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Commento di Giovanni Medici

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – 26 Giugno 2011

Deuteronomio 8,2-3.14b-16a; Salmo 147; 1° Corinti 10,16-17; Giovanni 6,51-58

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno"».

6,53-58: Il pane che viene da Dio e, dona la vita è la parola di Gesù ed è l’Eucaristia. In questa seconda parte del discorso si asserisce direttamente dell’Eucaristia (carne, sangue, mangiare e bere).

«Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno». Di che pane si tratta? Verso quale pane e, con quale intensità di fede e di amore, si deve rivolgere la nostra attenzione? Il Padre Eterno si rivolge proprio all’uomo di oggi che da pellegrino alquanto sbandato, è comunque sospinto da un insopprimibile desiderio d’immortalità. Nel Vangelo di oggi, si narra che Gesù Cristo, a quanti sono in ricerca di questo pane, afferma: «Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno e il pane che io darò, è la mia carne per la vita del mondo […] Chi mangia questo pane vivrà in eterno». I «cristiani» coscienti di questo dono smisurato, desiderano portare in trionfo il Signore, nella Solennità del Corpus Domini, con il proprio cuore colmo di gratitudine nei confronti di Gesù, anche se lo stesso Signore è celato, sotto i veli del pane e del vino. L’Eucaristia, cuore pulsante della vita cristiana di oggi, ha tuttavia radici profonde. L’immagine primitiva risale alla manna che il Padre Eterno concesse agli Ebrei, dispersi nel deserto, per aiutare l’essere umano a capire che l’uomo non vive di solo pane, bensì, quanto di buono esce ininterrottamente dalla bocca del Signore (cfr. Deuteronomio 8,3). Un altra traccia dell’Eucaristia si ritrova nella vita di Elia (il profeta), quando è sfamato lungo la strada, da un angelo del Signore. Il discepolo di oggi, quindi, «vive di Eucaristia», quella stessa anticipata da Gesù agli Apostoli. Essa, continua pertanto a nutrire la Chiesa, il nuovo popolo di Dio, cadenzando così le giornate e, subissandole di fiduciosa speranza. Anche se in Palestina, a Cafarnao, per la consegna dell’Eucaristia sono state utilizzate parole forse troppo asciutte, la promessa di Gesù è ancor’oggi però molto chiara: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell ultimo giorno». Il «pane vivo» non è pertanto un omaggio generico, viceversa, è il dono per eccellenza, concesso da Gesù all’uomo. La salvezza, portata da Gesù, per opera dell’istituzione dell’Eucaristia, non è persa nel passato, bensì raggiunge con estrema efficacia tutti gli uomini di sempre. Essa è pur sempre «memoriale» della morte e, della risurrezione di Gesù Cristo, essa rende presente, con effetto pieno, universale, l’amore del Signore per l’uomo. Questa è anche sostanzialmente la fede che ha accompagnato generazioni di fedeli cristiani fino a noi! I singoli cristiani e, con loro la Madre Chiesa tutta, rivivono quel gesto, in termini sacramentali, oggigiorno, nella Santa Messa. In questo modo, c’è assicurata la salvezza e, comunque, la vicinanza sempre fedele del Signore Gesù. Con la sua partecipazione, il Signore Gesù colma ogni lacuna umana, ogni abbandono, ogni solitudine. Con il suo soffio di eternità, spazza via ogni affanno umano quotidiano, soprattutto, ravviva continuamente in noi quella speranza di «cieli nuovi» e di «terra nuova». Come citato, l’Eucaristia è il cuore pulsante della vita cristiana e, la schiera di tantissimi uomini santi che ci hanno preceduto, hanno testimoniato con la loro vita, degna di essere assunta come esempio, la luce riflessa del Cristo morto e risorto. Ebbene, questa luce continua ancor oggi a riverberare ogni volta, quando celebriamo l’Eucaristia, perché questa ultima è anche mistero di luce! Tutte le volte che si celebra l’Eucaristia si rivive l’esperienza dei discepoli di Emmaus. «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista». E’ altresì indubbio che la celebrazione dell’Eucaristia aiuti ciascun fedele cristiano a custodire l’unità interna, del proprio nucleo domestico e, a vivere la propria funzione importante di armonia e, di unione per la propria famiglia. L’Eucaristia, infine, «cementifica» qualunque volontà di unificazione della comunità. E’ altrettanto evidente che la necessità di pace, di solidarietà umana, di giustizia sociale, insomma, di un’esistenza terrena protetta, dal suo sorgere al suo termine naturale, ha nell’Eucaristia il suo centro permanente di attrazione. L’Eucaristia forma e ammaestra i cristiani al servizio, nella comunità civile. Il brano si apre con una rappresentazione che richiama l’incarnazione di Dio, «Io sono il pane vivo disceso dal ciclo», perché è Parola pervenuta dal Padre stesso e penetrata nel mondo. Il suo presentarsi «dono» per il nutrimento dell’umanità, è anch’esso specialissimo. Nel modo in cui si mangia il pane, anche «il Signore deve essere mangiato». Questo concetto basilare è posto in risalto da Gesù stesso, quando Egli asserisce che, se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno.

Chi mangia il pane vivo disceso dal cielo, partecipa pertanto all’«eternità» di Dio Padre. Gesù aggiunge ulteriormente che il pane offerto è la «sua carne», per la vita del mondo. Anche stavolta Gesù non è compreso dai giudei che, rimangono sconcertati dinanzi all’idea stravagante di mangiare la sua carne. Gesù stesso tuttavia non compie alcun nuovo passo, per rimuovere la repulsione dei giudei, al pensiero brutale di cibarsi della sua carne, anzi, pone l’accento sulla necessità di bere il suo sangue, per avere la vita! Nella Sacra Scrittura, la raffigurazione di mangiare la carne di qualcuno è considerata metafora di azione ostile e, bere il sangue è un’azione raccapricciante, negata dalla Legge antica di Dio. Purtroppo, i giudei presenti che ascoltano le parole di Gesù, si bloccano nella loro cinica interpretazione. Le parole del Maestro, viceversa, hanno per il fedele cristiano un significato consistente e positivo, ciò nonostante è possibile comprenderlo e, coglierlo, soltanto, se è riferito all’Eucaristia istituita da Gesù Cristo. Le sue conseguenze sono altrettanto positive. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna […] Chi mangia questo pane vivrà in eterno». La comunione con Gesù Cristo è concretamente una partecipazione alla comunione intima che sussiste tra il Padre Onnipotente e il Figlio Unigenito. Quell’essere umano che vive in comunione, innegabilmente partecipa con Gesù, direttamente, alla stessa vita di Dio Padre! La necessità per l’uomo di nutrirsi è quindi scontata, tuttavia, quest’azione è sottoposta a speciale evidenza, nella Liturgia della Parola di oggi; in fin dei conti, anche la vita cristiana dipende da un pezzo di pane. Tutti gli esseri umani hanno necessità di mangiare per rimanere in vita, quindi, nutrizione ed esistenza sono realtà, intimamente, correlate. Gesù afferma che è essenziale alimentarci, benché, nutrirci dell’Eucaristia domenicale (ancor meglio se diviene appuntamento quotidiano), equivale a entrare in sintonia con il Cristo, accogliendo il suo stile di vita, comprendendo le sue scelte e, assimilando il suo modo di fare. Gesù asserisce che è fondamentale «mangiarlo», per la nostra sussistenza cristiana. «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo», dunque è verso Gesù stesso che si deve rivolgere il nostro cuore e, con la massima intensità di fede e, di amore possibile. Anche all’uomo di oggi, Gesù viene incontro, con questo specialissimo alimento. La vita cristiana quindi dipende da un pezzo di pane e, nutrirci dell’Eucaristia significa entrare in sintonia con il Signore, assimilare il suo stile di vita, comprendere le sue scelte e, apprendere il suo modo di comportarsi. Per il «cristiano» il pane quotidiano, rimane l’Eucaristia. L’«incorruttibilità» di questo specialissimo nutrimento è insita nell’unità completa con il Signore, affinché a nostra volta formati «Corpo di Cristo» (quindi divenuti Sue membra), noi stessi siamo «ciò che riceviamo». Tuttavia, non soltanto l’Eucaristia è «pane quotidiano» ma anche l’ascolto della Parola di Dio. E’ Cristo stesso che «lievitato» nella carne di Cristo, «impastato» nella Passione, «cotto» nel sepolcro, conservato nella Chiesa, portato quindi sugli altari, somministra, ai fedeli cristiani, tutti i giorni, un alimento celeste, come ben esponeva nelle sue espressioni originalissime, San Pietro Crisologo. Oggigiorno, noi mangiamo lo stesso pane, per vivere nello stesso amore, con Gesù risorto e, con il prossimo. Non ci resta che ringraziarlo sempre, per questo santissimo segno, vale a dire l’Eucaristia e, accoglierlo come dono della sua misericordia. Dono che ci trasformi sempre e il Signore ci conceda, altresì, un cuore nuovo, capace di amare! A margine della celebrazione eucaristica, in diverse comunità, si tiene anche la processione del «Corpus Domini». Questa processione, nata come prolungamento della Santa Messa, si è poi progredita nella regalità di Cristo ed ha acquistato carattere di «purificazione», con la presenza del Signore che benedice tutta la città e, infine di adorazione per suscitare la fede, nella popolazione. L’accostamento di queste due specifiche funzioni, Santa Messa e processione esterna, non deve mai travisare il significato autentico dell’Eucaristia! Il «culto eucaristico» deve manifestare: subordinazione, legame, attinenza, alla celebrazione eucaristica che conserva importanza predominante e fondamentale. Nell’espansione determinata del discorso del «pane di vita», chi arriva a Gesù, nel suo cammino di fede, non può, non percepire la necessità di entrare in sintonia essenziale con il Maestro, per opera della comunione eucaristica. Chi non mangia la carne di Cristo, infatti, non ha la vita e, pertanto, non può diffondere la vita. Chi non dimora in Cristo, non può, nella missione evangelizzatrice, dilatare gli spazi della vita ecclesiale. Chi non vive per Cristo, non può, accompagnare gli altri uomini a vivere per il Signore! Chi non gusta le gioie dell’intimità divina non può, chiaramente, invitare altre persone a fare la stessa esperienza. Di fronte a Cristo che si presenta come parola in cui credere e, come il pane che dona la vita, la gente si scandalizza e si divide. Il linguaggio del Maestro diviene irrazionale a quelle persone che, evidentemente, non hanno gli occhi della fede e, a quelli che non hanno il cuore docile. Coloro che, con cuore umile hanno già esperimentato la potenza del mistero pasquale, le parole del Maestro sono «spirito e vita», saranno capaci di favorire il corso del dono dello Spirito Santo e, di far nascere (anche) i fratelli a vita nuova! E’ sempre e, soltanto, a iniziare dal Cenacolo (luogo dell’intimità e della comunione con il Maestro) che si rigenera e, si rilancia la missione cristiana. Sempre sull’esempio di Gesù («chi mangia di me, vivrà per me»), da buon «cristiano» fedele, pronuncerà di me e, tutto quello che realizzerà, lo farà in memoria di me. In conclusione, rendiamo grazie al Padre Eterno per quanto Gesù Cristo, ha compiuto nel suo passaggio terreno e, per le meraviglie che lo Spirito Santo compie tutt’oggi nel mondo intero. Siamo dunque «cristiani» per innalzare al cielo la più sincera gratitudine, a nome e per conto di tutti gli uomini, ai quali lo Spirito Santo si offre ancora; anche quando, talvolta, la nostra oscurità di mente ci rende indifferenti al ringraziamento, nel contemplare l’espandersi del Regno di Dio! In conclusione, possiamo dedurre che l’Eucaristia è il pane vivo donato a ciascuno di noi, da Gesù Cristo. Chi si ciba dell’Eucaristia, si nutre di Cristo stesso, vale a dire, del suo corpo e, del suo sangue. Per mezzo dell’Eucaristia, l’alimento soprannaturale per eccellenza, si realizza la comunione con il Figlio e, per mezzo suo, con il Padre. La vita eterna (ovvero la vita di Dio Padre) è quindi condivisa con gli uomini di oggi, attraverso il sacramento eucaristico. Questa specialissima comunione è alla base dell’unità fondamentale, intima e immensa, che si realizza tra tutti coloro, che partecipano all’«unico pane» che è Cristo Gesù. L’Eucaristia pertanto è garanzia di vita eterna!

SANTISSIMA TRINITA’ – (Anno «A») – DOMENICA 19 Giugno 2011

Es 34,4b-6.8-9; Dn 3,52-56; 2 Cor 13,11-13; Giovanni 3,16-18

« … Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell unigenito Figlio di Dio.»

La discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, celebrata domenica scorsa, ha costituito in pienezza la Chiesa Universale, quale segno vivo e, sacramento di unità, e questa è stata proiettata nella storia, per abbracciare tutte le genti, promuovendo, ininterrottamente, il giusto cammino delle stesse popolazioni. Quando si è pervenuti a configurare le prime società civili, i cristiani, forse sono stati presi dalla paura di dare spazio a novità, portati dalla stessa Pentecoste e, compromettere risultati fin lì raggiunti. La storia umana, quella ovviamente costruita nel bene, procede dall’incontro dell’Onnipotente con l’uomo e, dalla concretizzazione da parte dell’uomo. Il Creatore desidera che la Sua creatura domini la terra e, ne tragga le risorse necessarie alla vita. Il Creatore desidera anche, che l’uomo conosca i fenomeni della natura, senza con questo aver la pretesa di poter arrivare a sapere tutto, perché a questo scopo non arriverà mai. Dio vuole tutto ciò, e volentieri guida gli individui a scoprire, nelle realtà della creazione, cose utili per loro. Il disegno di Dio sull’uomo contempla che gli esseri viventi vivano tutti nella concordia, poiché l’uomo ha questa vocazione costitutiva, essendo fatto a Sua immagine e somiglianza. Dio è unità e relazione. Dio è uno e trino. E’ il primo mistero della nostra fede. Dio è uno, ma, in tre Persone uguali e distinte, Padre e Figlio e Spirito Santo. Il «mistero» della Santissima Trinità può essere compreso e assimilato, soltanto, con la ragione? Sicuramente, no! E’ innegabile che il Creatore abbia lasciato qualche traccia del Suo «Essere trinitario», nella creazione (vedi l’Antico Testamento), ma, l’«intimità» profonda, del suo Essere come «Santissima Trinità», costituisce, infatti, un «mistero inaccessibile» alla sola ragione umana, e anche alla fede primitiva dello stesso Israele, prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio e, dell’invio dello Spirito Santo. Questo «mistero» è stato «rivelato» da Gesù Cristo, esso è la fonte (inesauribile) di tutti gli altri misteri. Dio non è l’equivalente di «solitudine», non è sinonimo d’inattività o, di silenzio inoperoso. Dio è «comunione», vale a dire, movimento circolatorio tra le tre Persone Divine, scambio continuo di vita, di Amore, di gioia incontenibile. Dio è anche espansione, diffusione, fonte di vita gioiosa, sorgente di Amore per «ciascuno» di noi. È proprio questo il messaggio fondamentale che scaturisce da tutte le letture di questa domenica. Davvero, a noi, non resta che lodare e, cantare insieme il ritornello del Salmo Responsoriale. «A te la lode e la gloria nei secoli!». «Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa», partecipata e diffusa anche in noi. Quelle che si presentano oggi sono ben tre, specialissime, «persone» per farci felici. Dio, non è per nulla, una sorte di carabiniere dell’uomo o, un agente di pubblica sicurezza addetto alla sorveglianza, della sua vita terrena. Egli, viceversa, è la nostra grande ricchezza, perché diffonde e, dilata, la Sua infinita letizia, la Sua immensa beatitudine nella vita di tutti noi. Non possiamo che sostenere: la Santissima Trinità porta l’essere vivente fuori dall’orizzonte umano comune. L’esistenza della Trinità è esterna all’uomo. Il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono la fonte e, la completezza del nostro essere e, del nostro esistere. La festa della Trinità, pertanto, invita sempre ciascuno di noi ad approfondire il «mistero di Dio». Nella nostra società moderna fin troppo secolarizzata, è già un problema parlare di Dio, come si fa allora a parlare (addirittura) del «mistero trinitario»? Eppure non dobbiamo aver «fifa» di testimoniare la nostra fede, in un Padre Eterno che, si rivela come il «Misericordioso» e, vuole stringere un’alleanza con l’uomo (cfr. prima lettura) che, manda il suo Figlio unigenito nel mondo, perché intende liberare l’essere vivente dalle sue schiavitù e, condurlo alla vita eterna (Vangelo). E’ il Signore stesso che desidera restare qui, ora, in mezzo a noi, presente «in mezzo al suo popolo», come offerta di Amore, di grazia, di comunione.

La massima rivelazione dell’Altissimo, all’umanità, è già avvenuta in Cristo. Gesù è il nuovo «monte» dell’incontro con Dio, la definitiva e, suprema parola, che ci è stata rivolta dall’alto. L’Onnipotente non abita più «nella nube», bensì, nel «Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (v. 16). Se il Padre Eterno entra «nel mondo», mandandovi il proprio «Figlio», certamente, non lo fa «per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (v. 17). La Sua è una venuta di salvezza. L’Altissimo non desidera la condanna dell’uomo, bensì, la sua liberazione da tutte le influenze diaboliche di un’«altra trinità»: la «trinità dei consumi», vale a dire, soldi, sesso, droga! Questi sono i veri mali e, luoghi di perdizione che, opprimono l’uomo contemporaneo, prima di tutto i più giovani. La salvezza, viceversa, proviene unicamente dalla fede nel Cristo (v. 16), ovverosia, consiste nell’accogliere e, nel seguire la Sua parola di salvezza. «Chi crede in lui non è condannato» (v. 18), perché scopre in Gesù Cristo la «via» della liberazione, la «via» che davvero accompagna ciascuno di noi alla «vita eterna» (v. 16). I valori per i quali il Cristo ha sacrificato la vita e, che gli hanno meritato la risurrezione, sono ora riproposti a tutti i credenti, come oggetto del loro impegno di fede, come cammino di liberazione personale e, di salvezza comunitaria. L’«Amore di Dio», in Gesù Cristo è incondizionato, tuttavia, esso esige la risposta univoca dell’uomo. La presenza di Gesù impone che ciascuno di noi scelga, oggi, qui, perché «adesso si fa il giudizio». Questo «carattere» definitivo e, immediato, del giudizio è la conseguenza della presenza del Rivelatore; presente Lui, l’uomo di oggi è costretto a fare la scelta e, da questa preferenza, deriva fin d’ora la salvezza o, la condanna. La contrapposizione tenebre-luce potrebbe richiamare alla mente altri brani biblici «affini», tuttavia, Giovanni (l’evangelista) preferisce attirare l’attenzione di ciascuno sulla libertà individuale. E’, infatti, la libertà di ciascuno di noi che, provoca (o no) la separazione da Dio e, dunque, il giudizio divino. In Dio, il primato non è quello della giustizia che punisce, bensì, quello dell’Amore che perdona, anche se a qualcuno, tutto questo potrebbe strano, come lo fu per Giona: « … so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all ira, di grande Amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato … » - (Giona 4,2). E’ un Amore che si comunica non in modo offuscato, ma, in una figura concreta e storica, quella di Gesù Cristo. È Giovanni stesso che presenta questo ingresso storico di Dio nel mondo, col verbo «dare». «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio suo». Questo verbo (del dono) sarà ripreso al termine del suo Vangelo per descrivere il «darsi» del Cristo, nella morte di croce. C è, quindi, un dono del Padre e, uno del Cristo, tuttavia, entrambi sono finalizzati alla liberazione dell’uomo dal male. È in questa luce che la Santità di Dio penetra nella vicenda dell’umanità e, in quella di ogni individuo, com’è ricordato anche dallo stesso San Paolo nel «saluto trinitario» finale della seconda lettera ai Corinzi. La «Trinità» entra, pertanto, nell’esistenza di ciascuno di noi, offrendo la Grazia del Cristo, l’Amore del Padre e, la Comunione dello Spirito Santo. E’ il Cristo stesso che, estrae ciascuno di noi dalla palude del peccato e, lo fa discendere nel grande mare della pace e, della luce di Dio. La Trinità diviene così l’origine, l’icona, la meta dell’esistenza cristiana; tutte le dimensioni della teologia sono, allora, «ripensate» nella loro «dimensione trinitaria».

DOMENICA DI PENTECOSTE - MESSA DEL GIORNO (ANNO A) - 12 Giugno 2011

Atti degli Apostoli 2,1-11; Salmo 103; 1° Corinti 12,3b-7.12-13; Giovanni 20,19-23

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati"».

20,19-23: Gesù appare ai discepoli! 20,20: mostrò loro le mani e il fianco: il Signore risorto è lo stesso Gesù che subì la passione. Ne mostra infatti i segni. Ma si tratta di un modo di essere molto diverso: entra a porte chiuse (cfr. Giovanni 20,19). 20,22: Il soffio simboleggia il dono dello Spirito nella nuova creazione: cfr. Genesi 1,2; Ezechiele 37,9.

«Pentecoste» è il giorno dell’effusione dello Spirito Santo, cinquanta giorni dopo la Pasqua. La mentalità comune, forse, trascura talvolta l’«unità pasquale» di due grandi avvenimenti, vale a dire, Gesù Risorto, che rimane il protagonista visibile della Pasqua e, lo Spirito Santo che è il protagonista invisibile, Quest’ultimo è l’anima e la vitalità dell’evento pasquale, o meglio, il prolungamento e lo sviluppo nel tempo della Pasqua di Gesù. Procediamo però con ordine. Nell’Antico Testamento, è chiamata la «festa delle settimane», essendo celebrata sette settimane dopo gli «azzimi» (cfr. Levitico 23,15-21; Numeri 28,16-31; Deuteronomio 16,9). Celebrazione delle primizie della mietitura del grano, diventa un ricordo dell’Alleanza del Sinai. Nel Nuovo Testamento è la festa del dono della nuova legge, lo Spirito (cfr. 2°Corinti 3; Galati 5,18; Giovanni 1,17). Secondo gli Atti degli Apostoli (c. 2) la Chiesa diviene, in tal modo, la primizia di un mondo nuovo. Tutti i popoli vi hanno posto, poiché le «meraviglie di Dio» sono proclamate pubblicamente, in tutte le lingue della terra (cfr. con Giovanni 11,1-9: il mondo peccatore diviso dalla diversità delle lingue). A questo punto esaminiamo la scena del Vangelo. La scena si svolge la sera di quello stesso giorno. Gli episodi precedenti non paiono aver modificato il modo di fare dei discepoli. Si può pensare che i discepoli siano presenti in Undici, anche se l’evangelista Luca (24,33) aggiunge agli Undici «quelli che erano con loro». Essi vivono nella paura e rinchiusi in un luogo sbarrato, dove però appare Gesù. La sua presenza non è più soggetta a leggi fisiche o, alle costrizioni naturali degli uomini con il loro corpo. Non è detto che Gesù oltrepassi materialmente i muri, ma semplicemente che può rendersi presente in forma assai diversa dagli uomini. La sua venuta è come quando era in vita, Egli è sorgente di pace. Il Signore, mostrandosi ai discepoli, rivolge il suo saluto messianico, «Pace a voi», infatti, sulle labbra del Risorto questa espressione, tanto comune agli ebrei, acquista un significato particolare: è l’augurio della salvezza operata dal Redentore. «Pace a voi», quindi, non è soltanto un augurio di cortesia, bensì, esprime il dono effettivo della salvezza, della gioia, della pace. « … detto questo mostrò loro le mani e il fianco … », per far vedere le ferite dei chiodi e, del colpo di lancia. Giovanni è l’unico che asserisce del colpo di lancia, che ha trafitto il fianco di Cristo sulla croce. Le tracce della crocifissione sulle mani, sul fianco di Gesù, attestano che, nonostante le condizioni straordinarie della sua manifestazione, Giovanni non vuole assolutamente che i suoi lettori percepiscano Gesù per un fantasma, per qualcuno che non sia il crocifisso. La presenza fisica, terrena e abituale di Gesù ha avuto fine, ma chi ora è in mezzo a loro è proprio il Signore Gesù, ovverossia, quello stesso uomo che hanno conosciuto, amato, eppure trasfigurato dalla risurrezione. Con la sua risurrezione, Gesù ha dimostrato di essere vero Dio, padrone della vita, della morte. Egli è veramente il Signore, Jhwh. I discepoli si rallegrarono proprio, perché hanno riconosciuto in Gesù risorto Jhwh. Il timore dei discepoli scompare velocemente e, adesso sono nella gioia. « … anche io mando voi». Dopo aver dato loro la seconda volta la pace, il Risorto affida ai suoi discepoli la missione di essere suoi messaggeri. L’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello di Gesù da parte del Padre (v. 21). Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli: divenire gli annunciatori del Risorto. Per questo sarà sigillata con il dono dello Spirito Santo (v. 22).

Le apparizioni di Gesù non sono una conclusione, ma sfociano in una missione. «Come il Padre», non è soltanto un’espressione di paragone, bensì essa è un fondamento, un radicamento. I discepoli sono «mandati» (letteralmente «fatti apostoli») per continuare l’azione di Gesù Cristo. È questa la prima volta che il Vangelo di Giovanni attribuisce il titolo di «apostoli» agli Undici, II tema dell’invio è già stato esposto più ampiamente nel discorso sacerdotale (cfr. Giovanni 17,17-19). Questo soffio di Gesù risorto richiama l’azione creatrice di Dio, quando soffiò nelle narici di Adamo l’alito della vita (cfr. Genesi 2,7). Secondo l’oracolo di Ezechiele (37,9) lo Spirito di Dio darà vita alle ossa aride, soffiando su di esse. Perciò il giorno della risurrezione del Cristo è creato l’uomo nuovo, il popolo dei salvati, inviato nel mondo per annunciare il messaggio della salvezza evangelica. Con il dono dello Spirito che li consacra alla missione, i discepoli ricevono anche il potere di rimettere i peccati. Rimettere i peccati significa purificare dalla colpa (cfr. 1° Lettera di Giovanni 1,9) per mezzo del sangue di Gesù (1°Giovanni 1,7). Questo potere di perdonare i peccati è riservato a Dio e a suo Figlio (cfr. Marco 2,5-10). Nel giorno della sua risurrezione, Gesù conferisce questa facoltà divina alla sua Chiesa (v. 23). In conclusione, come Dio aveva soffiato nelle narici di Adamo, un alito dì vita (cfr. Genesi 2,7), come lo Spirito era disceso su Gesù (Giovanni 1,33-34), così Gesù (che Dio ha fatto Signore) soffia (il verbo greco è identico a quello di Genesi 2,7) la potenza dello Spirito sui discepoli (cfr. 14,26). Gesù che ha fatto l’esperienza della morte in croce, ora si rivela «Signore della vita». Essi che fino a quel momento erano paurosi, ora sono travolti da una forza divina. Come Dio, poi come il suo inviato Gesù, anch’essi possono rimettere i peccati, ovverosia, nella potenza della morte del Cristo: purificare l’uomo dal peccato. Lo Spirito li unisce così strettamente a Dio che, quando perdonano (agli uomini) o ritengono i loro peccati, è Dio stesso che per mezzo di loro perdona o, ritiene. È lo Spirito Santo «che è Signore e dà la vita», che ha risuscitato Gesù dai morti. E’ ancora lo Spirito Santo, che dispone e, apre l’umanità ad accogliere nella fede e, nella vita Gesù risorto. Lo Spirito di Dio è, quindi, il soffio della vita, la sorgente della creazione, il principio di una nuova esistenza interiore. Gesù Cristo, in quella stessa sera di Pasqua, appare ai suoi discepoli come il creatore dell’uomo nuovo, assolto dal peccato e, liberato dal male. Le parole che accompagnano il gesto simbolico del soffio, sono molto espressive. «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Attraverso il battesimo e, per mezzo della riconciliazione, la Chiesa celebra una Pentecoste permanente. Essa è, per eccellenza, la festa del perdono, della novità, della libertà. La Chiesa vive, cresce in quantità e qualità, per la presenza del Cristo, suo capo, ciò nonostante, anche per l’azione dello Spirito che la rende sempre più viva e santa. Questa venuta del Signore, come la seguente, si svolge «nel giorno del Signore», vale a dire al momento del raduno liturgico dei primi cristiani, tempo privilegiato della presenza del Signore alla sua comunità e momento, ogni volta, celebrato quando essi si riuniscono per la frazione del pane, del loro invio nel mondo. Che cosa avvenne allora in quel giorno, tanto speciale? Gesù Cristo glorificato, cinquanta giorni dopo la sua Risurrezione, a Pentecoste, effonde lo Spirito a profusione e, lo manifesta come Persona divina, pertanto, la Trinità Santa è pienamente rivelata. La Missione di Cristo (e dello Spirito) diviene la Missione stessa della Madre Chiesa, mandata per annunciare, diffondere il mistero della «comunione trinitaria». Concretamente cosa fa allora lo Spirito nella Chiesa? Lo Spirito edifica, anima, santifica la Chiesa stessa. Lo Spirito d’Amore, ridona ai fedeli (battezzati) la somiglianza divina perduta a causa del peccato e, li fa vivere (in Cristo Gesù) della Vita stessa della Trinità Santa. Lo Spirito d’Amore li manda, ancora, a testimoniare la Verità di Cristo e li organizza nelle loro responsabilità, affinché tutti portino «il frutto dello Spirito» (cfr. Galati 5,22). Oggigiorno, come agiscono Cristo e il suo Spirito nel cuore dei fedeli? Gesù Cristo, per mezzo dei sacramenti, comunica alle membra del suo Corpo il suo Spirito e la grazia di Dio che porta i frutti di vita nuova, secondo lo Spirito. Infine, lo Spirito Santo è il maestro per eccellenza della preghiera. L’effetto salvifico di quest’adesione a Gesù Cristo, Figlio di Dio, è il possesso della vita divina, tramite la sua persona. Le ultime parole di Gesù: «Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno» costituiscono il vertice delle apparizioni di Gesù risorto, ai suoi discepoli. Il messaggio di questa beatitudine evangelica è fondamentale per tutti i cristiani di tutti i tempi, quindi anche per quelli di oggi. Purtroppo, troppi uomini contemporanei inseguono, soltanto, comparizioni o fenomeni soprannaturali. La Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione (vedi il Concilio Vaticano II) rammenta ancora oggi che non ci si deve aspettare nessun’altra rivelazione pubblica prima della venuta finale del Signore (cfr. Dei Verbum, 4). Dio si è manifestato in modo autentico nella Sacra Scrittura, che rappresenta la regola suprema della fede della Chiesa, il nutrimento sano e sostanzioso della vita del popolo di Dio (cfr. Dei Verbum, 21).

SOLENNITA’ DELL’ ASCENSIONE DEL SIGNORE – 5 Giugno 2011

Atti degli Apostoli 1,1-11; Salmo 46 (47); Efesini 1,17-23; Matteo 28,16-20

«Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo"».

Con la solennità dell’ascensione volge al termine la presenza visibile di Gesù Cristo in mezzo a noi e, inizia pertanto una sua presenza nuova, nella Chiesa e, nella vita quotidiana dei credenti. Una partenza, quella di Gesù, che si trasforma però in una presenza più intensa ed efficace: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il vangelo di Matteo termina, a seguito della conferma della risurrezione, da parte della stessa guardia del sepolcro, con una solenne apparizione di Cristo, ai discepoli. Egli, a questo punto, è il Figlio di Dio, dotato di un potere universale, che affida un «mandato missionario» alla sua Chiesa, perché gli Apostoli facciano nuovi discepoli, evangelizzando le popolazioni della terra. Gli Apostoli quindi battezzino e insegnino la Legge di Cristo, vale a dire, una legge d’amore, di verità, di libertà. Le ultime parole del risorto presentano Gesù come l’Emmanuele (vale a dire il Dio con noi) presente tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Ebbene, come abbiamo detto, inizia ora un periodo nuovo della storia della salvezza che terminerà con il ritorno trionfale del Signore e, quindi si vivrà l’ultimo giudizio. Tra l’«ascensione» e, il ritorno definitivo di Gesù, si cela un intervallo che Sant’Agostino amava chiamare «tempus medium». È sostanzialmente l’ultimo periodo della storia della salvezza, prima del compimento di tutte le profezie. La storia della salvezza, (e anche quella del male) troverà il suo compimento, con l’irrompere del Regno di Dio. Qualcuno potrà pensare che Gesù Cristo, quindi, non è più qui. Il rapporto che si ha con Lui è simile a quello che si ha con «uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito» (cfr. Marco 13,34). Gli Apostoli non potevano più rivolgergli domande, ciò nondimeno, conoscevano le sue idee e, le sue intenzioni e, dovevano altresì portarle avanti con slancio, acume e, responsabilità. Anche per il «cristiano» di oggi, il Signore è partito per un lungo viaggio. Nella misura in cui il cristiano l’ha conosciuto, attraverso le Sacre Scritture, tuttavia egli può, oggi, con creatività, assumersi la responsabilità dei compiti che gli sono stati affidati. « … andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato». Il Cristo glorioso, dall’alto del suo potere che abbraccia cielo e terra, fa scendere sui discepoli, convocati sul monte della Galilea, un’ultimissima parola che diverrà la radice della missione della Chiesa. E’ osservando attentamente questa sorta di collegamento aperto tra cielo e terra che riusciamo a comprendere il significato intimo (e immenso) della Solennità dell’Ascensione. Volete ancora un esempio? Oggi è possibile notare come le cime delle montagne sono spesso contrassegnate da una croce o, se non addirittura da una chiesa, poiché il cielo è considerato, a ragione, la residenza dell’Altissimo, l’area perfetta e inviolabile dell’Onnipotente, mentre, gli esseri umani sono relegati nella pianura della terra, ancorati alla piattaforma del loro orizzonte quotidiano. Le «vie» del Vangelo, quelle del battesimo e, quelle della giustizia si muovono dalle praterie della terra, per arrivare alle praterie, eterne, del cielo. La sua parola, la sua preghiera, il suo modo di affrontare la tradizione del suo popolo, di entrare con esse nel suo grande testo scritto del Vangelo, di compierli vivendoli Lui stesso, tutto questo conferma che per ciascuno di noi è necessaria un’approfondita «riflessione teologica». Cristo è il punto di partenza e, quello di arrivo, della nostra professione di fede ed Egli stesso, cammina con noi, sulle vie del mondo. Se Gesù davvero «viveva nella fede», allora, davvero è necessario vederlo oggi vivere, camminare, attraversare (con noi) l’oscurità del mondo contemporaneo, illuminata però dalla sua stessa luce! Ancor prima di guardare lo svolgimento storico della sua esistenza, è necessario tuttavia prevenire eventuali obiezioni di principio e, definire bene in che modo la fede di Gesù sia vissuta nell’oscurità del mondo. Quest’oscurità è ben lungi dall’essere una debolezza da colmare, era invece la grandezza di quell’esistenza terrena, che rifiutarla a Gesù, sarebbe stato come diminuirlo in modo eccessivo. Realmente, Gesù è un «uomo» autentico e, la nobiltà inalienabile dell’essere umano è di potere, anzi di dover liberamente proiettare il disegno della propria vita terrena, in un avvenire che ignora. Se quest’uomo di oggi è un «credente» in Cristo, «l’avvenire» nel quale si lancia e si proietta, «è Dio stesso» nella sua libertà e, nella sua immensità. Privare Gesù di questa possibilità (ovvero della sua umanità) e, farlo avanzare verso un termine già noto e distante soltanto nel tempo, significa spogliarlo ingiustamente della sua dignità di uomo. Il «cristiano», pertanto, attraverso l’adesione al Vangelo di Cristo, nella fede e, nell’impegno d amore, è strappato dalla polvere della terra (dall’incubo della fine, ovverosia dalla morte), per essere introdotto, definitivamente, nella dimora e, nella vita di Dio.

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Seppur oggi incombano profonde oscurità sul «cielo italiano», ciò nonostante, queste non devono mai impedire ai fedeli cristiani di scorgere numerosi segni di speranza e, nuove possibilità dell’evangelizzazione degli ambienti, anzi, queste difficoltà esaltano il coraggio apostolico dei credenti, fondato tuttavia sulla fede in Cristo Gesù. E’ indubbio che sia necessario un nuovo impulso da parte di tutti i cristiani e, in questo modo, certamente le possibilità della nostra missione si dilateranno a dismisura. L’Onnipotente sta già preparando una nuova stagione cristiana per noi, della quale si sta già intravvedendo l’inizio. I campi di lavoro, dove seminare il seme del Vangelo di Cristo, non mancano proprio, basta osservare quanta sete di libertà, di giustizia, di solidarietà e di pace, è deficitario anche il nostro paese. La missione dei cristiani è la collaborazione attiva e, fattiva con quella di Gesù Cristo. «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». La nostra missione non si fonda, pertanto, sulla capacità umana di ciascuno, bensì, sulla potenza del Cristo Risorto. «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» - (Giovanni 6,69). E’ Gesù Cristo, infatti, che evangelizza, attraverso, i suoi discepoli di oggi, seppur zoppicanti. «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». All’uomo non rimane altro che convertirsi e credere, aprire la mente e il cuore umano al suo Vangelo che illumina il cammino della vita terrena di ciascuno di noi. Convertirsi a Cristo, secondo la predicazione degli Apostoli, significa sostanzialmente credere e, accogliere Gesù Cristo, Verbo del Padre fattosi uomo, morto e risorto, per salvare oggi ciascuno di noi. Convertirsi a Cristo è pertanto entrare in contatto personalmente, comunitariamente (vale a dire, io, con la mia comunità parrocchiale) con Lui, è vivere con Lui, perché Egli è vivo, qui, adesso! «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», queste sono le bellissime parole che chiudono il Vangelo di Matteo (e quello di oggi) è anche il «principio attivo» dell’«annuncio apostolico», cuore pulsante del cristiano missionario che, rimane sempre attuale e immutato. A questa conversione, che è sostanzialmente il risveglio del cristiano a una fede autentica, dobbiamo tutti fare ritorno! L’invito di Gesù (prima della sua ascensione al cielo) è rivolto a tutti, a tal punto da divenire il fine al quale tendere, senza stancarsi, se davvero si vuole dar un senso autentico alla propria esistenza cristiana terrena. E’ ancora Gesù, che personalmente chiama oggi a vivere con Lui e, in questo consiste sia la nostra vocazione personale, sia la nostra santità, che è appunto chiamata universale; ciascuno però secondo le proprie condizioni di vita. In conclusione, Gesù prima di salire in cielo, intende affidare comunque agli Apostoli e, a tutta la sua Chiesa (della quale anche ciascuno di noi è parte integrante), il mandato di annunciare il Vangelo. Gesù, inoltre, promette lo Spirito Santo, in forza del quale tutti i suoi discepoli saranno, lungo i secoli, suoi testimoni. L’«ascensione al cielo» del Cristo è, allora, la proclamazione gloriosa della risurrezione, del superamento da parte di Gesù Cristo, del limite degli uomini e, delle loro penose condizioni. Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è «disceso» dall’area divina, penetrando nella pianura degli uomini, sue creature, camminando per le loro strade, sprofondando in una delle loro tombe! Se con la Pasqua Egli ha demolito la prigione terrestre («peccato») dalla quale tutta l’umanità è stata contagiata, Gesù ritornando alla patria celeste, porta con sé le sue creature (terrestri). Anche il testo di San Paolo agli Efesini (4,8) e quello del Salmo (68,19) sono adatti per esprimere l’ascensione e la glorificazione celeste di Gesù risorto. «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». «Sei salito in alto e hai fatto prigionieri, dagli uomini hai ricevuto tributi e anche dai ribelli, perché là tu dimori, Signore Dio!». Gesù è la guida e il capo che apre, appunto, questa marcia, lunga come tutta la storia che, condurrà l’umanità dinanzi al trono del Santissimo. Alla fine dei tempi, Egli riapparirà, per chiudere questa processione sconfinata che ogni giorno, con la morte di ogni giusto, si distende nel tempo. La creatura, allora, non è imprigionata per sempre nelle strette frontiere delle cose e, nei confini meschini del nostro paese. Anche questa creatura umana sarà aperta all’assoluto e all’infinito con tutto il suo essere. Questa speciale contemplazione di oggi genera la speranza di poterlo raggiungere, un giorno, anche noi. Speranza che si fonda sulla certezza che Cristo è risorto e, vive glorioso presso il Padre. In concomitanza con l’ascensione di Gesù al cielo, è indispensabile imparare (ancora una volta) a riscoprire il volto di Cristo oggi, nelle persone che incontriamo oggi, con la sincera speranza di oggi, per poterlo raggiungere un giorno nella gloria!