
4° DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – ANNO "B" – 29 Gennaio 2012
Deuteronomio 18,15-20; Salmo 94; 1° Corinti 7,32-35; Marco 1,21-28
«Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: "Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!". E Gesù gli ordinò severamente: "Taci! Esci da lui!". E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: "Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!". La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea».
Nel vangelo di oggi ritroviamo Gesù che, abbandonato nel frattempo il deserto di Giudea, ritorna in Galilea e, sceglie come dimora principale la città palestinese di Cafarnao, preferendola quindi alla stessa Nazareth. Gesù, infatti, proprio a Cafarnao decide di esercitare la gran parte della sua evangelizzazione, costituendo come (noi oggi diremmo) «campo base» la casa di Andrea e Simone (vedi Marco 1,29). La scelta di dimorare in città rispondeva, verosimilmente, a intenti precisi. Innanzitutto, per il Maestro Gesù, diveniva indispensabile inserirsi nel cuore propulsivo dell’attività quotidiana degli uomini, nel nucleo della cultura vigente e dell’attività economica. E’ interessante notare come l’evangelista, in questo caso, scrive che Gesù entra in questa città e «subito» si reca in sinagoga a predicare! Gesù, quindi, si «mette all’opera» subito, senza dubbi, privo d’incertezze, o esitazioni, con l’intento chiaro di insegnare la «sapienza di Dio» a questa popolazione. Gesù è venuto proprio per questo e, la stessa Cafarnao ne aveva assolutamente bisogno! L’evangelista intende risaltare anche un aspetto peculiare, ovverosia, che Gesù «insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (vedi il versetto ventidue). Cafarnao, all’epoca, abbondava di scribi, tuttavia, gli ascoltatori di questi ultimi stavano in balia di se stessi e, della tendenza del momento. Anche nella nostra società contemporanea possiamo ritrovare numerose analogie a quella situazione lontana. Nelle nostre città è assai diffusa una profonda crisi di virtù, qualità, capacità e valori comportamentali. In uno stesso individuo si possono notare come coesistono spezzoni di culture diverse, convinzioni differenti, e persino spunti contradditori. Il problema della città variegata, poliedrica, consiste proprio nel fatto che manca della limpida presenza del «Maestro» (vale a dire di chi insegna con autorità sulla vita), perché ognuno ha la sua divinità, il suo tempio, che comunque non ha nulla a che vedere con una società multi religiosa (aspetto ben differente). Ebbene, solamente con tale autorità è possibile scacciare lo «spirito impuro». Nel brano del Vangelo leggiamo che uno spirito diabolico aveva usurpato del cuore e della mente di un uomo presente in sinagoga, ciò nonostante, non si oppose a un’ideologia, bensì, all’autorità di Gesù Cristo, con una reazione aggressiva. «Io so chi tu sei: il santo di Dio!». Il santo di Dio è colui che Dio stesso ha scelto per incaricarlo di una missione particolare. Il profeta è, indubbiamente, un personaggio scomodo, ciò nonostante, è necessario. Egli, infatti, è l’intermediario con Dio, con l’Assoluto. Egli è interprete fedele e qualificato della sua Parola. Ascoltando il profeta, l’uomo s’incontra con la verità e la volontà di Dio. Esistono oggi profeti autentici? Che compito hanno nella Chiesa? Con quali segni si presentano e come possiamo riconoscerli? Gesù Cristo che insegna con autorità nella sinagoga di Cafarnao, e libera gli indemoniati dal potere di Satana, è il grande Profeta. Quello che nei profeti era presente con limiti e insufficienze, ora è rivelato pienamente, in modo definitivo, nel Figlio. Il profeta è il portavoce di Dio e ha il compito di dichiarare alla comunità dei credenti, una parola adeguata, opportuna, risolutiva, com’è ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Normalmente, il Profeta autentico non fa parte dell’istituzione, anzi la discute per vederla trasformata. Le parole che egli pronuncia non sono sue, bensì, sono del Signore. I profeti s’incontrano, oggi come ieri, ovunque. Ogni uomo, ogni donna, come ogni comunità umana, possono divenire «profezia». Un altro esempio illustre del Nuovo Testamento è sicuramente San Paolo. Egli è «profeta» per la sua comunità. Non a caso l’Apostolo delle Genti indica ai cristiani di Corinto il modo più idoneo per risolvere alcuni problemi che emergono da una realtà assai complessa. «E Gesù gli ordinò severamente: "Taci! Esci da lui!". E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui». E’ proprio il miracolo del quale abbiamo bisogno anche noi, qui, oggi! Questa è (e rimane) la sfida che ogni «cristiano» deve raccogliere, vale a dire, riproporre (con la propria testimonianza di vita) il Vangelo alle nostre città del tempo presente. Riprendiamo per un momento ancora il Vangelo di oggi. Quelli che erano presenti rimanevano sbalorditi del suo insegnamento. All’insegnamento di Gesù, stabilito con autorità, segue la guarigione di un uomo posseduto dal demonio nella stessa sinagoga di Cafarnao. La sua parola è realmente efficace! «Il Santo di Dio» è davvero l’appellativo dato a Gesù dall’indemoniato. Un essere lontano che, tuttavia, riconosce a Gesù tutto il suo potere, mentre noi che spesso siamo considerati «i vicini», non ne siamo capaci! Gesù è il Santo, poiché viene da Dio e noi che siamo «i suoi», siamo «i chiamati» alla santità, perché Dio ci vuole santi! Gesù non può rimanere nascosto alla nostra coscienza. A iniziare dalla Parola, è, infatti, riconoscibile in tante situazioni della nostra esistenza terrena e in tantissime circostanze della vita quotidiana feriale. Gesù ha lasciato in eredità (ai suoi) ciò che gli era stato prescritto di fare. Gesù è assolutamente sicuro, chiaro, evidente, manifesto, perché non ci ha parlato di sé, bensì, di Dio! Come non ascoltare ciò che sopraggiunge da Lui? Sarà chiesto conto al profeta (e a chiunque lo rappresenti) di tutte quelle cose dette che, viceversa, non giungono dal Signore.
Tutto quello che giunge dall’Alto non potrà mai distaccarci dal Signore, bensì ci tiene uniti a Lui non come schiavi, ma, da amici liberi; assolutamente liberi di poterlo scegliere, perché qualcuno (nella vita) ce ne ha parlato in modo corretto, come afferma ad esempio San Paolo, senza distrazioni, negligenze o superficialità. Che cosa allora è bene per l’uomo? Come salvarlo? In altre parole, cosa dovrebbe fare il Salvatore oggi per salvare? Questa è anche la domanda che si nasconde dentro ogni tentazione! Gesù allora prende posizione, decisamente e irrevocabilmente. Per salvare l’essere umano è indispensabile riportare Dio nel cuore, e nella storia dell’uomo stesso! Non sarà, infatti, il potere del mondo a salvare l’uomo, non sarà l’economia globale (o dell’eurozona) a sfamare l’uomo. Soltanto Dio può salvare l’uomo! Dio vivo e vero entra nel corso degli eventi, muovendosi sulla strada (per altro oggi assai poco «trafficata») dell’umiltà, della genuinità, del sacrificio personale, e dell’amore fino al dono totale di sé. In questo modo Dio entra (ancor’oggi) nel mondo, così Dio (ancor’oggi) regna, così Dio (ancor’oggi) vince! Noi da che parte stiamo? Il cammino della fede cristiana, è un «aprirsi» ricorrente, è un «convertirsi» persistente, ma a cosa? Alle scelte di Gesù: alle scelte di Dio! In Gesù Cristo, Dio si è «fatto vicino» all’uomo, si è «calato dentro» alla stessa fragilità umana e, si è esposto persino all’aggressione della cattiveria umana, rivelando la «vera forza» di Dio, ovverosia, la «vera onnipotenza» della sua misericordia! Se riuscissimo anche noi, come hanno fatto i tanti Santi che ci hanno preceduti, a intuire come il cosiddetto «principio attivo» dell’Amore consiste proprio nell’«abbassarsi», nel discendere, per farsi «piccoli», perché proprio questi ultimi sono i «preferiti di Dio»; essi infatti sono i protagonisti della sua specialissima «rivoluzione». Il compito dei «cristiani» di oggi, vale a dire gli «apostoli» moderni, è quello di far rinascere necessariamente attorno al Vangelo di Cristo, una percettibilità nuova (notizia fresca), una nuova cultura che ha per «culla» il dialogo, la comprensione, la misericordia e, l’accoglienza selezionata di ciò che è veramente buono! In altre parole: «Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La redenzione del mondo moderno di oggi in Cristo avviene nell’Amore! L’Altissimo rigenera perché, vincendo ogni amor di sé, ogni personalismo, ogni individualismo stressato, dona oggigiorno a ciascuno le energie necessarie per lasciarsi amare e, per amare! Saperci destinatari dell’amore incondizionato di Dio in Gesù Cristo, in ultima analisi, deve commuoverci, sorprenderci e magnificare (nuovamente) il Creatore! Qui si rinasce davvero alla vita!
3° DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – ANNO "B" – 22 Gennaio 2012
Genesi 3,1-5.10; Salmo 24; 1° Corinti 7,29-31;
Marco 1,14-20« … Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo". Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui … ».
«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino». Queste sono le due realtà, sulle quali oggi siamo invitati a meditare la Parola di Dio, in questa terza domenica del tempo ordinario. Il «regno di Dio», che i profeti dell’Antico Testamento avevano annunciato, adesso è qui! Giunge, infatti, a compimento proprio in Gesù di Nazareth. E’ davvero finito il tempo dell’attesa, inizia quello della realizzazione. Per questo nessun uomo d’ora in poi può ignorare gli inviti del Padre Eterno alla conversione, che prendono il via dall’Antico Testamento per giungere fino al Vangelo. «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea», l’evangelista intende rilevare (in questo modo) che la predicazione di Gesù inizia dopo l’arresto di Giovanni, quando la sua predicazione è stata interrotta violentemente dal re Erode. La voce fastidiosa (che perveniva alle orecchie dei reali) da parte di Giovanni Battista non si udiva più, e il deserto tornava a essere un luogo senza vita e senza parole. La stessa città di Gerusalemme tornava a essere una città muta, priva di ogni profezia. Gesù, comunque, non intende minimamente rassegnarsi al silenzio imposto dal re Erode. Anche gli uomini penitenti e pieni di speranza (che si recavano anch’essi in fila al Giordano per ricevere il Battesimo) non potevano restare in balia di una religione puramente ritualistica esteriore; o peggio ancora cadere sotto il giogo della violenza, che avrebbe imposto il silenzio alle parole vere. Gesù dunque prende l’iniziativa e inizia a predicare non più in Giudea (come fece Giovanni) ma nei territori periferici, vale a dire in Galilea, la regione palestinese più settentrionale. Quando ancor’oggi sentiamo nominare il Regno di Dio, corriamo il rischio di rimanere indifferenti e non accogliere pienamente il senso profondo. Esso, infatti, non è un bene materiale! E’ Dio stesso! E’ l’Eterno che desidera donarsi a noi, perché possiamo nuovamente vivere alla sua presenza, scegliendolo liberamente. Ricevere Dio, come dono, non è un atto passivo. Dio non si dona perché qualcuno lo merita, bensì, chi lo riceve ha deciso di cambiare vita, orientandosi verso Gesù Cristo, che è segno della manifestazione piena della signoria di Dio e del suo regno. Quest’orientamento è tuttavia segnato da una «chiamata» che rende «discepolo» chi riconosce Gesù insuperabile rispetto a tutto. Questa scelta ben precisa e ben voluta non semplifica le scelte del discepolo, anzi, le rinvigorisce (concretamente) nella testimonianza e nell’annuncio del Regno di Dio. Il Signore Dio non toglie proprio nulla all’uomo e, se toglie qualcosa è solamente per guarirlo! Il discepolo autentico, è quello che è chiamato all’annuncio del Regno di Dio ed è in ultima analisi un uomo risanato, un essere guarito dal proprio ego e dalla smania di asservire solamente il proprio egoismo. Il «cristiano» si pone dunque al servizio del prossimo, rimanendo «discepolo» senza alcuna aspirazione di superare il Maestro Gesù. Con Gesù accanto (a ciascuno di noi) non c’è desiderio di sorpasso, perché si resta discepoli per «fare come Lui». La Liturgia della Parola di oggi scandisce con chiarezza mirabile il tempo della vita cristiana. «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Il messaggio di Cristo si fa storia! Questo, infatti, non resta un semplice appello verbale, i pescatori abbandonano le loro reti e si convertono! Le realtà umane quotidiane sono assolutamente transitorie. Occorre che davvero gli uomini credano, e si convertano al Vangelo di Cristo. Tutto questo implica, da parte nostra, un cambiamento di direzione da imprimere alla nostra esistenza terrena, è indispensabile muoverci verso la speranza, che il Padre Eterno offre all’umanità. Il brano del Vangelo dovrebbe essere in grado di aiutare ciascuno anche a rispondere a una domanda fondamentale. Chi è, allora, Dio? E’ una questione oggi decisiva, alla quale, il «cristiano» deve essere in grado di fornire una risposta, al fine di decontaminare il cristianesimo stesso da ogni sorta di scaramanzia. Il Padre Eterno non è un essere astratto, staccato, disinteressato alle nostre tribolazioni quotidiane. Ne è, invece, l’anima del mondo! Il Signore non è nemmeno un soggetto con il quale può «trattare alla pari», o «scendere a patti». L’Altissimo «sta nei cieli», vale a dire che Egli è il Creatore e il Signore del mondo, come lo vorrebbe intendere una società opulenta! L’Onnipotente, da questa «altezza inaccessibile», a un certo punto della storia e per sua libera iniziativa intende venirci incontro attraverso Gesù, il suo Figlio prediletto. Gesù diviene (per noi) la voce e l’azione di Dio, quello attraverso il quale si rivela all’uomo. L’azione di Dio nel mondo è sempre adeguata! Non si può comprendere Dio, pertanto, se non nella sua relazione con l’essere umano. Gesù annuncia un tempo di grazia e di perdono ed entra personalmente nella nostra storia, chiamando alcuni uomini (che saranno in seguito i suoi discepoli) a condividere la sua gioia e a seguirlo più da vicino. Un invito che coinvolge, anche ciascuno di noi, qui, oggi; la nostra adesione a Gesù Cristo (che ci salva e libera) è un’esigenza indispensabile. Gesù dice: «convertitevi». E’ necessario, quindi, cambiare registro! «Conversione» significa, infatti, cambiare la propria vita, vale a dire, rimuovere dalla propria esistenza ogni idolatria precostituita, e muoversi verso Dio. «Credete nel vangelo». Il Vangelo è indubbiamente la «buona notizia» che Gesù stesso ci ha portato. «Credere al Vangelo» significa comprendere, ricevere, accogliere, rispondere «sì» al messaggio nuovo che Gesù, con la sua vita, ha portato al mondo. Gesù Cristo è intervenuto per salvarci dal peccato, dal vizio, dalla perversione e dalla morte inesorabile.
2° DOMENICA del TEMPO ORDINARIO – ANNO "B" – 15 Gennaio 2012
1° Samuele 3,3b-10.19; Salmo 39; 1° Corinti 6,13c-15a.17-20; Giovanni 1,35-42
« … Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?". Gli risposero: "Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa" - che significa Pietro. … ».
1,35ss: I primi discepoli. Due discepoli lasciano Giovanni Battista, per seguire chi (egli stesso) ha indicato: un modo concreto per dire che Gesù è più grande del Battista.
1,38: «dove dimori» non significa semplicemente «dove abiti», bensì, «sei veramente».
1,42: Cefa è tradotto dall’aramaico in «pietra», «roccia» (cfr. Matteo 16,18). Nella Storia Sacra sostituire il nome di una persona significa prenderne possesso, dare un’identità, una direzione nuova alla sua esistenza terrena.
Il Vangelo proposto in questa domenica raffigura il cammino del discepolo, presenta il programma di una vita cristiana, svela il senso della vocazione di ciascuno. Questi pochi versetti, infatti, riuniscono i tratti caratteristici del discepolo (autentico), e lo stesso evangelista propone una lettura teologica degli eventi dell’esistenza terrena di Gesù Cristo. «Discepolo» è quell’uomo che accetta la testimonianza, quindi, segue, cerca, viene, vede, dimora e a sua volta diviene testimone. Quattro sono i momenti, quattro sono gli incontri che segnano il movimento da fedeli del precursore (Giovanni) a discepoli (di Gesù). Giovanni, fissando lo sguardo su Gesù che procedeva, dichiarò: «Ecco l'agnello di Dio!». I discepoli, che sono seguaci del Battista, si ritrovano con lui nel deserto, perché sono persone in ricerca ed è proprio il Battista che li consegna a Gesù, indicandolo come il vero maestro da seguire. Questa è la seconda testimonianza resa da Giovanni a Gesù, verso il quale orienta (senza alcun tentennamento) i suoi stessi seguaci. In questo modo, ha adempiuto la sua missione che è quella di «portare al Messia» (vv. 35-37). Il Maestro si accorge di essere seguito da due uomini, quindi, li interroga («Che cosa cercate?»), parrebbe piuttosto che Egli voglia invitare ciascuno di noi (oggi) a prendere contatto con la profondità della nostra coscienza. Una riflessione utile da farsi perché ci aiuti a cogliere quale sia l’itinerario da compiere su questa terra per arrivare alla domanda fondamentale del brano di oggi: «che cosa cercate?». La domanda di Gesù non è per nulla banale, è quindi un invito a chiarire il motivo di questa sequela. La risposta dei discepoli è, invece, una sorta di contro-domanda. «Maestro dove dimori?» non ha un senso geografico o logistico, non è il corrispondente preciso di «dove abiti?». Il cammino, al quale siamo invitati anche noi oggi, non è concentrato sul cercare qualcosa, bensì, seguire qualcuno più rilevante e apprezzabile di qualunque realtà oggettiva. L’incontro con Gesù avvia una collana di grazie (e di annunci) che coinvolge tutti. Se Giovanni Battista indica Gesù ai discepoli, in seguito, Andrea chiama Pietro e lo stesso farà Filippo con Natanaele. Ciascuno di noi ha, quindi, ricevuto l’annuncio ed è chiamato a donarlo! L’esperienza, pertanto, si allarga con l’apostolato spontaneo. Dopo aver chiamato due discepoli di Giovanni una prima volta, Gesù li chiamerà nuovamente a seguirlo e, stavolta, per sempre dopo che essi, in virtù del suo insegnamento, acquisteranno la capacità di essere pescatori di uomini. «Venite e vedrete». Con quest’espressione il Maestro verosimilmente ha inteso esortare questi uomini alla pratica della vita evangelica, con il termine «vedrete», invece, ha desiderato comunicare loro che la preghiera contemplativa (frutto del miglioramento dell’attività pratica) sarà, tuttavia, possibile a tutti quelli che vorranno, perché deriva dalla loro perseveranza. Questi uomini sono sicuri di aver scoperto il segreto di Gesù: Egli è il Messia! Andrea comunica (entusiasta) quella che era la scoperta più sensazionale per un ebreo dell’epoca: «Abbiamo trovato il Messia». Anche Simone, condotto da Andrea, fa l’esperienza di Gesù, il quale gli cambia nome (da Simone a Cefa), anticipando (in questo modo) la missione che Egli stesso gli affiderà. Racchiuse in poche sintetiche righe, scopriamo la natura umana e divina di Gesù Cristo e, anche in questa circostanza, come nella chiamata di Samuele, ci ritroviamo dinanzi all’iniziativa divina, la quale si prodiga nell’invitare gli uomini a collaborare con Cristo, chiedendo loro piena disponibilità e donando la sua amicizia. Oggi è proprio la testimonianza di Giovanni Battista a invitare ciascuno di noi a riconoscere in Gesù l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo, perché lo prende su di sé. Inoltre, è bene osservare la particolarità che contempla il Battista, ovverosia, il rapporto tra Gesù e lo Spirito. Vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù, così come l'altro grande testimone del quarto Vangelo, il discepolo amato, stando ai piedi della croce vedrà lo Spirito effondersi da Gesù su tutti noi, nel segno dell'acqua e del sangue sgorgati dal suo costato aperto. Esiste anche un’altra analogia, il Battista ci invita a vedere l'Agnello di Dio, così come il «discepolo amato» inviterà noi a volgere lo sguardo a «Colui che hanno trafitto». Solamente ai piedi della croce comprenderemo «in che senso» Gesù è il vero agnello immolato che libera l’uomo dal peccato. Grazie a Lui la salvezza può raggiungere l’estremità della terra e noi, come ricorderà San Paolo ai Corinzi, siamo santificati. In conclusione, con questa domenica possiamo constatare che inizia il tempo ordinario, vale a dire, che dopo le luci del Natale, riprende la vita di tutti i giorni ed ecco che la liturgia di oggi invita (ciascuno di noi) a riscoprire ciò che è veramente essenziale: seguire unicamente Gesù!
Nel Vangelo di oggi è narrato un incontro con Dio, una proposta, una richiesta di disponibilità e un consenso. Anche i discepoli vivono questa esperienza. Accettare l’offerta di Gesù significa seguirlo, diventare discepoli, fermarsi con lui, camminare al suo fianco.In poche parole, tutto questo indica la necessità di vivere insieme a Cristo. È questa la vocazione del «cristiano» di oggi, ovverosia, assumere non solo gli atteggiamenti di Gesù, bensì, vivere, pensare, pregare come Lui! Tutti noi, qui oggi, siamo chiamati a divenire il corpo di Cristo, una comunità composta di membra vive, unite a Lui e tra di noi per una medesima vita meravigliosa. Possiamo terminare affermando che i modi attraverso i quali, oggigiorno, l’Onnipotente desidera farsi incontrare dall’uomo sono, davvero, numerosissimi e diversi tra loro. Il più delle volte si avvale, però, della mediazione umana, come fece con il Battista (per Andrea e Giovanni), come fece altresì con Andrea (per suo fratello Pietro. Insomma, condurre l’uomo a Cristo è la missione di ogni cristiano, qui, oggi, chiamato a lavorare al servizio del Regno di Dio. Tuttavia nessuno di noi è in grado di farlo se prima non ha incontrato Lui, attraverso un’esperienza intima, profonda e, riservata, personale. Non comprendiamo chi è Gesù Cristo se non ci collochiamo in un’ottica universale, ovverosia, quella di Dio che ama ogni uomo e ogni popolo. Tutti i popoli della terra devono volgere lo sguardo a Cristo, a Lui si rivolgano sia i potenti, sia i poveri. Il primo movimento, tuttavia, non è dell’uomo, bensì è di Dio. Egli è il primo che viene all’uomo! Adoriamo quindi Dio a nome di tutti i popoli della terra!
DOMENICA - BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO "B" – 8 Gennaio 2012
Isaia 55,1-11; Cant. Isaia 12,1-6; 1° Giovanni 5,1-9; Marco 1,7-11
« … E proclamava: "Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo". Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento" … ».
L’evangelista Marco presenta oggi Giovanni Battista che annuncia agli israeliti (accorsi da lui) che sta per sopraggiungere un altro uomo molto più potente e grande di lui, a tal punto da non sentirsi più degno nemmeno di sciogliere i lacci dei suoi sandali. Questa precisazione è pronunciata dallo stesso Giovanni, sicuramente, non per mera piaggeria o adulazione, bensì per una profonda e sincera venerazione nei confronti di chi (il Signore) si avvia a compiere un’opera grandiosa. Marco, con una semplicità disarmante, scrive: «Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni», nulla di più ordinario se non fosse che, chi si mette in fila come tutti e, aspetta il suo turno come tutti e, appare peccatore come tutti, è proprio Gesù di Nazareth! Egli non vuole scavalcare nessuno e, non intende vantare alcun privilegio! Giovanni Battista, infatti, in un altro passo del Vangelo, sosterrà: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete … », questo potrebbe essere pronunciato anche oggigiorno, perché come allora, sono ancora in tanti che rimangono in attesa di vedere segni esteriori, scenografici, o anche bramosi di osservare eventi sorprendenti (in cielo) per sentirsi toccati nel cuore, ma, non pongono alcuna attenzione viceversa alle sacre scritture. Questa «epifania divina» non avviene in uno scenario spettacolare, bensì, in un uomo che si «presenta in fila» come tutti gli altri, e lo stesso evangelista descrive questa manifestazione divina in appena due versetti, tuttavia, carichi di significato profondo. In questo brano, a differenza degli altri due racconti «sinottici» (cfr. Mt 3,17; Lc 3,21-22), la visione («E subito … vide») con le parole che l’accompagnano è percepita praticamente soltanto da Gesù, tuttavia, il confronto stavolta con il Vangelo di Giovanni (1,31-34) dimostra che, per l’ultimo vangelo, la voce celeste si rivolge a Giovanni Battista e si serve di quest’ultimo per indicare in Gesù «l’eletto di Dio». « … vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba», quest’immagine significa che una comunicazione è in atto, una comunicazione importante tra cielo e terra, tra Dio e l’umanità. «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Anche nell’Antico Testamento, in Isaia (63,19), spuntano molti contenuti presenti nel racconto del battesimo (lo Spirito, le acque, il Padre, i cieli aperti) e si ritrova fedelmente questo esempio d’invocazione. Allo stesso modo, anche nell’ora della morte di Gesù Cristo, la narrazione del velo squarciato del tempio (che rappresentava il firmamento del cielo) può possedere il concetto che si è instaurata davvero una comunicazione nuova tra cielo e terra. Il Verbo incarnato è sceso nelle acque, quelle stesse acque che in età primordiale avvolgevano la terra e, che in seguito furono suddivise in mari e fiumi. I mari e fiumi si contaminarono del sangue degli uomini, derivante da guerre fratricide e contaminate dall’odio umano. L'Amore di Dio, tuttavia, scese sulle acque per riconsacrarle al Signore con la sua presenza. Al vertice delle sue opere il Padre Eterno creò l’uomo. Questo essere umano è stato creato per amore e depositario nel suo cuore dell'Amore dello Spirito Santo. Nel Battesimo del Giordano tutte e tre le Persone della Trinità sono presenti. Il Padre che proclama Gesù suo Figlio, nel quale si è compiaciuto per la sua obbedienza. Il Figlio (umile) che si presenta alla volontà del Padre. Lo Spirito Santo che scende sopra di Lui. Perché allora Gesù fu battezzato nel Giordano da Giovanni? Gesù, mandato da Dio in mezzo a noi, nella nostra condizione umana di peccatori, accetta di sottoporsi al battesimo di Giovanni, che è un rito di morte e conversione per il perdono dei peccati. A differenza degli abitanti di Gerusalemme, tuttavia, per Gesù è esclusa la confessione dei peccati, al momento del battesimo. A carico di Gesù rimane soltanto la sottomissione alla morte (in croce) che condiziona tutta la sua missione terrena. Il battesimo di Gesù è quindi l’annuncio della sua morte in croce (cfr. Mc 10,38). Anche la forma secondo la quale è dato lo Spirito, verosimilmente, aiuta ciascuno di noi a comprendere meglio il senso della missione affidata all’«inviato» di Dio. L’immagine della colomba, infatti, sembra essere in opposizione a quella antico testamentaria dell’aquila e dell’avvoltoio (cfr. Esodo 19,4; Deuteronomio 32,11) che precedentemente avevano diretto il cammino di Israele (nell’Esodo) attraverso il deserto, al di là del fiume Giordano, fino alla terra promessa. Vi si può scorgere altresì un riferimento anche allo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque, alle origini della creazione (cfr. Genesi 1,2), ma, soprattutto, un’altra allusione probabile è quella alla colomba di Noè, al tempo del diluvio. In questo caso San Pietro (cfr. 1° Pietro 3,20-21) vede un’immagine del battesimo nell’umanità purificata che esce dalle acque. La colomba rimane da sempre un’espressione di amore e tenerezza, ciò nonostante, anche quello ad essere offerto in sacrificio. L’immagine della colomba, quindi, orienta l’umanità verso una missione di amore! «E venne una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio, l'amato … ». Quest’espressione indica soprattutto che Gesù è il Figlio unico e che la sua relazione con il Padre Eterno è una relazione squisitamente d’amore! Mentre le ultime parole del testo di oggi («in te ho posto il mio compiacimento») sono nuovamente un rimando (all’Antico Testamento) al Servo del Signore (cfr. Isaia 42,1) che compirà la sua missione nella sofferenza. In questo modo, vale a dire, attraverso parole, allusioni, immagini, è esplicitato il senso profondo della missione affidata Gesù Cristo, ovverosia, una missione di dolcezza e di amore che, nonostante dolore e morte, Gesù sarà comunque condotto alla intronizzazione regale.
E’ ovvio che Gesù aveva già l’anima ripiena dei doni dello Spirito Santo, ciò nonostante, in quel momento riceve una nuova attribuzione in ragione della sua missione. Da sempre l’anima di Cristo ha avuto la pienezza della grazia, tuttavia, questo non significa che questa specialissima grazia, nei vari eventi della sua vita, non potesse crescere (di nuovo) per nuove pienezze, in conseguenza del suo avvicinarsi all’epilogo della sua esistenza terrena, ovverosia, la morte in croce. L’acqua è il segno, ciò nondimeno, la vera realtà che lava è il Sangue, ed è per il Sangue, o meglio per Cristo, che si riceve lo Spirito. Giovanni Battista testimoniò il Cristo, il Sangue testimonia l’Amore di Cristo; lo Spirito Santo attesta al nostro Spirito che «siamo di Cristo» e allora figli adottivi di Dio. Le tre testimonianze sono concordi e, continuamente, manifestano all’uomo la salvezza ricevuta nel Battesimo. Il Padre ha in seguito dato testimonianza al Figlio, con i miracoli e, risuscitandolo glorioso dai morti. Dare testimonianza significa affermare la verità concedendo delle prove! Tutti quelli che sono stati chiamati sono stati battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nel fonte battesimale. Anche noi che un giorno abbiamo ricevuto il Battesimo, siamo stati rigenerati in Cristo e siamo entrati in intima unione con Lui nel dono dello Spirito Santo e, in seguito, siamo stati «sigillati» in questo, nella forza comunicataci dal Sacramento della Confermazione. Lo Spirito Santo, a questo punto, ci indirizza con un amore impetuoso verso il Padre Eterno, quali suoi figli adottivi. Inoltre, in Cristo Gesù ci ritroviamo anche nella comunione di un solo corpo, il «corpo mistico di Cristo», che è la Chiesa! Questa comunanza profonda è testimoniata dal nostro «amare Dio», supportato dall’osservanza piena e sincera dei comandamenti. Abbiamo sperimentato di volere bene i fratelli, se amiamo Dio obbedendo alla sua Parola, vale a dire, al Vangelo. Per amare i fratelli (e le sorelle) si deve necessariamente iniziare dal Padre Eterno, poiché, è Lui che ci ha rigenerati, rendendoci capaci di amare i fratelli.
EPIFANIA DEL SIGNORE – 6 Gennaio 2012
Isaia 60,1-6; Salmo 71; Efesini 3,2-3a.5-6; Matteo 2,1-12
« … Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: "Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo". All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele". Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: "Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo". Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese … ».
Al centro della narrazione di oggi c’è proprio Gesù! Il brano di Matteo, infatti, si apre presentando gli attori della vicenda, vale a dire Gesù, il re Erode, i Magi, e le principali località dove questa vicenda si svolge, vale a dire, Betlemme e Gerusalemme. Attorno al personaggio principale Gesù, appunto, ruota proprio tutto, e la sua presenza è indicata dall’apparizione straordinaria di una stella. Abbiamo quindi i Magi, che sopraggiungono dall’oriente. Questi soggetti originali manifestano interesse, ricerca, adorazione, grande gioia, venerazione, generosità di doni, nei confronti di Gesù! « … Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo … ». Proprio in Betlemme, i Magi vivono il momento culminante. I Magi sono personaggi pagani considerevoli, versati alla scienza e all’astrologia, senza che sia tuttavia citato il numero reale complessivo, si asserisce solamente che provengono da Oriente. L’«Oriente» rimane sempre il luogo degli inizi, da lì, infatti, sorge anche il sole. «Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima». La «stella», quindi, è il segno celeste per indicare la luce divina. Lo stato d'animo (profondo) di questi uomini è stato colpito, attratto, condotto, da un’illuminazione interiore energica e dominante. In questo luogo, i Magi «videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono». In seguito, «aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra». Dinanzi a Gesù (e alla sua venuta nella storia), gli uomini assumono tuttavia atteggiamenti assai diversi, ancora oggi! La fede dei Magi appare chiaramente nel farsi avanti per adorarlo! Nei cuori di questi uomini non c’è nulla di calcolato o politico, bensì, c’è soltanto un rito profondo di adorazione, venerazione, in altre parole, un’originale pratica ispirata alla devozione. «All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme». Una notizia di questa portata avrebbe dovuto rallegrare il sovrano e tutto il suo popolo e, allora perché questi restarono turbati? Gli Ebrei sono assai perplessi per l’anomalo annuncio che giunge da un paese straniero e, lo resteranno a causa di Gesù, il Messia che evidentemente non corrisponde alle loro attese (meschine). Erode non è per niente disposto ad accettare un altro re. Compie quindi una sorta d’indagine presso i cosiddetti detentori del sapere biblico, vale a dire, scribi e sommi sacerdoti. L’indagine ordinata dal sovrano, come risposta alla domanda dei Magi, conduce soltanto al luogo della nascita. La ricerca messa in atto dal re e gli accordi con i Magi non sono finalizzati dunque all’accoglienza (e all’adorazione del Messia) che è nato, bensì alla sua eliminazione fisica, come abbiamo appreso da Matteo (2,13-23). Gerusalemme, allora, la città santa, diviene il luogo del rifiuto di Gesù Cristo e, dove si trama, da subito, la sua morte. Il brano si chiude presentando i Magi che ritornano al loro paese per un’altra direzione. Non a caso interviene il Padre Eterno, in questa circostanza, con un sogno. Trovato il Messia, diviene pericoloso ritornare, a questo punto, a Gerusalemme. Se nel testo emerge, un orizzonte alquanto vago (Oriente), verosimilmente, all’autore premeva risaltare anche il segno. Nel lungo pellegrinaggio dei Magi verso Gesù, è raffigurata anche la processione universale dei popoli annunciata in seguito dallo stesso Gesù. « … Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti … » - (Mt 8,19). In conclusione, i Magi, divengono un segno universale di ricerca, di speranza e di salvezza, e la stella, diviene il simbolo di una rivelazione cosmica che conduce al Messia. Oggi ciascuno di noi è invitato a verificare il proprio atteggiamento assunto dinanzi a Gesù a Betlemme. Lo accogliamo, o invece, lo rifiutiamo? L’apertura cristiana, missionaria, dovrebbe continuamente contraddistinguere l’esperienza personale (e comunitaria) dei «cristiani». Quali sono, pertanto, le scelte personali che indicano tra di noi una simile prospettiva? Come reagisce ciascuno di noi dinanzi alla consapevolezza che i «cristiani» sono «gruppo di minoranza» nella nostra società contemporanea? Preferiamo eclissarci o, viceversa, con coraggio testimoniamo il Vangelo di Cristo, anche nelle difficoltà quotidiane? Vediamo allora di celebrare questa «solennità della salvezza» offerta a tutti i popoli, con una rinnovata immersione nella luce della grazia che cancella ogni residuo di oscurità. L’«Epifania» è il giorno in cui il credente ritrova la sua stella interiore, e giunge a contemplare il suo Signore. Un ultima annotazione la dedichiamo alla «Epifania» che per le Chiese d’Oriente è la vera e propria celebrazione del Santo Natale, vale a dire della «Manifestazione» (dal greco «epiphàneia») di Cristo, nella carne dell’uomo.
La tentazione ancor’oggi persistente è quella di perdere di vista la meta alla quale ci conduce il Vangelo odierno, per soffermarci troppo all’ammirazione dei volti dei protagonisti. In realtà, il testo del Vangelo (di Matteo), modellato allusivamente sulla grandiosa processione dei popoli verso Sion è, sostanzialmente, il racconto del viaggio dello spirito verso il Signore! In conclusione, Gesù è la «luce» e la «stella» che guida ogni uomo. Chi s’incontra personalmente con il Signore, tuttavia, può assumere in seguito atteggiamenti diversi. I «prescelti», vale a dire, quelli che da sempre attendono la sua venuta, possono rifiutarlo o, addirittura, schierarsi contro il Signore stesso. I pagani, gli stranieri, insomma, chi non ha mai udito parlare del Messia, invece, sono quelli che lo accolgono con entusiasmo e si lasciano guidare da Lui. Cristo è la stella luminosa che guida la Madre Chiesa in mezzo alle difficoltà del mondo, ciò nonostante, la Chiesa cammina indenne e segue la luce; sempre è illuminata dalla luce, sempre gioisce della luce, che è Gesù Cristo!
DOMENICA - MARIA MADRE DI DIO – ANNO "B" – 1 Gennaio 2012
Numeri 6,22-27; Salmo 66; Galati 4,4-7; Luca 2,16-21
« … Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo … ».
Oggi la buona novella è comunicata da Dio ai pastori, prima che questi ultimi la comunichino alla gente di palestina. Se fino ad allora i pastori sono rimasti dei soggetti passivi, ora, in questa scenografia, cessano di esserlo e vengono riferite ben tre reazioni, vale a dire quella dei pastori, quella di chi ascolta il racconto dei pastori e, infine, quella di Maria. Procediamo però con ordine. Il brano del Vangelo di Luca inizia narrando la scena dei pastori che, dopo aver ricevuto l’annuncio della nascita di Gesù, si recano direttamente a verificare quanto era stato detto loro in precedenza. «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro … ». Questi pastori, dopo aver visto chiaramente Gesù, riferiscono a tutti ciò che era stato detto loro. Essi stessi divengono i primi evangelizzatori e il Vangelo rileva che, quante più persone ascoltano le parole dei pastori, tutte rimangono stupite del loro messaggio. La loro insolita testimonianza, infatti, deve aver provocato reazioni d’incredulità e interesse. Lo stupore dei pastori doveva essere evidentemente inarrestabile, perché proprio tutto sorprendeva quei pastori! Inoltre, i due genitori dovevano apparire davvero poveri, fino al punto da poter offrire a Gesù Bambino nient’altro che quella sorte di riparo (ovverosia una grotta di Betlemme). In questa povertà risaltava comunque la loro grandissima dignità. I pastori, pertanto, vedono tutto ciò che era stato annunciato dall’angelo e trasmettono il messaggio! Udendo i pastori, la gente si meraviglia, come (a loro volta) si erano meravigliati i parenti di Zaccaria (vedi Luca 1,63) e si meraviglieranno il Padre e la madre di Gesù (2,33). A proposito dei pastori, Il versetto venti («I pastori se ne tornarono»), è ancora più preciso. Dopo la loro partenza, essi occupano in sostanza il posto degli angeli («glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro»). Quanto a Maria, invece, è quella persona che appare come quella santissima donna che medita sugli avvenimenti, che in così poco tempo hanno impresso una svolta alla propria esistenza terrena. Tra tutti questi eventi non possiamo dimenticare: il viaggio fino a Betlemme, la nascita del Bambino, la visita dei pastori, i loro racconti pieni di mistero. Nella meditazione di Maria, permane sia il segno segreto della sua grandezza, sia l’intimo celato della sua capacità di partecipare al progetto salvifico di Dio. Solamente il silenzio e la meditazione sono la strada maestra per giungere alla pace: il rumore e la frenesia sono, viceversa, occasione e causa di conflitti. Unicamente in un clima di silenzio e di riflessione è possibile esternare i sentimenti che provengono dal proprio cuore, e ascoltare l’altro fino a capire le sue ragioni, accogliere la sua verità, segnalare le differenze che ci distinguono, senza per questo renderci degli antagonisti inamovibili. Quando si schiamazza, è davvero impossibile spiegare le rispettive ragioni e comprendersi a vicenda! Il silenzio, la meditazione, sono invece la condizione ottimale per ascoltare la Parola di Dio, per farla discendere nella nostra esistenza quotidiana. Maria, dall’arcangelo Gabriele, aveva appreso che suo Figlio sarebbe divenuto il messia davidico, Figlio di Dio e Signore, mentre dai pastori, che hanno ricevuto questo lieto annuncio dall’angelo, apprende che Egli è il Salvatore! Che cosa significano, allora, tutti questi titoli? Se Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore», questo è dovuto al fatto che lei è ancora lontana d’aver compreso tutto, come dimostrerà l’espressione dell’evangelista, nel momento del ritrovamento di Gesù nel tempio: «Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro» - (Luca 2,50). Evidentemente, la Parola di Dio deve essere conservata, perché è chiamata a crescere ed è destinata a realizzarsi (cfr. Apocalisse 1,3; 22,7-20). Anche per la Madre di Dio la fede è un cammino, è una ricerca lenta e faticosa. La piena luce giungerà anche per Lei solamente al compimento finale della sua esistenza terrena. Nel frattempo, Maria Santissima mantiene inalterati i suoi rapporti, e i suoi impegni con Dio! Anche (il Catechismo della Chiesa Cattolica) si sofferma a lungo sulla figura di Maria Madre di Dio. Il ruolo di Maria stessa, infatti, è inseparabile dalla sua unione a Cristo e da essa direttamente deriva. Il ruolo di Maria è tuttavia ancora più profondo perché questa donna ha accettato di cooperare in modo del tutto speciale all’opera del Salvatore, con la sua obbedienza, con la sua fede incrollabile, con la sua sicura speranza e, l’ardente carità, per «restaurare la vita soprannaturale delle anime». Il brano del vangelo di Luca prosegue con i rituali della circoncisione (avvenuta dopo otto giorni dalla nascita) e l’imposizione del nome. Il nome di Gesù non è dato dai genitori, bensì, è stabilito da Dio stesso («gli fu messo nome Gesù, com’era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo»). La nascita di Gesù, a Betlemme, è avvenuta per realizzare l’incontro di Dio con gli uomini, di cui i pastori stessi sono i rappresentanti più espressivi. Chi incontra (oggigiorno) Gesù Cristo sulla propria strada diviene, necessariamente, un evangelizzatore. Questa «esperienza cristiana» si qualifica tale soltanto quando, tutto ciò che riguarda Gesù (come fece Maria) si conserva nel proprio cuore e, tutta la propria esistenza si orienta concretamente a compiere la volontà di Dio! Oggi è possibile prolungare la contemplazione della realtà di Dio Padre, che si manifesta nell’umanità di Gesù, perché il «tema di Dio che salva» è ribadito anche in altri brani (dell’Antico Testamento), basti confrontarlo con quello del Libro dei Numeri (6,22-27) dove l’antica benedizione sacerdotale presenta un Dio che desidera, fermamente, restare e donare agli Israeliti la propria benedizione. Il volto luminoso di Dio, (quello dell’Antico Testamento) che salva il suo popolo, coincide con il volto di Gesù (suo Figlio), l’inviato nella pienezza dei tempi, per concedere libertà a tutti gli esseri umani.
Chi accoglie Gesù (come Maria sua Madre che meditava tutte queste cose nel proprio cuore) è compartecipe della salvezza, perché l’intervento decisivo dell’Altissimo nel corso degli eventi umani, tramite il suo figlio, rende tutti figli dello stesso Padre. Il dono della fede cristiana (che ci è stato concesso per mezzo di Gesù Cristo) non è solamente per noi, ma, ciascuno di noi è sollecitato a condividerlo con gli altri uomini, e la pace donata dal Signor Gesù può dimorare in noi, negli ambienti nei quali viviamo, nella misura in cui ciascuno rimane unito a Cristo, incrementando il più possibile e nella propria interiorità i suoi preziosissimi insegnamenti. E’ bello in questo giorno d’inizio 2012 scambiarci gli auguri di Buon Anno, tuttavia, sempre sotto lo sguardo materno di Maria Santissima, che oggi veneriamo (appunto) come Madre di Dio! Quello che ci scambiamo tra di noi sia davvero un augurio di serenità (e di pace), in particolare in questa Giornata Mondiale della Pace, che si rinnova ogni anno da quando, nel 1968, fu istituita da Papa Paolo VI. Oggigiorno, per «edificare la civiltà dell’amore» l’umanità ha un urgente bisogno di pace! In questo periodo della storia, purtroppo, preoccupazioni enormi, difficoltà sproporzionate, intralciano o addirittura bloccano questo cammino umano. Ogni tentavo, tuttavia, non può e non deve essere abbandonato. Alle posizioni di rifiuto, comandate da interessi umani perversi, che mirano a fare del mondo un teatro di conflitto permanente, occorre che tutti i «cristiani» rispondano, invece, con la logica della giustizia e dell'amore. I cristiani, insomma, devono insieme sempre opporsi alla tentazione dell’odio e della violenza. La repressione violenta sebbene sembri fornire l’illusione di risolvere qualunque conflitto, viceversa, procura solamente perdite rovinose reali e permanenti. Il perdono cristiano presuppone una solida forza spirituale, tuttavia, assicura a chiunque vantaggi umani a lungo termine. Per tutti gli uomini, il principio etico applicato a livello sociale e internazionale, vale a dire, fare agli altri tutto ciò che si desidera sia fatto a sé, è un atteggiamento umano che si regge su basamenti razionali, e questo principio etico, costituisce una via maestra per edificare un mondo giusto e solidale. In un mondo così globalizzato, come si è in voga dire oggi, dove gravissime minacce alla pace e giustizia sociale si ripercuotono a danno degli esseri umani più deboli, si impone (soprattutto da parte dei «cristiani») una mobilitazione generale delle coscienze. I cristiani, ancora una volta, non devono deprimersi o demoralizzarsi dinanzi alle prove sciagurate della storia, bensì, devono perseverare nell’impegno (personale e comunitario) per orientare le scelte personali, familiari, sociali, in direzione di Cristo! Soltanto in questo modo, i cristiani saranno in grado di influenzare positivamente le grandi linee dello sviluppo nazionale, europeo, e planetario. Rivolgendosi quindi alla Madre di Dio non ci sarà poi così difficile chiederle tutto questo, perché Lei stessa ottenga, per il mondo, la pace di Cristo! Proprio a Maria Santissima, Madre Dio, possiamo affidare con fiducia la Chiesa e l’umanità intera, proprio all’alba di un nuovo anno!


