosia, la sua Sposa è stata associata, in modo del tutto subordinato, al Suo Signore. La croce, seppur percepita ingiustamente, allora, divenga per davvero un valido strumento di giustizia (altissima), dinanzi a Dio Padre, giacché il Padre Eterno ha tanto amato l’umanità, da inviare sulla terra il suo Unigenito Figlio. L’ingiustizia umana subita, però, non dispensa nessuno dalla giustizia verso Dio; il Padre Eterno ci ha amato per primo! Seppur nell’ingiustizia subita, l’uomo che è in grado di donare il proprio amore a Dio, fa crescere inevitabilmente l’amore autentico cristiano e, fa sì che il Cristo si manifesti; in questo modo, conoscendolo, sempre di più, si ama maggiormente e, più si adora il Signore, con maggior intensità, si annuncia il Vangelo di Cristo lungo le strade del mondo. « … lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce». Lo «Spirito di Verità» che scenderà sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste, continua ad essere presente oggi nella Chiesa, anzi ne è garante dell’insegnamento, perché sia sempre conforme alla Verità! Il primo compito della Chiesa è proprio quello di annunciare al mondo, in tutti i tempi, la Verità che accompagna alla fede e, conduce alla salvezza. Una Verità che evidentemente non giunge dagli uomini, bensì, da Dio stesso! «Non vi lascerò orfani: verrò da voi». Anche se ancor’oggi è difficile annunciare questa Verità agli uomini, è bene non avvilirsi mai. Accreditare presso gli uomini la Verità del Vangelo, esige altresì una testimonianza cristallina da parte dei «cristiani» di oggi. Lungo l’itinerario della nostra esistenza terrena, non siamo mai dai soli, poiché Gesù Cristo, è risorto e, resterà sempre con noi. In conclusione, noi «cristiani» per recare a tutti l’annuncio della salvezza, dobbiamo prender coscienza di aver bisogno di un sostegno sicuro, contro le difficoltà e, le tribolazioni quotidiane, vale a dire, lo Spirito Santo! I discepoli di Gesù continueranno ancora a lungo l’evangelizzazione, in ogni angolo della terra, con l’aiuto dello Spirito Santo. E’ Gesù stesso che promette lo Spirito di Verità e, questa sarà la chiave di svolta per comprendere, integralmente, i suoi insegnamenti. Gesù con la sua morte e, con la sua risurrezione, ci ha procurato un grande dono realizzandoci «uomini nuovi», quindi, «cristiani della gioia» e, «nella gioia»! Inoltre, non dobbiamo mai disdegnare la «preghiera di domanda», dobbiamo soltanto avere l’accortezza di farla sempre e, nel nome di Gesù Cristo!
5° DOMENICA DI PASQUA – 22 Maggio 2011
Atti degli Apostoli 6,1-7; Salmo 32 (33); 1° Pietro 2,4-9; Giovanni 14,1-12
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via". Gli disse Tommaso: "Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?". Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto". Gli disse Filippo: "Signore, mostraci il Padre e ci basta". Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Gesù è la «via» che conduce al Padre. Probabilmente Filippo, uno degli apostoli presenti, desiderava avere una manifestazione del Signore assai più convincente, gloriosa, rassomigliante alle antiche teofanie. Quest’Apostolo capirà in seguito che la manifestazione autentica di Dio è la persona stessa di Gesù Cristo! Gesù, nel Vangelo di oggi, si presenta dapprima ai suoi discepoli, come «Via», «Verità» e «Vita» di ogni essere umano. Egli è la «via» che conduce a Dio, attraverso la «verità» della sua rivelazione, il Vangelo. Egli stesso fa approdare a quella «vita» divina, che già condivide con il Padre e, lo Spirito Santo! Gesù dichiara di essere la «vita». Egli, si presenta come l’«unica vita» che consente ciascuno di vivere realmente e, rende autentica la nostra esistenza. La morte tuttavia continua a spaventare gli uomini. Essa però non avrà l’ultima parola, perché esiste una vita nuova, dopo la morte. Per l’uomo di oggi, non c’è, dunque, alcun motivo di turbamento, perché per mezzo di Gesù Cristo parte della nostra fragile umanità, è già entrata nel mondo di Dio. Questo deve essere di garanzia per tutti, non soltanto per i credenti. La dipartita finale (vale a dire la morte), quindi, non può distruggere l’amore, né cancellare la comunione con Dio; essa, non può separarci dal Padre Eterno che abbiamo già iniziato ad amare, su questa terra! Esiste ancor’oggi la necessità da parte degli uomini (di oggi) di credere e, di impegnarsi (in prima persona) molto di più! Una migliore conoscenza di Gesù Cristo e, una sequela costante, indubbiamente renderebbe i «cristiani» testimoni nel mondo, assai più credibili e, con annesse indicazioni concrete di quella sua stessa vita che Egli ci ha portato. Allora forse è bene domandarci, possiamo affermare che la nostra vita riflette quella di Cristo? Come viviamo la nostra fede in Lui, ma soprattutto, quanta dose di coerenza c’è tra la nostra fede e, la vita di ogni giorno? Quale impegno riponiamo per far conoscere Gesù agli altri uomini? «Io sono la via, la verità e la vita», Gesù pertanto è la «via» che conduce al Padre Eterno, attraverso la «verità» della sua rivelazione, il Vangelo; Egli quindi conduce l’essere umano all’approdo di quella, «vita» divina che Egli stesso condivide con il Padre. Gesù è sia l’avvio, sia la meta, sia il fondamento e l’architrave della Chiesa di Dio; è altresì la sua base terrena e, il suo vertice celeste. «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me». Il Figlio di Dio realizzandosi essere umano, non cessò di essere Dio, tuttavia, restando vero Dio, iniziò a essere anche vero uomo. Gesù, alla presenza dei suoi discepoli, ha parlato numerose volte del Padre suo che è nei cieli, al punto tale da suscitare una domanda spontanea di Filippo, quale questa: «Signore, mostraci il Padre». La risposta del Maestro non si è fatta attendere. «Chi ha visto me, ha visto il Padre». La vera identità di Gesù consiste in quella di essere con il Padre, una cosa sola! Dio è uno solo ma in tre persone uguali e, distinti che sono la Santissima Trinità. Le tre persone della Santissima Trinità si chiamano «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo». Ogni «persona» della Santissima Trinità è Dio! L’uomo non avrebbe mai potuto conoscere la vera identità di Dio se Egli stesso non si fosse rivelato nel «Figlio». Dio, poiché si è rivelato come «Padre», Gesù ci ha insegnato a conoscerlo e a pregarlo, tuttavia, non da «padrone», non da «giudice», non da «sovrano», bensì, da «Padre Nostro». Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e, servirlo in questa vita e, per goderlo poi nell’altra, in Paradiso! La morte di un proprio caro, pur essendo un momento tremendamente doloroso, «non ci strappa» per sempre la persona amata dai nostri affetti, non è dunque un «addio», ma, un «arrivederci»! «Educarsi al saper morire» potrebbe sembrare un’espressione agghiacciante, sicuramente non tanto consona alla mentalità corrente (dell’uomo secolarizzato), la quale al massimo, propone di vivere, questa esistenza terrena, come unica possibilità offerta e, vedere la morte come traguardo insuperabile della vita e, di fronte alla quale giungere, almeno, in modo dignitoso. Ebbene, qual è la dignità della vita e, della morte per i cristiani di oggi? Quale prospettiva apre all’ansia dell’uomo contemporaneo? Perché s’impone un desiderio di immortalità individuale? Come si esprime il Vangelo? «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via". Da queste parole si deduce allora che non si tratta di «un addio» dunque, ma, di un «arrivederci» e, non si percepisce nemmeno il senso del distacco, bensì, della continuità!
Il «dolore del momento presente» e, l’«attesa del futuro», sono due energie assolute che «convogliano», verosimilmente, anche la vita di ciascuno di noi: il dolore denuncia l’insostenibilità del presente e apre, come desiderio, almeno, ad una liberazione nel futuro. Al popolo dell’Antico Testamento non furono sottratte queste due esperienze fondanti che, anzi, tramite di esse, Israele espresse ulteriori fisionomie sostanziali della sua concezione religiosa individuale e collettiva. Il fatto poi che il Cristo sia «scomparso» dal sepolcro, quando è risorto, può essere compreso soltanto se si comprende (e s’accetta) l’idea che Egli è passato attraverso il muro del tempo e dello spazio, per salire verso suo Padre, in quella dimora di Dio senza tempo e senza spazio che, noi chiamiamo «cielo». Egli vi conquistò una posizione di forza, fu elevato e, secondo un’espressione ricca d’immaginazione, Egli «sedette alla destra di Dio». Da allora Egli può dichiarare: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (cfr. Matteo 28,18). Quando Gesù Cristo apparve in seguito ai suoi discepoli, Egli veniva di là nello spazio e nel tempo, come colui che è stato «elevato». La soglia tra di qua e di là, la zona della morte tra Dio e noi, si è fatta percorribile. San Luca racconterà poi, ciò che avvenne «apparendo loro per quaranta giorni» - (cfr. Atti degli Apostoli 1,3). Sia la storia universale, sia quella personale di ciascuno di noi, può riprendere ad avere un significato autentico, soltanto, a iniziare dalla presenza di Gesù Cristo in esse; con una presenza eccellente, come speciale, è la stessa personalità di Gesù Cristo! Egli, infatti, è la «via». Egli è venuto dal Padre ed è tornato al Padre, tuttavia, verrà nuovamente a visitarci, per accompagnarci nella comunione con il Padre Eterno. Egli è la «verità». Egli ci ha parlato del Padre e, della Sua intimità con Lui e, così ci ha rivelato la Verità di Dio e, la Verità dell’uomo. Egli è la «vita». Egli è la vita divina e umana allo stesso tempo, posseduta però in pienezza e donata con generosità. Soltanto chi accetta nella fede la straordinaria personalità di Gesù Cristo, riesce ad essere una persona capace di dare un senso alla sua esistenza, a leggere il corso degli eventi nell’ottica dell’Onnipotente, vale a dire, nella prospettiva della salvezza. Gesù Cristo ha inaugurato (sulla terra) il Regno di Dio che crescerà fino a raggiungere la sua pienezza in un nuovo cielo e, in una nuova terra, dove ci sarà preparato un posto! A noi non resta altro che pregarlo con fiducia! Per tutti gli uomini, perché mentre gustano le gioie (e i dolori) della vita terrena, sappiano di essere chiamati a partecipare ad una festa senza fine, oltre la morte, preghiamo con fiducia il Signore, fonte di ogni vita, affinché «ascolti» la nostra umile preghiera! Forse, qualcuno si sentirà in dover di osservare che nessuno ha mai avuto un’esperienza diretta della esistenza di Dio, ciò nonostante, la venuta del suo Unico Figlio è stata la Rivelazione della sua esistenza (per tutti). La nostra fede (di cristiani) è fondata su questa verità: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato». Se Giovanni afferma innanzitutto l’«invisibilità di Dio» che, i soli sforzi umani non riescono a penetrare, tuttavia Dio si è rivelato in Gesù Cristo! Gesù, in effetti, ha parlato, svariate volte, con i «suoi» del Padre che è nei cieli, tanto da sollecitare il desiderio in Filippo (uno dei «dodici») di chiedere a Gesù di mostrare loro, il Padre! La risposta in sintesi è stata: «Chi ha visto me, ha visto il Padre», quindi, anche noi oggi possiamo costatare quale dono è concesso a chi crede in Cristo Gesù! Chi intende approfondire la conoscenza del Cristo «da vicino», nella dimensione speciale del «servizio al bene» e, di «lotta contro il male», è innegabile che questi s’incammina sulla stessa strada che conduce direttamente al Padre Eterno. E’ la stessa strada sulla quale, tutti, sono «chiamati a procedere», infatti, per mezzo di Cristo, unico mediatore, unica via, unica Pasqua, tutti possiamo ritornare al Padre! A quest’uomo, consapevole di essere stato invitato a mettersi in cammino verso la dimora celeste, si rivela il volto del Padre! Perché il Padre è in Lui, come Lui è nel Padre («connaturalità divina»), perché le «parole del Cristo» sono «eco fedele» della «Parola di Dio», pronunciate nella pienezza dei tempi. Le parole di Gesù sono state «pronunciate» perché le opere stesse del Cristo manifestino e, incarnino l’opera salvifica, che il Padre, da sempre e per sempre, intende realizzare. Il cristiano rimasto fedele, pur consapevole dei propri limiti umani, «penentra», con la sua stessa vita personale nel progetto di Dio, non soltanto, come destinatario, bensì come cooperatore. In Cristo abbiamo quindi contemplato il volto di Dio, si tratta tuttavia di un Padre molto appassionato e, più di noi, alla nostra vita terrena! Preghiamo allora il Padre della vita, affinché ogni uomo, non si arrenda mai, nel cercare il volto di Dio, nel quale riscoprire il suo vero volto di uomo libero! Infine, preghiamo sempre il Padre, perché tutti i «cristiani», contemplando Gesù Cristo, nella lotta contro le forze di morte, riconoscano soltanto in Gesù, l’autentico volto di Dio!
4° DOMENICA DI PASQUA – 15 Maggio 2011
Atti degli Apostoli 2,14a.36-41; Salmo 22 (23); 1° Pietro 1,20-25; Giovanni 10,1-10
«"In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei". Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: "In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l abbiano in abbondanza».
10,1-10: Io sono la porta! 10,1: In verità, in verità io vi dico: in questa parabola-allegoria Gesù si presenta come l’unico pastore (cfr. Gv 2) predetto dai profeti (cfr. Ezechiele 34,1-31; Zaccaria 11,4-17), capace di condurre veramente a salvezza. 10,3-4: Gesù si ispira agli usi dei pastori ebrei, che tenevano le pecore all’aperto e alla sera le riunivano in grandi recinti; al mattino, ciascun pastore entrava nell’ovile e chiamava le sue pecore, che lo seguivano riconoscendone la voce. 10,7: Gesù è il vero pastore, che entra dalla porta e che le pecore conoscono. Gesù stesso, in definitiva è la porta e, per trovare salvezza è necessario passare attraverso di lui.
Il Vangelo di oggi si sofferma sulla «parabola del buon pastore» e, la raffigurazione di questo singolare personaggio penetra tutta la liturgia odierna, un simbolismo carico di risonanze che, oggigiorno, sovente, sfugge alla maggioranza dei cristiani. Questa personalità ha origini medio orientali e, non era soltanto una «guida» per il suo gregge, ma un compagno di vita fedele, sempre pronto e disponibile a condividere (con le sue pecore) un cammino tortuoso o, un notturno freddoloso e, assetato. Intorno a questa immagine, Gesù riesce a costruirvi una bellissima parabola che, soltanto l’evangelista Giovanni non poteva, non riferire, meglio di così! Gesù Cristo è la «porta» delle pecore e, il «buon pastore», che conduce il suo gregge, invitandolo a seguire le sue orme. Gesù nello stesso modo introduce i suoi discepoli, attraverso, la porta! Esiste, quindi, un luogo che è adibito a rifugio per le pecore ed è una sorta di riparo, nel quale il gregge sosta e riposa, all’indomani di un altro cammino faticoso. Il «buon pastore» non, soltanto, introduce le pecore in questo rifugio, ciò nonostante, Egli stesso è «la porta» di questo riparo! «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato», quindi, Gesù Cristo è divenuto la «porta della salvezza» dell’umanità di oggi, «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» - (cfr. 1°Pietro 2,24). Senza varcare questa porta, non si entra nella conoscenza di Dio e, nemmeno di noi stessi, tantomeno nella consapevolezza della nostra esistenza terrena, come anche della nostra dipartita finale. Conosciamo Dio per mezzo di Gesù Cristo, quindi non possiamo conoscere noi stessi e, nemmeno gli altri cristiani se, non, per mezzo di Lui. La fede, la speranza e, la carità, fanno avanzare il cammino dei cristiani, pressoché in un ritmo unico, verso la soglia della «porta»! A noi, oggi, non resta che entrare con i passi dell’Amore di Dio per il prossimo, col riconoscimento dei nostri peccati e, il perdono di ciascuno, donato ai fratelli, con l’accoglienza della Parola di Dio e, la partecipazione ai Sacramenti, unito ovviamente al rispetto del creato e, all’attenzione ai «segni dei tempi». E’ ancora vivo il ricordo dell’amato Papa Giovanni Paolo II, il quale raccomandava sempre di «varcare la soglia della speranza», con parole penetranti e uniche che erano davvero incise sulla sua stessa vita e, al suo ministero di «pastore universale». Come le pecore seguono il loro pastore perché, conoscono la sua voce, in ugual modo Gesù Cristo è l’unica direttrice, veritiera e, sicura, delle nostre anime. Gesù, oggigiorno, si serve tuttavia di altri «pastori» che sono i nostri sacerdoti o, anche laici purché quest’ultimi, si dimostrino disponibili a guidare i fratelli verso i pascoli erbosi della nostra salvezza eterna! Occorre, tuttavia, prestare molta attenzione, per non trovarsi dinanzi a «falsi profeti» o, «falsi pastori». Inoltre, oggi più che mai, soprattutto nelle nostre comunità di credenti, c’è bisogno di «pastori», guide sicure, sacerdoti santi, zelanti e pazienti, vale a dire, capaci di gioire con chi gioisce e, di soffrire con chi soffre, animati da un unico desiderio che è quello di condurre gli uomini alla salvezza! Aiutiamoli in questo, nel loro preziosissimo ministero. Noi «cristiani» siamo tutti invitati a pregare l’Altissimo per favorire, il più possibile ed in particolar modo le vocazioni al sacerdozio e, alla vita consacrata. E’ bene tuttavia ringraziare il Signore per tutte le vocazioni già esistenti e, operanti nella Chiesa modenese e, più in generale in quella italiana. Ancora una volta, oggi, in tutte le chiese italiane risuonerà il canto: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» e, sappiamo che Gesù Cristo chiede la salvezza di tutti gli uomini, perché Egli ha donato la vita per questo. E’ assolutamente necessaria la disponibilità di giovani che indichino (a loro volta) la strada da percorrere, insomma, c’è bisogno di veri «uomini dello spirito», c’è bisogno di sacerdoti e, «pastori», secondo il disegno (autentico) di Dio!
In questa narrazione evangelica, Gesù si presenta come «buon pastore» e «porta delle pecore». E’ bene allora farci venire alla memoria che, proprio una delle porte del Tempio di Gerusalemme si chiamava «porta delle pecore». Gesù è probabile che mentre parli, stia guardando gli ebrei che attraversano questa porta orientale ed entrano, così, nel cortile del Tempio. A questo punto esordisce con un’esclamazione clamorosa: «Sono io la porta delle pecore», vale a dire il tempio originale che vi rimette in contatto con l’Eterno! Sono proprio io il Pastore, il Signore! Tutta quest’esposizione è, innanzitutto, un «inno alla divinità» del Cristo! L’azione di Gesù Pastore, nei confronti delle sue pecore (vale a dire dei suoi discepoli) è narrata attraverso l’uso di «verbi pastorali» assai emozionanti. Gesù, non a caso, «entra per la porta». Gesù, quindi, mantiene col suo gregge un’intimità intensa. La sua, nei confronti di ciascuna pecora, è una chiamata personale («egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome»). Il Maestro ha preparato un messaggio specifico per ognuno dei suoi discepoli. Anche noi, oggi, siamo «chiamati per nome» da Gesù! Siamo presenti a un dialogo di parola-ascolto («conoscono la mia voce»). Il pastore divino «fa uscire» il suo gregge, in direzione di pascoli fertili. Egli «cammina innanzi» come una guida, mentre le pecore lo «seguono» serene e, prive di pericoli. «Seguire», nel linguaggio biblico di Giovanni, è il «verbo» del «discepolo». In questo modo, le pecore «hanno la vita in abbondanza». In tutti questi verbi biblici si configura una raffigurazione, perfetta, della Chiesa del Cristo! «Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei», questa espressione significa che la parabola conosce, purtroppo, anche le tenebre. S’intravede disgraziatamente un ladro che non entra «dalla porta» e, sparge il panico tra le stesse pecore. Questo soggetto non è il Pastore ma uno scippatore e, «il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere». La sua voce, contrariamente a quella del Pastore, provoca paura e sconcerto. Alle buone azioni, che contraddistinguevano l’azione del «buon pastore», subentrano quelli della morte che il ladro porta inevitabilmente con sé. Nell’Antico Testamento, anche il profeta Ezechiele aveva esibito il contrasto di questi due fisionomie, il volto radioso del pastore che «va in cerca della pecora perduta, che fascia quella ferita e cura quella malata, che pasce tutte le pecore con giustizia» (34,16), a quello del falso pastore che «si nutre di latte, si riveste di lana, ammazza la pecora più grassa ma non pascola il gregge» (34,3). Ancor’oggi, purtroppo, il «falso pastore» può esercitare un fascino perverso e, seminare corruzione e morte, anche tra la nostra gente. Oggi si chiama «ectasie» la dolce semenza offerta ai giovani, come refrigerante del corpo maschile o, della bellezza femminile che, conduce inevitabilmente tante giovani speranze, all’«inferno delle lamiere» del sabato sera, dunque, questa distruttrice dell’anima conduce inevitabilmente sulla strada dell’inferno, per l’amore perverso del suo «nome»! Ebbene, se queste pecorelle decidono di camminare comunque in questa valle infernale, la morte è inesorabile e, la pasticca dell’idiozia è con loro! La dissacrazione utilizzata per l’occasione dovrebbe avvertire chiunque del pericolo, che si nasconde ancor’oggi e, senza sosta, quindi è assolutamente necessario riconoscere la «voce» del «buon pastore» e, seguire soltanto il suo richiamo! Il giovane «cristiano» ha invece fatto l’esperienza di come il Signore lo guidi in mezzo a numerose difficoltà, vere e proprie mine dirompenti delle anime e dei corpi, seminate sul terreno da persuasori occulti. Il discepolo fedele di Cristo, invece, dichiara che «non manca di nulla», perché Dio, lo aiuta in tutto! Le premure per il gregge da parte del suo Pastore sono continue e, questo gregge si sente curato, condotto in sicurezza a pascoli erbosi e ad acque tranquille. Il cristiano fedele riconosce che tutto ciò, giunge dalla misericordia di Dio ed egli corrisponde con amore all’iniziativa di Dio nei suoi confronti. La consapevolezza che il Padre Eterno lo ama per primo, dona una grande fiducia in lui, cosicché anche noi, se dovessimo camminare in zone poco illuminate, come ce ne sono tante nella società di oggi, non temeremmo alcuna incursione da parte dei persecutori. La «valle oscura» è poi simbolo di ogni situazione difficile nella quale tutto sembra avverso, tuttavia, Dio, buon Pastore, difende sempre il suo popolo. Per questo motivo, l’Onnipotente non soltanto guida il suo gregge in mezzo alle peripezie, bensì, gli dona anche accoglienza, proprio davanti ai suoi nemici. I persecutori moderni del gregge cristiano oggi pensano di aver ridotto i «cristiani» a un misero gruppo di fuggitivi sconvolti. Il «gregge dei cristiani» è, invece, un ospite gradito del Signore. Il «cristiano» abita nella casa del Signore e, l’edificio oggi si chiama «chiesa», dove c’è la mensa Eucaristica. Quella casa è, innanzitutto, appartiene al Signore Gesù Cristo e, quindi Egli, per dono del Padre Eterno, è un abitante legittimo, definitivo. Il contenuto del Vangelo di oggi può essere sintetizzato anche così, i «cristiani» (nel tempo della Chiesa) sono chiamati a vivere il loro impegno di solidarietà concreta, fidandosi della presenza incessante di Cristo, buon pastore; camminando per questo «dentro la loro storia reale», sempre «protesi in avanti», divulgando, proprio a tutti, la «validità dell’appartenenza» al «gregge» di Cristo, in altre parole, annunciando l’autenticità e la fondatezza della «via» proposta da Gesù Cristo!
3° DOMENICA DI PASQUA – 8 Maggio 2011
Atti degli Apostoli 2,14a.22-33; Salmo 15 (16); 1° Pietro 1,17-21; Luca 24,13-35
«Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: "Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?". Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: "Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?". Domandò loro: "Che cosa?". Gli risposero: "Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l hanno visto". Disse loro: "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto". Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l un l altro: "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?". Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!". Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l avevano riconosciuto nello spezzare il pane».
24,16: Il corpo di Gesù si trova ora in una condizione nuova, gloriosa, pur conservando la propria identità (cfr. Luca 24,39-40). Per riconoscerlo è tuttavia necessaria la fede. 24,25-27: «bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze». Tutto era già stato preannunciato da Dio nella Sacra Scrittura (cfr. Lc 9,22; 13,33; 17,25; 24,7). 24,30-31: «La benedizione». E’ la preghiera di lode a Dio prima del pasto. 24,34: «E’ apparso a Simone», significa che l’apparizione (di Gesù) a Pietro è la prima nell’elenco riferito da San Paolo (cfr. 1°Corinti 15,5). 24,35: Lo «spezzare il pane» diverrà una specificità per indicare l’Eucaristia (cfr. Atti degli Apostoli 2,46).
Il Vangelo di questa domenica dona ai fedeli una delle pagine più sorprendenti dell’evangelista Luca. E’ in corso l’incontro di alcuni uomini con Gesù risorto. La narrazione prospetta in che modo, due individui dopo aver a lungo conversato con un passante, pervengano finalmente a riconoscere Gesù, durante la cena. L’evangelista evidentemente ritiene che, questo sia un avvenimento molto rilevante, in ogni caso, di assoluto valore spirituale e di attualità. L’assemblea domenicale, nella quale è proposta la spiegazione delle Sacre Scritture e, quindi la frazione del pane, rimane il luogo nel quale il cristiano può riconoscere, oggi, la presenza di Gesù Cristo risorto! Anche chi legge questa pagina evangelica, è rappresentato (nella narrazione) da uno dei discepoli di Emmaus. Egli, oggi, si ritrova a essere, come quelle stesse persone, ovverosia, in cammino nei pressi di Gerusalemme, luogo nel quale il Maestro ammaestrerà anche noi. Il Maestro oggi ha l’aspetto di un viandante, che gli altri due, però non riconoscono, ciò nonostante non può, non, essere Gesù, in persona! Il motivo di questo viaggio è da ricercarsi nella maldestra determinazione che i due discepoli intendono compiere, vale a dire, quella di abbandonare il gruppo dei discepoli, che si era aggiunto agli Undici. Avevano abbandonato quella città nella quale si era estinta pressoché ogni speranza, dopo la crocifissione del loro Maestro. Mentre al lettore di oggi appare chiara l’identità di quel soggetto viandante, ai due discepoli, questo è a loro impedito, poiché i loro occhi non sono, ancora, in grado di riconoscerlo. Gli occhi dei discepoli non sono in grado di riconoscere Gesù Risorto, perchè quest’ultimo, con la sua risurrezione, è entrato in una nuova condizione e, stavolta, definitivamente. Anche oggi desideriamo assistere a un evento simile a quello, accaduto in precedenza, vale a dire, all’evento della trasfigurazione. Anche ora il suo aspetto è completamente trasformato, poiché Egli è entrato nella sua gloria. L’«umanità» di Gesù Cristo può essere ancor’oggi riconosciuta, tuttavia, con gli «occhi della fede»; inoltre, l’umanità stessa di Gesù fa parte ormai del «mondo» dell’Altissimo! A questo punto, deciderà il Signore quando e, come aprire i loro occhi (v. 31), dischiudere la loro intelligenza (cfr. 24,45), spalancare il loro cuore (cfr. Atti 16,14); in questo caso, leverà via quella sorta di velo opaco sui loro occhi, procedendo con l’interpretazione delle Sacre Scritture, quindi, con la frazione del pane. A un primo scambio di battute, nel quale Cleopa rimarca il carattere pubblico dell’esecuzione a morte di Gesù, i discepoli espongono al viandante una sintesi del ministero e, della morte stessa del loro Maestro. Non manca nemmeno, da parte di questi uomini, a un richiamo ironico sull’ignoranza del loro interlocutore sui fatti accaduti. Questi individui sono talmente «accecati» che accusano d’ignoranza Gesù che, viceversa, conosce molto meglio di loro gli ultimi avvenimenti di Gerusalemme. Gesù, presentandosi come «un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo», tanto per utilizzare un linguaggio adottato dallo stesso Maestro (4,24; 13,3) e dagli Apostoli (cfr. Atti degli Apostoli 2,22; 3,22-23; 10,38), aveva scatenato una reazione violenta tra le autorità giudaiche del tempo, tale da sentenziare subito che si trattasse di un falso profeta, da consegnare inevitabilmente alla morte di croce. Ebbene, questa sintesi dei fatti non è per nulla completa, perché ora è stata raccontata soltanto la Passione di Gesù, ma non la sua Risurrezione; infatti, il ministero e, la stessa morte di Gesù, è presentato da soggetti, rimasti alquanto delusi, sia nella loro speranza nazionalista e, sia messianica. Essi, come la maggior parte dei giudei, attendevano la liberazione di Israele e, per loro, doveva essere esattamente questa, l’opera terrena di Gesù. L’espressione «noi speravamo» significa verosimilmente che essi sono delusi dal messianismo dimesso, rispettoso, sofferente, tutto in conformità col disegno divino.
Essi procedono lungo il cammino, rievocando gli avvenimenti di Gerusalemme, iniziando dalle visite al sepolcro e, dalla constatazione della scomparsa del cadavere (da parte delle donne, di Pietro, di Giovanni) e, in seguito l’apparizione del Maestro e, il messaggio degli angeli che attestano che, Gesù è vivo! Il folto gruppo degli uomini, tuttavia, non l’ha visto e, all’annuncio delle pie donne, nessuno intende credere! E’ precisamente a questo punto che il viandante prende la parola e, li rimprovera duramente, con una prima sostanziale originalità. Gesù rimprovera questi soggetti, perché sono «tardi di cuore a credere», al piano divino della salvezza contenuto nei libri profetici. L’inquietudine del cristiano di oggi, quindi, non deve consistere nell’impedimento a vedere Gesù fisicamente, quanto di penetrare e comprendere, accogliere questo piano divino per noi! I due discepoli sono a conoscenza del ministero di Gesù e, della sua morte cruenta, ciò nonostante, non si ricordano per nulla delle Sacre Scritture; viceversa, sarà invece la situazione dell’«eunuco etiope» che leggerà le parole profetiche di Isaia (53), tuttavia senza conoscere l’avvenimento del Calvario (cfr. Atti degli Apostoli 8,30-34). Gesù, presentando ai suoi interlocutori, la sua Pasqua, si presenta non più come «figlio dell’Uomo», bensì, come Cristo! Gesù, infatti, ha interamente compiuto il suo itinerario pasquale. Il Cristo è entrato nella sua gloria, pertanto, oltre a una vita totalmente e pienamente nuova, Egli ha ereditato il potere e la gloria divina ed è, per questo che non è più necessario parlare ora di «risurrezione». Per dimostrare come la sua morte e, la sua risurrezione, sono compresi nel piano divino della salvezza, Gesù compie una sorta di «lezione di esegesi» che, è brevemente riferita in un linguaggio indiretto. L’evangelista, in questo caso, non ce ne rende partecipi e dovremo attendere, la sua seconda iniziativa letteraria, per ricevere questo insegnamento, con la mediazione dei «servitori della parola» (cfr. San Pietro in Atti degli Apostoli 2,22-36 e, San Paolo in Atti degli Apostoli 13,32-41). E’ segnalato soltanto che il Cristo ricorre alla «esegesi giudaica», con la presa di contatto di versetti, sia estratti dalla Legge, sia dalle narrazioni dei Profeti, sia dai Salmi, con la finalità di far risaltare la loro corrispondenza e, di conseguenza, l’unità e la coerenza della Storia Sacra. La parte finale della narrazione termina con la cena di Emmaus e, il riconoscimento del Cristo (Risorto). Un riconoscimento che stavolta è avviato in profondità e questo si evince anche dall’espressione, « … Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via … » e, con l’interpretazione delle Sacre Scritture che, fornisce un senso profondo alla morte del Cristo e, ne rivela il rapporto con la gloria! Tutto questo si compirà nella frazione del pane! Per la comunità dei credenti di oggi, è assolutamente fondamentale reiterare il gesto dell’«ultima cena» che rimane collegato, intrinsecamente, alla morte di Gesù di Nazareth, per riconoscere il Risorto! Gesù Cristo, quindi, facendo credere di abbandonare i suoi viandanti, stimola invece i discepoli ad assumere concretamente l’iniziativa, «perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Allora i discepoli stessi offrono ospitalità a quel soggetto che si muove (anche dinanzi ai nostri occhi) come uno straniero. Se ora è invitato a tavola, ebbene in questo momento, Egli assume il ruolo di padrone di casa e, le sue stesse azioni sono indicate da quattro verbi, vale a dire, gli stessi che sono stati utilizzati per la moltiplicazione dei pani e, con un’unica variante, quella relativa alla «ultima cena». Anche l’azione dello «spezzare il pane» è una peculiarità dell’evangelista Luca, per indicare l’«Eucaristia» - (cfr. Atti degli Apostoli 2,42; 20,7-11). I gesti abituali di Gesù, che lo fanno riconoscere, rimandano ai pasti consumati (in precedenza) con i discepoli, fino all’ultimo, quando al «pane spezzato» fu attribuito un significato nuovo. Questi gesti del Maestro anticipano anche quelli delle comunità dei credenti di oggi, nei quali il Cristo, seppur sia invisibile, Egli è «pienamente presente»! Essere invisibile, (per il Signore) non significa essere assente! L’«opera di riconoscimento» di Gesù risorto, che segue quell’evento, persiste ancora e, lo stesso evangelista Luca continua a tal punto che, quello che ha descritto con la missione dei «settantadue», anticipa la funzione specifica che avrà ciascun evangelizzatore, che non appartiene al gruppo degli Undici. Una figura preponderante di questi sarà, in seguito, quella di San Paolo (l’Apostolo delle Genti). La conclusione della narrazione dimostra, tuttavia, che la testimonianza non può iniziare che, con il gruppo degli Undici (in seguito, di nuovo in «Dodici», cfr. Atti 1,21-26) e, che l’esperienza pasquale dei due discepoli non intende precedere quella di Pietro, che giunge al sepolcro di Gesù (con Giovanni). Il ricordo di questo speciale avvenimento indica che, questa «esperienza pasquale» ha persuaso il resto del gruppo, sull’attendibilità della testimonianza delle donne e che, Pietro in questo modo, si avvia ad adempiere il compito di «confermare i fratelli» che ha ricevuto dal Signore (cfr. 22,32). Il versetto trentaquattro conferma che la comunità dei primi cristiani esiste, e proclama il suo Signore, ancor prima del resoconto dei due discepoli di Emmaus. Questi ultimi possono provvedere al «compendio della loro esperienza» che, attribuisce evidentemente un’importanza fondamentale alla conversazione (lungo il cammino) e, al riconoscimento legato alla frazione del pane. In conclusione, l’esistenza umana riserva tantissime incognite, quali le situazioni dolorose o, anche belle e piacevoli sorprese. Non dobbiamo pensare quindi di essere rimasti soli, perché Gesù Cristo è morto ed è, tuttavia, risorto. Ora vive e opera in mezzo a noi! Il Vangelo odierno ne è una validissima conferma. Un’esperienza analoga ai discepoli in viaggio da Gerusalemme alla città di Emmaus avviene concretamente ancor’oggi, lungo le strade delle nostre città. Ebbene, se lungo l’itinerario dell’esistenza terrena, si sperimentano momenti oscuri e pieni di dolore (per i motivi più svariati, quali malattie o incidenti), anche in questi difficilissimi momenti, la fede cristiana rassicura i fedeli cristiani che, Gesù è rimasto con noi! Egli è accanto a ciascuno di noi, seppur noi non siamo in grado di riconoscere la sua presenza fisica, i suoi occhi, la sua barba, i suoi zigomi. Egli cammina con noi, ciò nonostante, è necessario pregarlo, ancora una volta e, con le sue stesse parole: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera». In questo momento, noi non sappiamo quanto tempo ancora, ci resta da vivere su questa terra. Un dato però rimane garantito, se la nostra vita terrena è sostenuta dalla fede cristiana, anche noi allora potremo aver la gioia di riconoscerlo nello spezzare il pane! E’ il suo gesto supremo, compiuto per noi e, donato a ciascuno di noi. Anche oggi, in ogni Eucaristia, Egli, come ai discepoli di Emmaus, comunica il «senso delle Scritture e spezza il pane per noi» (cfr. Preghiera Eucaristica V). Quest’avvenimento esige, da parte dei credenti, un ascolto fedele e docile della Parola, come sostiene il grande S. Agostino: «Tutto nelle Scritture parla di Cristo, purché ci siano orecchi disposti ad ascoltare». La Parola del Signore risorto riempie il nostro cuore di gioia, perché dalle Sacre Scritture emerge la Verità che Egli è morto per liberarci dalla schiavitù del peccato e, che, nonostante le ricadute, Egli è nostro «avvocato» presso il Padre Eterno. Chi ascolta e medita la Parola di Dio, giunge certamente alla sua piena penetrazione e, anche a una più trasparente comprensione, della Cena del Signore. Noi oggi siamo chiamati a testimoniare come, l’intelligenza delle Sacre Scritture sia un passo indispensabile, per celebrare degnamente l’Eucaristia, vertice dei misteri della nostra salvezza e, convito nuziale con Gesù Cristo risorto! Pertanto, all’orizzonte compare una nuova luce e, l’amarezza, il dolore, lo sconforto, ben presto si tramuteranno in fiduciosa speranza.
2° DOMENICA DI PASQUA – 1 Maggio 2011
Giovanni 20,19-31
«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati". Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo". Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!". Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».
20,20: «mostrò loro le mani e il fianco»: il Signore risorto è lo stesso Gesù che ha sopportato la passione, a questo punto esibisce i «segni» agli apostoli. Gesù entra quindi a «porte chiuse» (cfr. Giovanni 20,19). 20,22: Il «soffio» raffigura il dono dello Spirito Santo, nella nuova creazione (cfr. Genesi 1,2; Ezechiele 37,9). 20,24-29: Tommaso da «incredulo» diviene «credente»; ora è rimproverato dal Maestro, perché ha preteso di vedere e toccare, non accogliendo la testimonianza degli altri discepoli. È invece questa la condizione degli uditori del vangelo che, «accedono» al Risorto e, alla realtà della sua manifestazione alla Chiesa, mediante i testimoni. 20,30-31: Ci avviamo chiaramente alla conclusione del vangelo.
Il Vangelo di questa domenica presenta la figura di Tommaso e, il suo cammino di fede. Questo individuo rappresenta l’uomo di oggi, per il quale è difficile «credere» se, egli stesso non sia stato assicurato prima, dalla presenza di segni concreti. «Credere» significa, prestare fede, avere fiducia e, tuttavia «essere convinti». Il protagonista di oggi quindi è l’Apostolo Tommaso (in greco «Didimo» che significa «gemello»), divenuto assai celebre proprio per l’episodio della sua incredulità. Probabilmente farà parte anche lui di quelli che moriranno lontano da Gerusalemme, forse martire in India, dove ancor’oggi i pochissimi «cristiani» sopravvissuti in quell’area, ne conservano la memoria secondo un rito proprio. Tommaso aveva già manifestato dubbi e perplessità sull’operato del Cristo, come in occasione della «onoranza funebre» all’amico Lazzaro, con un’espressione inconsueta: «Andiamo anche noi a morire con lui!» - (Gv 11,16). Le incertezze sull’azione evangelizzatrice del Maestro affiorano (in Tommaso) anche in quella circostanza serale, per altro già di per sé molto carica di tensione: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via"». A questo punto l’Apostolo Tommaso interrompe il Maestro, con un’altra sua esclamazione: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?"». Il Maestro, allora, risponderà così: «Gli disse Gesù: "Io sono la via, la verità e la vita». Il culmine della testimonianza di Tommaso avverrà tuttavia soltanto in seguito, vale a dire dopo la Risurrezione di Gesù! Gesù, quindi, si presenta di nuovo in mezzo ai discepoli e, in quest’occasione, Tommaso è con loro. Quest’uomo arcigno, al primo momento, aveva dubitato palesemente dei suoi fratelli. Allora, Gesù si presenta dinanzi a Tommaso (e agli altri) e, «gli fa vedere di essere vivo», di non essere un fantasma o, un’allucinazione degli stessi discepoli. La risposta di Tommaso è sorprendente: egli si rivolge a Gesù e, lo chiama «Mio Signore e mio Dio». Gesù, nonostante tutto, termina insegnando che, la fede, non dovrà essere fondata sul fatto di aver visto il Signore, bensì, sulla testimonianza di coloro che l’hanno visto prima! Anche per noi, come per tutti i credenti di oggi, il segno esteriore non è quello dell’incontro fisicamente visibile con Gesù risorto! Piuttosto, i «segni» sono diversi e, sono quelli offerti, dalla testimonianza degli Apostoli di oggi (Vescovi), dalla stessa Liturgia, dalla testimonianza dei Santi e dei Beati (come l’indimenticabile Papa Giovanni Paolo II), dalla continuità (ed estensione) della fede viva della Madre Chiesa. Per noi «cristiani», in definitiva, il segno esteriore è accompagnato dal dono dello Spirito Santo che, conferma e illumina la Parola stessa, oggi, letta e ascoltata. E’ bene forse ritornare, con la mente, all’interno di quella stanza, in quella sera. Proviamo allora immaginare anche l’atmosfera che si poteva respirare in quelle ore, dovevano indubbiamente prevalere le tenebre, sia quelle esteriori, sia quelle interiori, come il buio della notte, con le porte della casa sprangate per timore dei giudei e, che Gesù irrompe sulla scena, proprio a questo punto. «Si fermò in mezzo a loro» e, da allora non sarà mai più come prima! Questo sarà possibile perché, il Maestro ha sperimentato, in precedenza, le tenebre o meglio il buio della morte! Mostrerà agli Apostoli, le sue mani (forate dai chiodi), il costato squarciato dalla lancia. Tommaso rimane incredulo perché non «vede» la morte del Figlio di Dio, come «condivisione», bensì, la percepisce come una sonora sconfitta. Sulla croce del Golgota, invece, non trionfa la morte, bensì l’Amore: la condivisione del Cristo al massimo grado. E’ proprio per quest’inconcepibile «logica d’Amore» che dalla Pasqua scaturisce la pace («Pace a voi!»), la gioia («i discepoli gioirono»); lo Spirito come sorgente e principio della riconciliazione universale (la remissione dei peccati). Quel Gesù, che sembrava sconfitto per sempre dalla morte, è in realtà il «Kyrios», vale a dire il Signore della morte («Venne Gesù ... e i discepoli gioirono al vedere il Signore») e, il Dio della vita («Mio Signore e mio Dio!»). Credere in Lui, credere nella sua Pasqua, significa, sostanzialmente, aver «scoperto la via» della «vita piena».
Nel Vangelo di Giovanni, l’esperienza della risurrezione orbita, sostanzialmente, attorno a due verbi che sono «vedere» e, «credere». Pietro (nell’episodio precedente) entra nel sepolcro di Gesù e, vede le bende per terra e il sudario arrotolato in disparte. A questo punto, entra nel sepolcro anche Giovanni (il discepolo amato) che era giunto per primo al sepolcro, il quale, «vide e credette». Per capire ancor meglio Tommaso, è bene ricordare che precedentemente, Maria di Magdala che si ferma a piangere presso il sepolcro, dopo l’incontro con Gesù risorto, si reca dai discepoli e, annunzia loro: «Ho visto il Signore» e, i discepoli che fanno l’esperienza dell’incontro con il Signore, riferiscono a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore». «Mio Signore e mio Dio» (cfr. Gv 20,26-29). A distanza di otto giorni dal primo incontro, Gesù risorto si presenta di nuovo ai discepoli e si rivolge in modo personale e diretto a Tommaso, invitandolo a passare finalmente dall’incredulità alla fede. Tommaso, per credere, intende vedere, vuole ravvisare di persona, che nelle mani di Gesù ci siano, effettivamente, i segni dei chiodi! Dinanzi a Gesù risorto però che si fa vedere con i segni della passione, esclama: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù Cristo, in questa specialissima circostanza intende a sua volta tracciare il percorso della fede per tutti, anche per noi, oggi, con l’affermazione chiara: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». La prima parte della narrazione ruotata quindi attorno al sepolcro di Gesù trovato aperto e vuoto, si conclude con la scena dell’incontro del Signore risorto con Tommaso, uno dei «dodici». Evidentemente a Gesù, tutto questo non può bastare, perché il Maestro incarica i discepoli di accrescere, estendere, la sua missione sulla terra. I discepoli sono, effettivamente, colmi di gioia nel vedere Gesù, che si presenta con i segni della passione e annunzia loro la pace! Con un gesto simbolico, «alitò su di loro», Gesù dona lo Spirito santo ai discepoli e, con una formula d’investitura da loro il potere di rimettere i peccati. Essi annunziano l’esperienza (del loro incontro con il Signore) a Tommaso, che non era presente. Tommaso, per credere (come per altro per ciascuno di noi, oggigiorno) esige di «vedere personalmente» Gesù, con i segni della sua Passione. L’esperienza dell’incontro con il Maestro (dopo la risurrezione) avviene la sera del primo giorno della settimana. Lo stesso giorno nel quale, Maria di Magdala, ritrova aperta e, vuota, la tomba di Gesù. In questo specialissimo incontro, Gesù risorto libera i suoi discepoli dalla paura e, si fa conoscere come il Signore, comunicando a essi i suoi doni. I discepoli, a questo punto, sono pieni di gioia e, pronti per prolungare la sua missione. Le perplessità e le resistenze, che nella tradizione evangelica comune accompagnano l’esperienza pasquale, sono tutte concentrate nella figura di Tommaso. L’esperienza di quest’ultimo, che fa parte a tutti gli effetti del gruppo dei «dodici», raffigura il superamento definitivo della crisi dei discepoli, nel loro cammino di fede. Intanto i discepoli che hanno incontrato Gesù risorto, riferiscono al loro compagno: «Abbiamo visto il Signore». Egli per credere, pretende tuttavia di vedere le mani e, il costato di Gesù risorto! Tommaso, alla pari degli altri discepoli, quindi, esige di fare un esperienza, personale e diretta, di Gesù risorto, senza alcun intermediario! Anch’egli vuole vedere Gesù risorto, con i segni della sua passione. Le parole di Tommaso rilevano che esiste un rapporto importante, tra il «vedere» e, il «credere», nell’esperienza pasquale dei primi discepoli. Gesù si presenta ai discepoli che si trovano ancora insieme in un luogo a porte chiuse. Questo particolare non impedisce, tuttavia, che Egli venga e si faccia vedere. Il destinatario del secondo incontro di Gesù risorto è Tommaso! Nel Signore che si mostra a Tommaso risorto, i «segni» della morte in croce rappresentano il suo Amore sconfinato, che porta fino al dono estremo, a quello della dipartita finale. Alla fine, Tommaso risponde con una vera e propria «professione di fede», nella quale si concentra il messaggio di Pasqua (e di tutto il Vangelo di Giovanni). Gesù arriva al termine, con la «beatitudine» pasquale di Tommaso, nella quale traccia un vero e proprio «statuto» dei fedeli cristiani. E’ altresì bene rilevare che, Tommaso giunge a credere, non tanto perché ha visto e, verificato le ferite nel corpo di Gesù risorto, bensì, sulla base del suo invito: «Cessa di essere incredulo e diventa credente». Questo invito è rivolto, ancor’oggi, anche e, soprattutto, a ciascuno di noi! E’ bene, non scordarlo mai! La «professione di fede» di Tommaso è la sua risposta alla «parola», all’«invito» del Maestro; a questa, in definitiva, s’ispira la tradizione biblica, dove si esprime la fede in Dio, unico Signore! Nelle parole di questo discepolo, si percepisce anche l’eco profondo delle preghiere dei Salmi, nelle quali l’invocazione «Dio mio» è sovrapposta dal titolo di «Signore». A questo punto, si realizza la promessa della Nuova Alleanza, in essa la comunità risponde incessantemente: «Dio mio», in Gesù Risorto! San Tommaso non può, non, rappresentare tutti i «discepoli» che sono divenuti, nel frattempo, «credenti», proprio grazie all’«incontro personale» con Gesù Risorto! Il «cammino di fede» di chi ci ha preceduto, come anche quello «luminoso» di Giovanni Paolo II, non può, non, esprimersi con l’esclamazione: «Abbiamo visto il Signore»! Quest’uomo rappresenta allora, come oggi, tutte quelle persone, che pur lentamente o tra mille ostacoli e difficoltà quotidiane, progrediscono verso la meta finale, con una fede autentica. Gesù, pur riservando una beatitudine particolare per chi crede senza incrinature, accetta di buon grado di concedere un’altra prova al discepolo esitante, quindi, a ciascuno di noi, oggi! La fede nel Dio «cristiano» è una conquista faticosa e, talvolta dolorosa, tuttavia, ancor’oggi la Madre Chiesa proclama al mondo, l’annunzio pasquale («Abbiamo visto il Signore!») e, ciò nonostante, attende (con pazienza e con umiltà) che il mistero della libertà umana, illuminata stavolta dalla Grazia divina, possa gioiosamente giungere a professare il suo atto di fede: «Mio Signore e mio Dio»


