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Commento di Giovanni Medici

4° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 30 Gennaio 2011

Sofonia 2,3; 3,12-13; Salmo 145 (146); 1° Corinti 1,26-31; Matteo 5,1 - 12

«Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».

Il «discorso della montagna» è il primo dei cinque grandi discorsi sul Regno. Il «monte» (sul quale sale Gesù) ha di per sé un valore simbolico e, richiama il Sinai, la santa montagna dell’Antico Testamento. Gesù convoca (sul monte) tutto Israele e, dinanzi a esso proclama in modo conclusivo la volontà di Dio. Il «discorso della montagna» non può essere studiato come un’unità distaccata dall’«ambiente evangelico» di Matteo. Per coglierne maggiormente il senso, la portata, è necessario osservare invece la «sistemazione» (nel suo vangelo) di questo discorso, sia nell’organizzazione, sia nella teologia peculiare. Nel Vangelo di Matteo inizialmente le folle non sono ostili a Gesù. Esse sono piuttosto ben disposte nei suoi riguardi (cfr. 9,23 e 12,23). Dopo aver ascoltato il «discorso della montagna», esse sono «stupite dal suo insegnamento» (7,28), tuttavia, non si conferma che questi si lascino trasformare poi (nella propria vita) dal Signore, mentre i discepoli autentici mettono in pratica, fino in fondo, le parole dì Gesù (7,24-27); essi hanno orecchi che «comprendono» (13,10-16); essi fanno la volontà del Padre (12,49-50). Quelli che formano la folla, rimangono, quindi, soltanto dei possibili discepoli. All’inizio del «discorso della montagna» la moltitudine (di gente) appare in secondo piano e, Gesù sembra rivolgersi ai soli discepoli! Al termine del suo discorso, invece, si afferma che «le folle restarono stupite del suo insegnamento» (cfr. 7,28-29). Matteo intende verosimilmente evidenziare che le folle, che accolgono l’insegnamento di Gesù, provengono da svariate regioni: Galilea, Giudea, Gerusalemme e Transgiordania (4,25). Esse, tuttavia, rappresentano interamente il popolo d’Israele. Il «discorso della montagna» si rivolge, quindi, a tutto il popolo d’Israele; infatti, nella sua conclusione (28,18-20), Gesù risorto invita a «fare discepole tutte le nazioni […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato», vale a dire, a osservare le prescrizioni date, in modo particolare, nel «discorso della montagna». Tutte le popolazioni, sopraggiunte dalla «Decapoli» (cfr. 4,25), sono invitate a vivere l’insegnamento del «discorso della montagna», questo, quindi, è un vero e proprio «programma di vita», destinato però a tutta l’umanità! Le «beatitudini» evangeliche si collocano in questa «corrente». Ponendole all’inizio della predicazione del Signore, l’evangelista desidera comporre il «quadro fondamentale» di tutto l’insegnamento di Gesù Cristo. Le «beatitudini» non sono né una Legge e, tanto meno una sorta di «carta costituzionale» della vita cristiana, bensì, tracciano un cammino, per tutti i ricercatori di Dio! Impegnarsi in questo, significa avere fin d’ora la certezza di entrare (con il Cristo) nel Regno dei cieli! Poveri, puri di cuore, miti, afflitti, affamati, assetati di giustizia, misericordiosi, perseguitati, insultati, calunniati, queste denominazioni non alterano per nulla il «carattere dinamico» delle «beatitudini». Il Vangelo non incoraggia, in ogni caso, una sorta di evasione. Matteo insiste oltre misura sulla necessità di fare, di agire! Egli ricorda legittimamente che tutto, sia il meglio, sia il peggio, trova la sua radice nelle profondità del cuore umano. Inoltre, nessuna beatitudine è ripiegata su se stessa, isolata dalle altre. Come ricorda l’Apostolo delle Genti, il Vangelo non ha nulla a che vedere con una sapienza umana riservata a un circolo esclusivo, e si può acquisire pertanto anche con la (propria) forza di volontà («Si oh Signore, io lo voglio; desidero fare secondo la tua volontà»). In realtà, siamo tutti impotenti, poveri dinanzi all’Onnipotente! Le beatitudini del «discorso della montagna» costituiscono, quindi, un insieme ben strutturato. Esse, pertanto, non devono essere osservate unicamente come il risultato di una storia intricata della redazione stessa. Uno studio di ciascuna, singola, beatitudine non terrebbe in conto tutta la ricchezza del testo evangelico. Esse devono essere considerate ugualmente delle «unità» di un «insieme», per altro ben pianificato. Si potrebbero proporre diverse ipotesi di approfondimento sul senso di ciascuna strofa, e sulla relazione tra di loro; per esempio questa, il primo gruppo di quattro «beatitudini» riguarda un atteggiamento nei riguardi di Dio, mentre il secondo, un comportamento nei riguardi del prossimo. Rimane necessario stabilire il significato, di ogni beatitudine, ciò nonostante, sia fatto però nella condizione unitaria. Possiamo anche rilevare l’importanza particolare concessa alla «giustizia» e, il suo richiamo nella quarta e nell’ottava beatitudine, contribuisce alla strutturazione del testo e, di fatto, all’orientamento dato all’insieme della serie, nella redazione di Matteo. Preso atto della posizione unica «prelevata» dal tema della giustizia, nella struttura complessiva del «discorso della montagna», appare, altresì chiaro, il legame che statuisce tra il brano delle beatitudini e il seguito del discorso, di cui essa costituisce il vero «esordio»! Come giovani credenti, siamo ancora una volta sollecitati ad accogliere, con rendimento di grazie, le beatitudini e l’appello di Gesù e, infine, la sua croce, non lo si dimentichi, rivela l’infinita sapienza di Dio e svela il suo amore per noi!

Forse, è bene soffermarsi ancora una volta su questa espressione: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Questi soggetti sono quelli che essendo aperti a Dio, alle grandi opere di Dio, sono altresì pronti ad accettare quel dono dall’alto che proviene dallo stesso Dio Padre e Creatore. Queste persone sono quelle che vivono con la coscienza di aver ottenuto tutto dalle mani di Dio, come donazione gratuita, ciò nonostante, continuano a «attribuire valore» ad ogni dono ricevuto. Ancor’oggi, perseguitati a causa delle vessazioni quotidiane, sono quelli che ininterrottamente rendono grazie al Signore nostro Dio. I «poveri in spirito» sono sicuramente anche i più misericordiosi, infatti, gli stessi cuori aperti a Dio, sono quelli più aperti agli uomini. Oggi diremmo che sono quelli pronti ad accogliere in casa propria, un essere umano abbandonato, per quest’ultimo riescono tuttavia a trovare una stanza in più, nonostante le ristrettezze domestiche alle quali sono costretti. «Povero in spirito», non significa forse l’uomo aperto agli altri esseri umani, vale a dire a Dio (e al prossimo)? Chi di noi allora, avvisa queste persone, che non sono per niente «poveri in spirito», che essi non sono fuori dal Regno di Dio, che essi non devono sentirsi esclusi ma partecipi di questo regno? Pensando invece a quanti individui che sono «ricchi», chiusi a Dio, chiusi agli uomini, ebbene a questi Cristo non dirà, forse: «Guai a voi»? Guai a voi ricchi perché avete oramai ottenuto il vostro conforto! Guai a voi che ora siete sazi, perché voi, invece, un giorno potreste aver fame! Guai a voi che ora ridete, perché proprio voi (un giorno) sarete preoccupati e, alla fine vi lagnerete! Guai a voi che ora ricevete scroscianti applausi, nelle vostre passerelle mondane, tra le persone che contano! (cfr. Luca 6,24-26). «Guai a voi» è un’espressione alquanto brutale, intimidatoria, specialmente sulla bocca di Gesù Cristo che era invece solito parlare con bontà e mitezza, ripetendo: «Beati». Ebbene, ciò nonostante, Gesù dichiarerà, anche, «guai a voi»! Per approfondire e, comprendere meglio, il senso generale di questa specialissima parabola, è bene per un istante fare un passo indietro, per poi proseguire. Gesù chiama «beati», vale a dire «benedetti da Dio», altre categorie di persone che, sono i «poveri in spirito», quelli che pongono la loro sicurezza in Dio, anziché nelle fortune; gli «afflitti», i «miti», vale a dire i non violenti; quelli che «hanno fame e sete di giustizia», o meglio quelli che desiderano ardentemente che si realizzi la volontà di Dio. Gesù chiama altresì «beati», i «misericordiosi», quelli che «hanno il cuore puro», quelli che «diffondono la pace», i «perseguitati a causa della giustizia». Sono ritenuti «benedetti da Dio», tutti insieme i «poveri» di Dio, chi sente il peso della disoccupazione, chi soffre per le sopraffazioni e per le illegalità diffuse, chi soffre l’indigenza e, chi invece si colloca a completa disposizione di Dio, senza rancore, senza violenza, per trasformare se stessi e la società, assumendo gli stessi atteggiamenti di Gesù Cristo. Soltanto per queste persone è possibile l’esperienza di Dio e, della sua salvezza. Gesù, ancora una volta, ha descritto il Regno di Dio, utilizzando una parabola, per guidarci nella comprensione più profonda della sua proposta. Il Regno di Dio è il tempo, iniziato da Gesù Cristo, nel quale l’Onnipotente si dona agli uomini, definitivamente, come Padre, chiamando ciascuno di noi ad essere suoi figli e, a vivere come fratelli e, sorelle, nella purezza di spirito («beati i poveri in spirito»). Il Padre Eterno ha cura degli oppressi, degli affamati, degli stranieri, degli orfani, delle vedove; Egli, in definitiva, vuole cambiare la mentalità ancor’oggi molto diffusa che, considera degni di attenzione, soltanto i ricchi e i potenti del mondo. Gesù sollecita tutti a imitarlo, nell’aver sempre una delicata premura verso questi «ultimi», i suoi prediletti («beati i poveri in spirito»). L’Onnipotente, nel mondo, ha rivolto il suo sguardo in particolare tra gli umili e i poveri, tra la gente di condizione modesta. Dio lo ha fatto per confondere chi si crede «sapiente», perché tutti sappiano che Egli non «sta» dalla parte dei sapienti e, dei potenti del mondo, ma di coloro che dinanzi a Dio non si vantano, pensano e, vivono come Gesù Cristo. In definitiva, con il «discorso della montagna», Gesù Cristo annuncia, pienamente, il suo «programma» di Messia! Con il brano di oggi, Gesù, oggi rovescia il modo di pensare della società che chiama «fortunati» gli uomini ricchi, i potenti, quelli che possono imporsi con la forza del denaro. Egli, invece, afferma che sono i poveri, i semplici, i piccoli, vale a dire quelli che, sostanzialmente, sono senza potere, i «beati», perché Dio semina il suo Regno, in mezzo a loro! Iddio diviene il loro Padre e, questi ultimi li chiama a trasformare il mondo, vivendo come suoi figli e, tra di loro come fratelli. Il Padre Eterno è il difensore accreditato di tutti quelli che il mondo di oggi disprezza e, si schiera sempre al loro fianco. La concezione religiosa della povertà è corretta se, è fatta di disponibilità, di apertura e, di accoglienza del dono di Dio. Il Vangelo di oggi, costituisce oggi per ciascuno di noi, un invito pressante a rivolgerci, con molta umiltà a Dio, perché rinnovi in noi, il dono dello Spirito che ci renderà conformi a ciò che il Signore aspetta da noi e, che soltanto lo Spirito Santo può realizzare, a condizione che trovi, però, un cuore disponibile alla sua azione. L’abbondanza materiale non privi nessuno di noi dei frutti spirituali del «discorso della montagna», non separi nessuno dalle «beatitudini» dei «poveri in spirito». In te, oh Padre Celeste che ti sei fatto povero per noi, la Madre Chiesa desidera ritrovare di nuovo la forza della beatitudine dei poveri, dei poveri in spirito, dei quali è il regno dei cieli, e desidera restarle fedele! Per questo, ci accompagnino sempre le parole del Vangelo (e soprattutto la verità contenute in esse). Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3).

3° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A - 23 Gennaio 2011

Matteo 4,12-23

«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbuloneterra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini". Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».

4,13: La maggior parte del ministero di Gesù si svolge nelle vicinanze del lago di Tiberiade, chiamato anche Mare di Galilea (cfr. Mt 4, 18), Mare di Tiberiade o Mare di Gennèsaret, nel territorio che era stato delle tribù di Zàbulon e di Nèftali. Cafàrnao era una cittadina sulla riva nord di questo lago. Gesù prende residenza proprio in questa cittadina, al punto che Matteo la chiama la «sua città» (cfr. Mt 9,1). 4,15: Citazione in cfr. di Isaia 8, 23-9, 1. Nel testo di Isaia la Galilea è detta «delle genti» perché allora era abitata, in parte, da pagani. 4,18-22: I primi quattro discepoli (da cfr. Marco 1, 16-20). 4,23-25: Gesù predica e guarisce. 4,23: Le sinagoghe erano luoghi di istruzione e di preghiera, da cfr. con Luca 4,15-21. «Vangelo», è tradotta dal greco in lingua corrente con «buona notizia». Questo tipo di annuncio implica parole e gesti che si vivacizzano a vicenda.

Le «tenebre», come ben sappiamo, sono il simbolo del male e della prova, mentre la «luce» segnala l’iniziativa di Dio che rompe il suo isolamento per avvolgere e coinvolgere ogni uomo nella sua luce, creatrice di vita. Nella liturgia odierna si parla di una grande luce che si è levata su quanti dimoravano nell’ombra di morte. È la luce sfolgorante del Re, Messia, che sorge fuori da Gerusalemme, precisamente nella «Galilea delle genti». Difatti, nel Vangelo di Matteo, Cristo, luce del mondo, sceglie di rivelarsi in Galilea, una regione periferica e marginale, dove ebrei, pagani, emarginati e, malati vivono mescolati tra di loro. Qui Gesù chiama personalmente i suoi primi discepoli, i quali s’imbarcano in un’avventura ben più misteriosa di quella che conducevano prima, vale a dire, quella vita tranquilla sulle sponde del lago. Ora sono chiamati a pescare «uomini» dalle acque agitate del mondo, per condurli verso la luce senza tramonto! Tutti sono chiamati a seguire il Maestro, anche se ammalati o invalidi, perché proprio per questo anch’essi sono guariti. Questo deve avvenire però, in perfetta armonia (tra i discepoli di Gesù), perché seppur siano tratti dalle tenebre, ora invece sono illuminati per seguire la strada del Regno di Dio, che conduce all’Altissimo! La morte di Giovanni (e lo «spegnimento della sua voce») segna inesorabilmente la fine di un’epoca, che coincide con quella della «legge e dei profeti» (cfr. Mt 11,11-14) ed è sostituita dalla missione del Figlio di Dio. Per rilevare maggiormente questo evento, l’evangelista pone in evidenza una constatazione, che Gesù ha operato anche in Galilea nei pressi di Cafarnao. Al versetto dodici riappare il verbo «si ritirò», nel significato forse prediletto da Matteo e, cioè, l’isolamento di Gesù di fronte all’ostilità, ovverosia quella di Erode Antipa (responsabile dell’annientamento di Giovanni) e, l’apertura a un nuovo campo d’azione, stavolta in Galilea. Il mutamento in corso è giustificato dalle stesse parole: «perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia». Dimostrato dai versetti successivi, che riportano il raggio di azione «sulla via del mare». I versetti quindici e sedici chiamano in giudizio Isaia (8,23-9,1), o meglio la sua profezia che secondo l’evangelista Matteo, «si adempie», vale a dire, riceve il suo senso pieno nella venuta di Gesù in Galilea. Secondo l’abilità utilizzata in precedenza, Matteo però non si limita genuinamente a citare Isaia, bensì, lo valorizza con altri richiami biblici. Lo stesso riferimento al popolo delle tenebre è da correlare con quello del Salmo 106,10, nella parte che si riferisce agli esiliati di Israele (vv. 10-16). Per uno «scriba» qual è Matteo si deve dare per scontato che il lettore del vangelo deve comprendere non soltanto i versetti di Isaia esplicitamente citati, bensì anche quelli che seguono (Isaia 9,5-6), i quali predicano l’avvento maestoso dell’Emmanuele. Non a caso, segue un altro riferimento a Isaia, soprattutto, in occasione dell’espressione «Galilea delle genti», intesa nel significato etimologico di «crocevia dei pagani». Se queste possono apparire semplici minutezze, tuttavia, esse sono alquanto importanti per una comunità come quella di allora, che fondava la propria professione di fede, sopra un richiamo ricorrente tra il Cristo e le Sacre Scritture. Queste espressioni devono quindi fornire elementi distintivi precisi, in merito a Gesù Cristo e la sua missione, tuttavia, rimane la persona di Cristo l’elemento fondamentale che impone ciascuno a un nuovo modo di leggere e meditare la Sacra Scrittura dell’Antico Testamento, e di sintetizzarne gli elementi sostanziali, che a prima vista possono sembrare sconclusionati. L’analisi di Matteo potrebbe essere riepilogata anche così: Gesù ha scelto la regione della Galilea perché essa raffigura e personifica il mondo pagano. L’Emmanuele, fedele alla propria missione di inviato in Israele, per gli ebrei rimane tuttavia un simbolo importante! All’epoca (dell evangelista Matteo) i nomi di «Zabulon e Nèftali» evocavano l’esilio e la dispersione, piaghe ancora aperte che, però, rafforzavano la speranza del raduno di tutto il popolo di Dio. Si profila all’orizzonte il monte di Galilea (cfr. Mt 28,16), luogo nel quale tutti gli esseri umani saranno invitati a una grande radunata su basi nuove; però, in che modo? È quanto, il «discorso della montagna» sta per rivelare!

«Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino"». Il versetto diciassette è particolarmente eloquente, poiché da questo momento Gesù inizia a predicare pubblicamente e introduce, di fatto, tutto quanto avverrà in seguito. Da allora Gesù iniziò a sostenere chiaramente che egli doveva recarsi a Gerusalemme e, poi penare molto (cfr. Mt 16,21). Effettivamente, Gesù Cristo inizia ad annunciare il Regno di Dio, nel luogo in cui la comunità (cristiana) può divenire, (primo) capace di uscire dalla propria indifferenza, (secondo) restituire il suo posto d’onore a Dio dinanzi al suo popolo e, (terzo) condividere con il Signore, il cammino terreno. Gesù sceglie di abitare, di condividere tutto con questi abitanti, porta la luce, dona testimonianza. Anche la nostra religiosità di oggi deve uscire dalle nostre chiese di pietra, l’Altissimo forse è stanco di essere venerato soltanto con qualche rara visita nei tabernacoli e, di non riuscire a penetrare nella nostra quotidianità, forse il Signore è stufo di essere tirato in ballo, soltanto, nei momenti liturgici e celebrativi, ed essere estromesso dai luoghi quotidiani del lavoro o dell’economia quotidiana. La ragione per la quale la nostra comunità locale (parrocchiale) si raduna nell’incontro domenicale, non è forse proprio quello di divenire capace di affermare la novità di Cristo nel vissuto e nel quotidiano di ciascun individuo? L’esortazione alla conversione, personale e, profonda, allora diviene bruciante. E’ l’Onnipotente a essersi avvicinato all’uomo e, non viceversa. E’ il Signore che assume l’iniziativa, a noi spetta di rendersene conto o, vogliamo girare altrove il nostro sguardo? Gesù Cristo, nella sua missione terrena, non ha esordito con ritorsioni o rivalse, viceversa, ha sempre voluto suscitare negli uditori, quindi anche in ciascuno di noi, la volontà di cambiamento di comportamento, in altre parole, un mutamento di vita! Ce ne siamo forse accorti, o no? Accorgersene, significa recuperare l’essenziale, il necessario, per poter divenire, anche noi (e al più presto), pescatori di uomini. Il Regno di Dio è consapevolezza dell’intervento e, della partecipazione di Dio e l’Onnipotente regna, dove è al centro della comunità degli uomini. La Chiesa (anche se non lo esaurisce) appartiene al Regno di Dio, è bene non trascurarlo. L’ultima considerazione che possiamo sottoporre alla nostra meditazione, è questa. L’efficacia del Regno di Dio proviene quindi dall’accoglienza che l’uomo gli riserva. Questa era d’altronde la concezione ebraica, la sovranità di Dio si esercita sul suo popolo, nella misura in cui questo desidera e si sottomette a questo potere. Così s’interpretava la parte finale del cantico del Mar Rosso: «Il Signore regni in eterno e per sempre!» (Esodo 15,18). Le prospettive future presuppongono la conversione individuale, il Regno di Dio è una realtà, poiché si obbedisce alla Legge e si prende su di sé «il giogo del regno». Queste sono le speranze che costituiscono il retroscena delle parole di Matteo. Questa parte comprende, sia la chiamata dei primi discepoli (4,18-22); sia un riassunto attribuito alla predicazione e, alle guarigioni operate da Gesù (4,23-24); sia la segnalazione della partecipazione di folle, da Lui stesso affascinate (4,25). «Gesù percorreva tutta la regione della Galilea: insegnava nelle sinagoghe, annunziava il regno di Dio … ». Il Regno di Dio, in conclusione, è un dono di Grazia offerto a ogni uomo, accettarlo o rifiutarlo, significa decidere il «destino ultimo» di ciascuno di noi e, si ricordi bene che non riguarda il possesso materiale dei beni, l’esercizio del potere, l’esibizione di notorietà. Il Suo è un «regno atipico», dove il più grande diviene il più piccolo, l’autorità è esercitata a servizio dei fratelli e, «beati» saranno dichiarati alcuni «soggetti particolari», gli umili, i miti, i poveri, i sofferenti. E’ un «regno» che può essere accolto, soltanto, da chi conduce una vita semplice, con fede e umiltà e, che esige di essere diffuso e, testimoniato con la propria esistenza quotidiana.

2° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A – 16 Gennaio 2011

Giovanni 1,29-34

«Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco l agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell acqua, perché egli fosse manifestato a Israele". Giovanni testimoniò dicendo: "Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio"».

1,29: Ecco l’agnello di Dio. Alcuni intravedono in questo l’agnello pasquale, il cui sangue asperso sugli stipiti delle porte era segno di liberazione e salvezza (cfr. Esodo 12,7-13). Altri studiosi ravvisano in questa immagine, invece, il Servo del Signore, paragonato all’agnello che si offre in silenzio (cfr. Isaia 53,7). Altri ancora, un riferimento all’offerta quotidiana di un agnello al tempio. Nell’espressione «colui che toglie» il peccato del mondo, il verbo greco che Giovanni utilizza ha due significati: «prendere sulle proprie spalle» e «togliere via».

Oggi l’agnello viene incontro a noi come un grande simbolo, anzi come la definizione stessa di Gesù Cristo. L’agnello diviene il «titolo simbolico» fondamentale del Cristo: «Ecco l’agnello di Dio!». La celebrazione odierna continua, comunque, nell’approfondimento del tema del Battesimo di Gesù. Seppur il brano del vangelo non contenga riferimenti espliciti sul battesimo al fiume Giordano, il quadro di oggi, tuttavia, rimanda esplicitamente a quella cornice storica. La testimonianza del Battista avviene nel contesto del battesimo penitenziale, da lui stesso amministrato. All’inizio del Ministero di Gesù, attraverso la testimonianza di Giovanni, l’evangelista rende evidente la finalità della venuta del Signore. Questa finalità consiste nel liberare il genere umano dal peccato e rendere tutti gli individui figli di Dio. Questo dono può essere riconosciuto e, accolto, nella misura in cui ci si lascia guidare dallo Spirito Santo. È lo Spirito, quindi, che spinge a rendere testimonianza a Gesù Cristo in ogni luogo. Nella prima parte della narrazione di oggi Giovanni Battista presenta Gesù quale «agnello di Dio» che «era prima» di lui! Il «profeta del deserto», nella seconda parte del brano (vv. 32-34) invece «notifica» la stretta relazione esistente tra Gesù e lo Spirito Santo. Intravedendo Gesù che sopraggiunge Giovanni dichiara: «Ecco l agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!». L immagine dell’agnello, rimanda in realtà a molti «ambienti biblici» nei quali ricorrono, i sacrifici al tempio, l’agnello pasquale, il servo del Signore (che è condannato a morte violenta e ingiusta). Tutte queste sono comunque espressioni figurate e, non sono collegate direttamente al perdono dei peccati. Per comprendere meglio l’immagine dell «agnello di Dio» è forse necessario rifarsi all’agnello contenuto nel dialogo tra Abramo e Isacco, mentre salgono sul monte del sacrificio (cfr. Genesi 22). Alla richiesta di spiegazioni, da parte di suo figlio, dove si troverebbe l’agnello per l olocausto, Abramo gli risponde che il Padre Eterno stesso baderà a trovare l’agnello per l’olocausto! Sull’orizzonte di questa immagine (del sacrificio di Isacco) si comprende, forse meglio, il senso delle parole di Giovanni Battista. Gesù è l’agnello che l’Altissimo ha inviato, per togliere definitivamente il peccato del mondo con la sua passione, morte, risurrezione. Giovanni Battista completa poi la testimonianza messianica, sostenendo che in seguito sopraggiungerà uno più grande, perché questi «esiste da prima» e, tutto il suo ministero in terra palestinese, caratterizzato dal battesimo con acqua, serve fondamentalmente a far conoscere Gesù a Israele. La seconda parte della narrazione ruota attorno alla visione della discesa e, della permanenza dello Spirito sopra Gesù. È lo Spirito che fa conoscere Gesù (il figlio di Dio) a Giovanni Battista. E’ per mezzo dello Spirito che Gesù dona il nuovo Battesimo. Col dono dello Spirito Santo, concesso ai discepoli la sera di Pasqua (Gv 20,22-23), loro stessi partecipano alla sua morte e risurrezione, ricevendo la remissione dei peccati. In conclusione, abbiamo chiaro l’intenzione e la finalità per le quali il Signore Gesù Cristo è venuto, tra di noi? Per raggiungere quest’obiettivo, oggigiorno utilizziamo davvero tutti gli strumenti che oggi la nostra comunità (parrocchiale) mette a nostra disposizione? Come discepoli del Signore, la nostra esistenza terrena, quotidiana, dovrebbe qualificarsi per una lotta continua al male, e al peccato, presenti in noi e nella nostra società civile, in che modo allora cerchiamo di restare in comunione con lo Spirito Santo? Vediamo ora un altro aspetto connesso. L’agnello, nella Sacra Scrittura, è sempre stato il simbolo dell’essere innocente che non può recare alcun male, anzi, lo può soltanto ricevere. Si potrebbe continuare così, elencando diversi simbolismi, passando anche dalla strage degli innocenti! Ancor’oggi ci s’interroga se la sofferenza innocente, serva all’edificazione di un’umanità migliore e, se gli uomini stessi possono accettare una felicità basata anche sul sangue innocente. Gesù Cristo è per eccellenza l’innocente che soffre! La fede, a tutto ciò, come risponde? Da parte nostra, giovani credenti, è necessario disporsi in un atteggiamento di profonda umiltà, perché se la fede fosse in evidente difficoltà a rispondere e, a spiegare il senso del dolore, ci si ricordi bene che, ancor meno lo è la ragione! Il dolore degli innocenti è troppo difficile, per poterlo racchiudere dentro le nostre miserabili spiegazioni umane. Non è l’incapacità di spiegare il dolore che, oggigiorno, fa perdere la fede, semmai è lo smarrimento della fede cristiana che rende inspiegabile il dolore! La risposta cristiana al problema della sofferenza è tutta racchiusa in un nome preciso, Gesù Cristo! Gesù, anche con il Santo Natale celebrato da poco, non è venuto a fornirci spiegazioni definitive sul dolore, bensì è venuto a «prenderselo sopra di sé», in silenzio.

Caricandolo su di sè, Gesù ha modificato la percezione del «dolore», dal di dentro, infatti, da «sintomo di maledizione», ne ha fatto uno «strumento di redenzione», energico e potente. Ci si metta definitivamente col cuore in pace, perché se Dio soffre, ebbene è soltanto quest’ultimo che «soffre da innocente», in senso assoluto! Al vertice di questa nuova scala di valutazione (e per tornare al vangelo di oggi), c’è quel Gesù di Nazareth, l’agnello senza colpa e senza macchia ed è appunto «senza macchia», perché non ha commesso alcuna «colpa», ciò nonostante, Egli si è caricato sopra di sé la «pena» di tutte le colpe. Il Padre Eterno fece ricadere sopra Gesù, l’iniquità di noi tutti. Gesù Cristo non ha accordato un senso nuovo al dolore innocente, gli ha conferito invece una speciale fecondità, tuttavia, ancora imperscrutabile. Tutto il dolore innocente, con quello di Cristo che lo completa, è in grado, ancor’oggi, di far germogliare vita, fiducia, speranza, tra di noi! Spetta quindi a ciascuno e, con l’ausilio di una preghiera profonda e umile, divenire sensibile all’opera (continua) delle forze salvifiche di Dio, tuttora, offerte all’umanità della nostra epoca, in Cristo Gesù. E’ la fede cristiana che ci aiuta dunque a non soffermarsi tanto tempo sulle cause della sofferenza in sé, piuttosto, è meglio riflettere sugli effetti benefici collaterali, vale a dire che cosa nasce da tale sofferenza. Una quantità smisurata di sofferenza, purtroppo, non è frutto di fatalità, ma, proviene da noi stessi, dalla nostra malvagia emancipazione, dalla volontà di prevalere sull’altro uomo, o anche semplicemente dalle nostre omissioni, pressoché quotidiane. Tra gli aspetti originali della dottrina cristiana, la visione del «compimento» dell’esistenza umana e, della vicenda storica occupa indubbiamente un posto singolare. Se, lungo i secoli, il desiderio di avere risposte soddisfacenti agli interrogativi umani, ebbene tale appagamento aveva portato a costruire una sorta di «fisica dei fini ultimi» e, una «geografia dell’aldilà»! Nei tempi recenti si è preso coscienza del fatto che, la meta della storia rimane avvolta nel mistero di Dio! Questo non significa che il futuro degli esseri umani e, del mondo nel quale viviamo, sia del tutto sconosciuto e quindi di fronte a esso non resti più nulla da dire. Una rinnovata esegesi dei testi biblici consente, invece, di riscoprire il centro del messaggio escatologico del cristianesimo: Gesù Cristo, paradigma della persona umana nella sua vittoria sulla morte (dell’umanità) e, nello stesso tempo, principio della genesi del cosmo. Alla luce di una coscienza retta, ritrovata, le immagini bibliche come quella di Giovanni Battista, appaiono in tutta la loro valenza simbolica; liberano significati capaci di legare presente e futuro. La figura austera di Giovanni Battista è ancor’oggi una bellissima dimostrazione dell’accettazione e del compimento totale della volontà di Dio e, altrettanto bellissima rimarrà la sua testimonianza, con parole frutto «non di convenienza»; bensì egli annuncia a tutti che il Cristo finalmente è in mezzo a noi! La sua missione è questa, e la svolge fino in fondo, non ne trarrà nessun beneficio per se stesso. «Ecco l’agnello di Dio» disse Giovanni e, con la stessa forza interiore e profonda convinzione, in questo momento, noi dovremmo comunicarlo a tutti i nostri fratelli, fissando il nostro sguardo su di Lui, impegnandoci talvolta (anche a Modena) a entrare nel «deserto», luogo di silenzio, di meditazione personale. Riusciremmo così a contemplare, sia l’amore del Padre che ha amato questo mondo a tal punto da inviare, suo Figlio; sia l’amore del Figlio che, con il suo Corpo offerto e il suo Sangue versato, si dona al Padre in atto di totale obbedienza! Questo è l’amore reso presente e vivo dallo Spirito. Giunti a questo punto, non ci resta che terminare con un’altra missione lasciata a Pietro, tuttavia è come se fosse stata affidata, oggi, a ciascuno di noi. Una pecora che si è dispersa fuori dal gregge o, dal sentiero marcato, è destinata alla morte, se il pastore non la ricerca subito e, non la raggiunge. «Gesù disse a Simon Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pasci i miei agnelli". Gli disse di nuovo, per la seconda volta: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami?". Gli rispose: "Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene". Gli disse: "Pascola le mie pecore"»

BATTESIMO DEL SIGNORE  – 9 Gennaio 2011

Matteo 3,13-17

«Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?". Ma Gesù gli rispose: "Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia". Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: "Questi è il Figlio mio, l amato: in lui ho posto il mio compiacimento"».

3, 13-17: Battesimo di Gesù da cfr. con gli altri vangeli di Marco 1,9-11; Luca 3,21-22; Giovanni 1,29-34. 3,15: Ogni giustizia, significa ciò che è giusto dinanzi al Padre Eterno, ossia quello che l’uomo deve fare per obbedire a Dio e adempiere il suo disegno di salvezza. 3,17: La voce del Padre richiama i testi messianici, da cfr. con Isaia 42,1 (il Servo del Signore) e cfr. Salmo 2,7 (il Figlio di Dio). È anche una risposta alla supplica, da cfr. con Isaia 63, 7-64,11.

Il brano evangelico di oggi presenta concretamente l’esordio esterno di Gesù: è il racconto del Battesimo di Gesù (al fiume Giordano). Questo era sostanzialmente un lavacro di conversione e, Gesù intende ricevere il battesimo di Giovanni, tuttavia quest’ultimo si stupisce e si oppone. Al termine Giovanni è costretto a desistere, perché questa è la volontà di Dio. Gesù s’identifica pertanto con i peccatori e, conseguentemente si oppone alle attese di un messia trionfante, da parte degli Ebrei. Egli è altresì consacrato «servo» e «luce delle nazioni» (cfr. prima lettura). I versetti sono finalizzati a porre l’accento sulla preparazione della venuta di chi (diversamente da Giovanni) battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Procediamo però con ordine. Prima di tutto l’acqua è fonte di vita! Ancora oggi quando l’acqua scarseggia o, quando non piove da troppo tempo, giunge irrimediabilmente la siccità e, la vita scompare. Viceversa quando torna a scorrere l’acqua, ecco allora che ritorna la vita. L’acqua, malgrado sia spesso causa di morte, straripamenti, allagamenti, rovine in genere, è assolutamente indispensabile per l’essere umano. Altresì si può affermare per il cristiano. Il Battesimo è segno di morte, tuttavia, è segno di vita nuova. Immergersi completamente nell’acqua diviene segno che si desidera «morire» alla «vita di peccato», condotta fino a quel momento. «Uscire dall’acqua» nel Battesimo è segno di un rinnovamento autentico, vale a dire di una nuova uscita! E’ come se divenissimo totalmente nuovi e, inaugurassimo un’esistenza nuova! Chi si faceva battezzare da Giovanni confessava i propri peccati, se ne purificava. Giovanni vide avvicinarsi Gesù e, rifiutò di battezzarlo, anche perché Gesù certamente non aveva proprio bisogno di penitenza! Gesù, nonostante ciò, obbliga Giovanni al compimento del suo ministero! Gesù, concretamente, non prende le distanze da un’umanità traviata e corrotta, anzi vi s’immedesima umanamente, perché gli individui potessero riconoscerlo come il Messia, incaricato a fare arrivare il lieto annuncio ai poveri (cfr. prefazio della Messa). In seguito, quando Gesù risalì dal fiume, avvennero alcuni segni straordinari, sorprendenti e, perfino sbalorditivi. Questi ultimi hanno lo scopo di manifestare a tutti i presenti (compreso Giovanni Battista) che Gesù è davvero l’inviato di Dio, il Messia lungamente atteso. Se i cieli si aprono, significa che con Gesù è pervenuto il tempo della riconciliazione tra l’Onnipotente e gli esseri umani. Se lo Spirito Santo, come una colomba, discende su Gesù, allora significa che il Signore giunge a noi per portarci la vita di Dio! La voce che giunge dal cielo e dichiara solennemente che Gesù è il suo figlio prediletto, ha l’intenzione di far sapere a tutti che il Signore è molto più di un essere umano, è una persona divina! Il Vangelo narra l’evento del Battesimo di Gesù, con esso è apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza. Anche il nostro battesimo è, sostanzialmente, l’attualizzazione di quell’evento. In Gesù Cristo, noi cristiani siamo stati battezzati, liberati dal peccato, divenuti una creatura nuova. La voce del cielo oggi replica anche a noi: «Tu sei il mio figlio prediletto». Allora, è necessario vivere il dono ricevuto, credere che siamo divenuti Figli di Dio e, lasciarci modellare dallo Spirito per continuare ad amare, ininterrottamente! Altri approfondimenti si possono dedurre ancora, anche se all’interno di questo contesto, non è descritta minuziosamente la liturgia battesimale, tuttavia sono indicati gli avvenimenti conseguenti, e considerati molto interessanti. Gesù è presentato come chi non perdeva occasione per vivere un rapporto d’intimità col Padre Eterno, davvero particolare. Così che, da una simile e profonda esperienza traggono origine gli altri avvenimenti descritti. L’espressione «Il cielo si aprì» intende affermare che, con la venuta di Gesù, si è finalmente ripristinata la comunicazione, in precedenza interrotta a causa dell’infedeltà del popolo, tra l’Onnipotente e quest’ultimo. Quest’ultima esperienza è espressa nel linguaggio profetico, con l’immagine dei «cieli chiusi». «Scese su di lui lo Spirito Santo» significa che, il dono dello Spirito è l’effetto della sua relazione con il Padre Eterno! Matteo, come abbiamo visto, accentua ulteriormente l’«aspetto visivo» del dono dello Spirito, come una «colomba». In questo modo, l’evangelista non intende concedere una descrizione oggettiva dello Spirito, bensì, desidera rilevare il carattere di manifestazione concreta, esperienziale, della presenza dello Spirito. «Ed ecco una voce dal cielo»: si tratta della stessa voce del Padre che, dichiara il rapporto esistente tra Lui e Gesù. Il Signore, quindi, solidarizza col suo popolo, riceve il battesimo proposto da Giovanni e, in questo contesto si evidenzia la particolare relazione esistente anche oggi! Il battesimo celebrato dalla Chiesa (che dona lo Spirito nel nome di Gesù) è «avverabile» perché esiste, infatti, un intima relazione di Gesù col Padre e, della Chiesa con Gesù Cristo. Il battesimo è preceduto dal «battesimo di Gesù» che, segna l’inizio di una nuova era. Una nuova epoca si è contraddistinta dal rapporto intimo di Gesù col Padre, nel quale sono evidentemente coinvolti attivamente gli stessi esseri umani e il mondo!

Il dono dello Spirito è la dotazione di Gesù per la missione che inizia ora. E’ altresì quella sorta di «attrezzatura essenziale», per la missione della Chiesa. L’efficacia delle parole del Signore e, delle sue opere saranno poi risaltate col dono dello Spirito che fa di Gesù il portatore della potenza di Dio. Gesù è il Figlio Unigenito che, per mezzo dello Spirito, diviene dono di Dio potente per gli uomini, rendendoli in seguito «popolo santo». In seguito Matteo scriverà anche che, questi è il Figlio amato dal Padre e, nel quale il Padre stesso «si è assecondato»! Non è per nulla un’asserzione di poco conto, poiché rivela la missione e l’identità autentica di Gesù Cristo! Oggi Cristo nasce in noi, attraverso, il segno del Battesimo, segno che deve essere necessariamente riconosciuto, come hanno fatto gli stessi Magi. In Cristo, anche noi figli di questo tempo siamo divenuti «suoi coeredi» e l’anno nuovo 2011 inizia con una verità sorprendente e, insieme sconvolgente, Dio ci ama! Questo è anche il denominatore comune di tutti i giorni del tempo di Natale. Qualcuno resterà sbalordito, perché si aspettava forse un Dio atterrare dal cielo, invece nasce semplicemente come essere umano ed è subito adagiato su una mangiatoia di stalla, a Betlemme! Al posto di un Padre Eterno, astratto, concettuale, al quale poter sottoporre delle nostre legittime richieste, si presenta un Bambino che chiede di essere accolto! Meritarci di essere amati, compiere conseguentemente azioni che rendono meritevoli dell’affetto degli altri, come buoni figli, amabili fidanzati, onesti sposi, bravi parroci, anche questa concezione è stata, oggigiorno, smarrita. Il mondo contemporaneo purtroppo premia, ripetutamente, i più furbi. Devastante, è l’insinuazione che, anche dinanzi al Padre Eterno, si debba reagire a volte con superficialità, altre volte con aggressività, pur di omologarci a Lui. Il Signore viceversa mi dichiara che Egli mi ama, anzi io sono «amato bene» e, l’Onnipotente non mi ama, semplicemente, perché sono buono, tuttavia, amandomi, mi rende buono! L’Altissimo si compiace di me, perché vede il capolavoro che sono io, in altre parole, l’opera d arte che posso divenire, opera eccellente di onorabilità e di stima di cui egli mi ha rivestito. L’Amore di Dio è alquanto grandioso e, «Amar bene» rimane, tuttavia, un’arte complicata, soprattutto nei tempi attuali. Amar bene il Bambino di Betlemme ha contribuito ulteriormente a renderlo adulto autentico, e consapevole. Allo stesso modo il Padre Eterno desidera fare anche con me, dunque lasciamolo fare! Non intralciamo in alcun modo i suoi piani! Anche con il nostro Battesimo è stato riposto nel nostro cuore il seme della presenza di Dio! Essendo pertanto un seme, lasciamolo crescere, accudendolo, perché essendo fragile, se trascurato potrebbe scomparire. Con il Battesimo, sono entrato anch’io a far parte della Chiesa (cattolica), vale a dire la Chiesa dei martiri, tuttavia, è la stessa Chiesa che s’incammina all’incontro definitivo con l’Onnipotente! Il Battesimo non è per niente un gesto scaramantico, come potrebbero pensare in tanti, oggi nel 2011. In conclusione, il Battesimo è la porta d’ingresso, o la consacrazione pubblica del cristiano, in questo modo il Battesimo dovrebbe essere vissuto dagli stessi genitori e dai padrini (maturi), con la possibilità (per i propri figli) di scegliere liberamente e consapevolmente, a chi e, a che cosa dedicare la propria vita! Il cristiano dovrebbe essere accompagnato almeno da un percorso ponderato che lo introduca nella vicenda di Gesù Cristo e, lo trasferisca nella comunità dei suoi discepoli, in altre parole, nella propria comunità parrocchiale. Se io credo in Gesù Cristo, allora, il Battesimo dà inizio alla mia storia con Lui, così dovrebbe essere per me e per mio figlio (che sta per essere battezzato); infatti, sigillo con Lui un patto di alleanza, entrando così nella comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il Battesimo è un segnale specifico di appartenenza, è l’inizio di una nuova esistenza; è altresì la risposta a una chiamata per vivere come Cristo, in Lui e per Lui. Nessuno è chiamato a partecipare alla Liturgia Battesimale in veste di «spettatore» di realtà oggettive che, riguardano altre persone. Non ci si può nemmeno aspettare una sorta di scenografia che non muta nel corso del tempo e, permette di starmene al sicuro dentro un’«istituzione» di cui riconosco appena linguaggi e usanze. La novità di vita introdotta nell’uomo con il Battesimo, avvia un nuovo corso degli eventi di comunione con Dio Padre. E’ lo stesso Padre Eterno che ci ha chiamati, attraverso Gesù Cristo, nello Spirito Santo, a entrare nella comunità dei suoi discepoli. Quest’azione dovrebbe sorprendere anche me, poiché, io stesso: «sono chiamato»! Perché, divenire «cristiani» è una sorpresa proprio per tutti. Pertanto, non possiamo assistere a una mera ripetizione di gesti rituali e tradizionali. E’ l’invenzione di un’esistenza nuova, tutta modellata dallo Spirito in Cristo e, a gloria di Dio Padre. Forse oggi è bene chiedersi: ricordi di aver fatto una volta liberamente la scelta di aderire alla fede cristiana e alla comunità cattolica? Quando? Perché? Quali conseguenze e quali ripercussioni hanno portato, nella tua esistenza terrena, il sacramento del Battesimo? E’ forse difficile ritrovare ancora qualche traccia del tuo credo religioso e, nelle tue attività quotidiane, nelle tue scelte, nella tua appartenenza religiosa? I cristiani e le comunità (parrocchiali) di appartenenza sono invitati a qualificare maggiormente la dimensione contemplativa della vita. In altre parole, tutti sono invitati a trovare spazi e tempi nei quali si coltivi la relazione col Padre Eterno, per mezzo di Gesù Cristo. Dall’orazione e dalla devozione proviene il dono sicuro dello Spirito Santo, ciò nondimeno, anche l’efficacia della missione della Chiesa! La «relazione dei cristiani col Signore» diviene la «corporatura» della relazione nella Chiesa! Dio Onnipotente, che è il Padre del nostro Signore Gesù Cristo che, ci ha liberati dal peccato e ci ha fatti rinascere dall’acqua e dallo Spirito Santo, ci custodisca con la sua grazia (in Cristo Gesù nostro Signore), per la vita eterna! Amen!

EPIFANIA DEL SIGNORE - Giovedi 6 Gennaio 2011

Isaia 60,1-6; Salmo 71 (72); Efesini 3,2-3a.5-6; Matteo 2,1-12

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: "Dov è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo". All udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme,terra di Giuda, non sei davvero l ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele". Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: "Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch io venga ad adorarlo". Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un altra strada fecero ritorno al loro paese».

2,1-12: I Magi dall’Oriente, erano sapienti stranieri. L’evangelista scorge in loro l’immagine dei «lontani che giungono alla fede». 2,2: Si è tentata di spiegare «la stella» già in senso messianico in cfr. Libro dei Numeri 24,17. 2,4: I capi dei sacerdoti, indica il sommo sacerdote con i suoi predecessori, o i membri delle grandi famiglie sacerdotali. Gli scribi erano gli esperti della Legge; alcuni di loro, con i sacerdoti e gli anziani del popolo, costituivano il sinedrio, vale a dire, il gran consiglio di coloro che si occupavano degli affari religiosi e civili della nazione. 2,11: oro, incenso e mirra. Questi erano doni che si offrivano ai re. Forse Matteo vede qui realizzarsi la profezia di Isaia (cfr. Isaia 49,23; 60,5).

«Epifania» si traduce in lingua corrente col termine «manifestazione», o meglio ancora nell’espressione «manifestazione del Cristo in corpo umano». «Epifania» comunica che Cristo è nato per tutti! Il bambino Gesù nato nella grotta di Betlemme e, disposto nella mangiatoia, dopo di quella dei pastori, riceve la visita dei Magi. Questa speciale visita simboleggia l’attesa di tutta l’umanità che vede finalmente arrivare l’ora della sua liberazione! La liberazione dal peccato dell’uomo, portata e donata dalla nascita di Gesù, è dedicata in primo luogo agli «ultimi», gli emarginati dalla società, quelli che «non rientrano più nei nostri parametri» e che suscitano talvolta la nostra intolleranza. L’«Epifania» di oggi è per chi scruta i segni dei tempi, per l’uomo che attende con ansia che si manifesti la stella a tracciare il cammino da percorrere, per arrivare finalmente alla casa del Padre! L’evangelista, continua nel frattempo a narrare i primi tempi di vita di Gesù di Nazareth. L’episodio dei Magi, ha i seguenti protagonisti. I magi d’oriente, forse dei chiaroveggenti babilonesi che hanno risaputo dell’attesa messianica dei giudei. Essi, sono fondamentalmente l’immagine di tutti i pagani moderni che, tuttavia, cercano Gesù! Erode, invece, è un re alquanto turbato dinanzi all’annuncio della venuta di questo nuovo Re, antagonista e misterioso. Poi ci sono Gesù e Maria (sua madre) che ricevono i Magi e con i loro doni, in un miserabile alloggio dell’epoca. L’astro luminoso del cielo che, con la sua alternanza di chiarezza e di oscurità, rimane sempre il simbolo della luce della fede. Il primi capitoli del Vangelo (di Matteo) contengono diversi testi antichi, estratti dall’Antico Testamento che gli esegeti stessi definiscono «profezie di compimento» e, lo stesso evangelista li vede realizzarsi in Gesù di Nazareth. La nascita (verginale) compie la profezia di Isaia (7,14). La nascita a Betlemme (2,6) è collocata in relazione con Michea (5,1). La partenza precipitosa per l’Egitto e il ritorno (2,15) richiamano il testo di Osea (11,1). La strage degli innocenti (2,17) è un riferimento a Geremia (31,5). Il brano di oggi apre con la scenografia solenne della visita dei Magi. La tradizione antica ha speso fiumi di parole su questi personaggi, Matteo invece è alquanto misurato. Innanzitutto, la stella ha essenzialmente un valore religioso, essendo nella tradizione giudaica un segno messianico, come lo sarà poi nell’Apocalisse di San Giovanni. Decisiva per l’incontro con questi speciali personaggi, che rappresentano l’orizzonte universale del genere umano, sarà la profezia di Michea (5,1) su Betlemme, terra d’origine di Davide. I Magi sono dunque i rappresentanti globali dell’umanità che alla luce della rivelazione cosmica (la cometa) e di quella storica (profeta Michea), approdano all’incontro con Gesù Cristo! A proposito della profezia di Michea è meglio, forse, rendere alcune delucidazioni. Al versetto sei egli rimanda al problema presente nel versetto due. «Dov’è il neonato re dei giudei?». E’ per mezzo della voce di sacerdoti e scribi che risponde lo stesso evangelista, a dimostrazione del suo singolare modo di «sistemare» le citazioni dell’Antico Testamento. Matteo verosimilmente cita Michea (5,1-3) «colandovi» sopra un passo di 2° Samuele 5,2: «Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d Israele … », vale a dire, una promessa rivolta allo stesso Davide. Si aggiunga poi che Michea rievoca anche il giorno nel quale «una partoriente avrà partorito» (5,2). Così nell’animo dell’evangelista, la promessa di Michea si unisce a quella di Isaia (7,14), evocata nella sequenza precedente. Che senso assume una profezia così «adattata»? Matteo verosimilmente poco ottimista sul futuro di Gerusalemme, esalta invece l’umile cittadina di Betlemme, luogo d’origine del Messia degli umili (cfr. Matteo 11,25-30). Il rilievo concesso alla città di Davide e alla promessa accordata a questo re (2°Samuele 5,2) conferma l’importanza dell’«ascendenza davidica» di Gesù, già collocata in risalto dallo stesso Matteo. Qualora sia Gesù stesso che deve essere «pastore d’Israele» (titolo riferito a Dio stesso: cfr. Salmo 80,2), e se la stessa città di Gerusalemme sembra già respingere il suo pastore, come si adempiranno allora le profezie?

A questo punto, inizia la configurazione dell’intero dramma della missione di Gesù. Tutte queste note simboliche rendono, il celebre episodio dei magi, una sorta di «vangelo in miniatura»! All’interno di questa storia sacra, vi troviamo un «nuovo Davide» e, un «nuovo Mosè» che un giorno predicherà sulla montagna. Vi troviamo altresì un pastore già respinto da chi firmerà la sua morte e deriderà «il re dei giudei» del Calvario (cfr. Mt 26,31; 27,37). Ecco il Cristo che riceve il «reparto avanzato» dei popoli pagani prima che un giorno risuoni l’ordine decisivo «Ammaestrate tutte le genti» (Mt 28,19). La «soluzione teologica» (di questo estratto evangelico) si cela nella parola: «dove?», mentre, le successive sequenze chiameranno in giudizio ancora l’Egitto, Rama, la Galilea, Nazareth, come altrettanti luoghi espressivi della missione del Messia. Sopra a questa scena di adorazione purtroppo si addensa, entro breve, la reazione violenta del male. La strage dei bambini di Betlemme collima con le numerose uccisioni che hanno accompagnato il regno di Erode, particolarmente sensibile alla tutela del proprio potere personale e, interessato a ogni annuncio di eventuali pretese o usurpazioni. L’evangelista citando il profeta Geremia (31,15), mostra che accanto alla vicenda di Gesù si sta rendendo concreta una vicenda di morte, così com’era accaduto nella storia di Rachele, considerata la madre di Israele che piange le vittime del suo popolo. La fuga in Egitto che poteva essere considerato soltanto un rifugio provvisorio, è letta alla luce di un altro passo antico, quello di Osea (11,1). Cristo è chiamato a rappresentare e, a compiere in sé, l’Esodo che condurrà l’intero popolo di Dio alla piena libertà. Questo esodo ha il suo compimento quando «il bambino e sua madre» rientrano in Israele (mentre regnava Archelao) e si stabiliscono a Nazareth, località della Galilea, non ricordata nell’Antico Testamento. L’Epifania quindi è la reale manifestazione di Gesù Cristo agli uomini. E’ la festa della fede, offerta a tutto il mondo. Ritornando per un attimo al profeta Isaia, quest’ultimo irrompe sulla scena di questa domenica con un’affermazione potente! «Alzati rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore … . Cammineranno i popoli alla tua luce ... ». Questa è la luce misteriosa della fede che mette in movimento le nazioni, è la radiazione luminosa inspiegabile che induce i pagani a mettersi in cammino, quelli che sostanzialmente non erano «i chiamati»! Anche San Paolo si meraviglia dinanzi a questa rivelazione della generosità divina che chiama i pagani a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, a essere partecipi della medesima promessa fatta al popolo eletto. Oggi, siamo tutti chiamati a conoscere Cristo, a camminare nella luce della fede. La «luminosità della fede» è una luce imperscrutabile! E’ una stella nel cielo, sostiene il Vangelo, ciò nonostante è una stella che indica un luogo preciso sulla Terra. Quando un individuo scorge la stella, è pervaso da una grande gioia. E’ il Vangelo stesso che afferma questo, «Al vedere la stella essi provarono una grandissima gioia», perché essa dà risposta a un’aspirazione profonda dell’essere umano. Abbiamo appreso soltanto oggi (forse) che, noi giovani, non siamo creati per vivere una vita mediocre? Siamo stati creati, o no, per procedere anche noi verso una stella? Il nostro animo umano non è gioioso (veramente) se noi giovani, al contrario, ci lasciamo riempire da preoccupazioni sventurate e misere, se la nostra vita si lascia soffocare da prospettive senza ideali profondi! La gioia è in noi quando, ci appare la luce della stella, la fede! Noi stessi la riconosciamo, e individuiamo nello stesso tempo la nostra vocazione, che è di mirare molto in alto, di avviarsi verso l’Eterno (fino a Dio!). La luce della fede che brilla in alto nel cielo indica, però, un luogo preciso sulla terra; vale a dire una dimora, la casa, dove si trova un Bambino con Maria, Sua madre. La fede non è una fantasia e, tanto meno una visione. La fede, invece, esige da ciascuno di noi, necessità concrete! Chiede oggi nel 2011 a ciascuno di riconoscere in Gesù, uomo come noi, il Figlio di Dio incarnato! Egli «rivela» il Padre e «svela», a ciascuno, il senso della propria esistenza terrena. Egli favorisce, altresì, il nostro incontro personale col Padre Eterno, o meglio il nostro modo di vivere in comunione con Lui. La luce della fede che brilla in cielo, non ci dispensa per nulla dal rivolgerci agli uomini sulla terra. Il mondo contemporaneo può cercare le luci sfavillanti della pubblicità natalizia e, le apparenze splendenti del consumismo. Il fedele cristiano ha capito, dove è bene cercare e trovare la luce vera! Gli stessi Magi, che in cielo hanno visto un astro, si recano comunque dai sommi sacerdoti e dagli scribi, per informarsi in maggior misura e meglio del Bambino che è nato. A loro è risposto, utilizzando le parole presenti nella Sacra Scrittura che attestano il piano di Dio. A proposito della «stella», è necessario terminare la disamina, risalendo per un momento a quanto poteva balenare nell’animo di Matteo. L’evangelista resterebbe, verosimilmente, stupito delle ipotesi che da molto tempo gli scienziati cercano di identificare la cometa apparsa ai tempi di Gesù. La «stella» di Matteo, viceversa, non si trova nella volta celeste, bensì, nella Storia Sacra. Secondo l’antico Libro dei Numeri (24,17) un giorno si leverebbe in cielo «la stella di Giacobbe», una profezia che gli ebrei del primo secolo riferivano al Messia. Il simbolo si adatta bene alla storia dei Magi. L’annuncio asserito nel Libro dei Numeri, infatti, non era stato dato a Israele da un profeta israelita, bensì da Balaam, un individuo pagano che la tradizione valutava come un interprete di sogni, cioè un «mago». Ritorniamo al nostro presente con alcune considerazioni. Ebbene, per comprendere il significato delle parole bibliche, essendo quest’ultime ispirate comunque dallo Spirito Santo, è necessaria una disponibilità interiore, oggi a Modena nel 2011, da parte di ciascuno! Una disposizione interiore, che Erode e i sacerdoti non potevano evidentemente avere. Anche noi, ancor’oggi, quando cerchiamo soltanto il nostro appagamento personale «viviamo da ciechi alla luce della fede»; se invece «vogliamo vivere alla grande» (come direbbero i giovani oggi tra di loro), allora, dobbiamo renderci disponibili a Dio e, pronti a lasciarci guidare verso mete che non ci daranno sicuramente vantaggi immediati, tuttavia, transitori e fugaci. La meta indicata da Dio, seppur erroneamente immaginata lontana e irraggiungibile, una volta raggiunta, statene certi, donerà a ciascuno la gioia divina (eterna)! I giovani di oggi devono scegliere, se intendono limitarsi alla ricerca del proprio interesse (o tornaconto personale), allora nessuno sarà più in grado di scorgere la luce della stella, e le loro esistenze non avranno felicità, tantomeno delle esultanze profonde. Il Signore è venuto! Egli elargisce questa grandissima felicità, Egli dona la sua preziosissima luce! Siamo fedeli? Siamo riconoscenti? Allora, si esprima gratitudine della fede che si innalzi al di sopra di noi stessi. Si esprima riconoscenza! Questo perché, non soltanto Egli dona la luce della fede! Egli ancor’oggi dona il suo Corpo e il suo Sangue, per trasformare ciascuno di noi, per farci vivere sempre più in comunione con Lui!

2° DOMENICA DOPO NATALE – 2 Gennaio 2011

Giovanni 1, 1-18

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: "Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me". Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato».

1,1: Verbo corrisponde al greco Logos = Parola. E’ un termine che Giovanni intende utilizzare alla luce dell’Antico Testamento (cfr. Pr 8,22-36; Siracide 24,1-29) e della tradizione cristiana. Aprendo questo inno, con le parole «In principio era il Verbo», l’evangelista asserisce che Gesù è la «trasparenza» del Padre. Essere il rivelatore del Padre non è soltanto il compito di Gesù, terreno, missionario, bensì l’identità profonda della sua persona. 1,3: Nell’Antico Testamento è sottolineata la potenza creatrice della Parola di Dio (cfr. Genesi 1,3.6.9; Salmo 33,6). E’ altresì la rivelazione (cfr. Am 3,1;. Ger 1,4; Ez 1,3). Verosimilmente l’evangelista, a questo punto, intende suggerire che la Parola (in seguito assumerà il nome di Gesù Cristo) è il progetto («Logos» può indicare anche «progetto») con il quale tutta la realtà è stata pensata. Gesù Cristo è il progetto del mondo e della storia. 1,4: Giovanni desidera esprimersi per simboli: vita e luce sono due simboli che nel vangelo ricorrono molte volte riferiti a Gesù (cfr. Gv 3,15; 5,26; 6,57; 11,25; 14,6). 1,5: Le tenebre sono le potenze del male che si contrappongono all’Altissimo e, fondamentalmente sono i malvagi. Non l’hanno vinta: il verbo greco può significare «comprendere» e anche «vincere». L’evangelista ha decifrato entrambi i significati: le tenebre non hanno compreso la luce e l’hanno rifiutata, tuttavia, non sono riuscite a vincerla. 1,6-8: Giovanni Battista non era la luce, come forse qualcuno allora pensava. Soltanto Gesù è la luce e, il Battista è solamente il testimone. 1,9: La luce vera, è un’espressione che deve essere intesa nel senso di piena, definitiva. Anche altri possono essere luce, tuttavia, nel senso della preparazione, dell’avvio. Soltanto Gesù Cristo è la pienezza. 1,12: Credere nel nome di Cristo è aderire alla sua persona, è accettare il suo mistero. Il nome è la persona. 1,14: si fece carne: divenne uomo, uno di noi. «Carne» nel linguaggio biblico non è il corpo, bensì, l’essere umano con tutti i suoi aspetti di caducità, debolezza e divenire. «Gloria» è lo splendore del volto di Dio che si manifesta. I due termini grazia e verità sono noti nell’Antico Testamento e manifestano l’atteggiamento del Padre Eterno verso il mondo e l’uomo: amore gratuito (grazia) e fedeltà incrollabile (verità). 1,17: La Legge non rendeva la grazia e non era la verità, vale a dire, la pienezza della rivelazione, come invece è Gesù. 1,18: Dio, nessuno lo ha mai visto: Giovanni afferma, anzitutto, l’invisibilità di Dio che i soli sforzi dell’uomo non riescono a penetrare, ciò nonostante, in questo momento Dio si è rivelato in Gesù.

La Liturgia odierna ci propone il primo capitolo del Vangelo di Giovanni. In esso è contenuto il contrasto continuo tra luce che viene e, il mondo che non lo riconosce e, non lo accoglie! E’ il Prologo di San Giovanni che, nel suo insieme, costituisce un inno alla Parola fatta carne, impiegato come «introduzione» a tutto il quarto vangelo. Il testo sacro contiene un insieme di concetti, che sono per altro tra di loro collegati. I primi due versetti presentano la Parola che è con Dio, e delineano la loro profonda identità e relazione. Iniziamo dapprima con l’analisi del testo, quindi ravviseremo le attualizzazioni. Gesù è il Lògos (il Verbo) preesistente alla creazione, rivolto verso Dio, Dio egli stesso. Il Lògos non è pertanto stato creato, esisteva fuori dal tempo, in altre parole, da tutta l’eternità. «In principio» è la ripresa letterale delle due parole della Bibbia (greca). Giovanni collega la venuta di Gesù con i primi capitoli del Libro della Genesi. L’evangelista «rilegge» Gesù a iniziare dal principio della rivelazione. Lungo tutto il suo vangelo (per altro splendido), questa identità misteriosa di Gesù (e la sua posizione mediana nell’attuazione della rivelazione), si esprimerà attraverso la pretesa di Gesù (per altro esagerata, secondo il modo di vedere dell’uomo), di essere il compimento di tutta la rivelazione, il rivelatore supremo, il dono ultimo di Dio, l’unica via di salvezza possibile, il volto di Dio in mezzo agli esseri umani («il Padre è in me e io nel Padre» 10,38). Il «Lògos» non è allora del medesimo ordine del creato. Quando le cose create hanno iniziato ad essere, Egli già esisteva fuori del tempo, nell’eternità. L’esistenza eterna del Verbo, soprattutto questa, entra in una fase nuova, con la sua venuta in mezzo agli uomini. Col terzo versetto si penetra nella dimensione della creazione, e si asserisce che tutto il creato è collegato, intimamente, con la Parola. Poiché il creato è congiunto, anzi coordinato con la Parola, recando in sé il sigillo della Parola stessa, questo ne diviene l’origine, che fa diventare il mondo, rivelazione! «Tutto per mezzo di lui fu fatto», precedendo la creazione significa che Egli è il capo cantiere, vale a dire, l’edificatore. Il Verbo è, in questo momento, presentato come il mediatore grazie al quale la creazione e gli esseri creati giungono alla vita. A questo punto l’evangelista aderisce con un dato tradizionale della Cristologia. « … per noi c è un solo Dio, il Padre, … e un solo Signore, Gesù Cristo, … » (1°Corinti 8,6).

«Senza di Lui»: aspirerebbe a rivelare un parallelismo intensamente semitico e, contemporaneamente, esclude qualunque possibilità di esistere al di fuori del Verbo. Il Verbo, Dio egli stesso, vita e luce per gli uomini vive fin dalle origini una relazione unica con gli uomini, ebbene, tutto ciò che è, tutto ciò che vive, riceve l’essere da Lui (vv. 4-5). Egli è la luce che illumina ogni essere umano, vale a dire il principio che permette a ogni essere vivente di comprendere se stesso. In principio, Dio creò la luce (cfr. Genesi 1,3). In questa nuova pagina della Sacra Scrittura, acquisiamo che questa luce del principio aveva un nome, era il Verbo creatore. Nel confronto (conflittuale) di Gesù con i giudei, quest’attribuzione di essere, vita e luce per gli uomini, è sovente ripresa nella rivelazione che Gesù fa di se stesso. «II Figlio da la vita a coloro che vuole» (5,21). Gesù è la luce del mondo (8,12) che brilla nelle tenebre; in questo momento appare per la prima volta una certa resistenza, insomma, una reazione alla luce. Le «tenebre» indicano un mondo dominato dal male e, che si contrappone alla rivelazione del Verbo. L’espressione sommaria s’incarnerà lungo tutto il vangelo, in uomini concreti, identificabili dalla loro incredulità, riconoscibili dal loro rifiuto della luce e, individuabili dal loro odio della verità. Il verbo ellenico può essere tradotto in due modi, sia le tenebre «non la compresero», sia «non la fermarono». La prima versione, tuttavia, pone l’accento sul rifiuto di alcuni. La seconda trasposizione anticipa il trionfo futuro di Gesù Cristo, contro le potenze delle tenebre! I versetti successivi (6 e 8) puntualizzano la funzione di Giovanni Battista, nel corso degli eventi della salvezza! Quest uomo che è venuto da parte di Dio per essere testimone, non è la luce, ciò nonostante egli deve rendere testimonianza alla luce stessa! L’ultima volta che è menzionato nel vangelo, non a caso è altresì elogiato per essere stato un testimone fedele (Gv 10,41). La «luce» è venuta nel mondo (vv. 9-11). Al Verbo, come luce, è attribuita una duplice qualifica, innanzitutto, egli è la luce «vera». In seguito, il testo sacro prosegue nella trattazione del mistero dell’incarnazione della Parola. L Eterno, sopraggiungendo nel mondo e tra la sua popolazione, riconosce nel frattempo, sia l’accoglienza, sia il rifiuto. Chi crederà, accogliendo la Parola, diverrà tuttavia figlio di Dio! La Parola, quindi, divenendo carne (14-18), rivela la gloria della comunione dell’Altissimo che rimanda alla partecipazione e, all’accoglienza del mistero da parte della comunità dei fedeli. Questo Bambino, evidentemente, suscita stupore e ciò nonostante anche paura, allo stesso modo di oggi, quando ci si avvicina a qualcosa di grande e sconosciuto. Chi lo avrebbe mai immaginato che l’Onnipotente, ricercato da sempre dall’uomo, può fornire la risposta a tutte le nostre attese profonde? Chi lo avrebbe mai immaginato che quel Creatore, amato e temuto, avesse il volto e il sorriso di un lattante? Cosa può esserci di più cedevole e meraviglioso dello sguardo di un bambino? Questo è il nostro Iddio, il Signore e l’Onnipotente! Il Verbo-Parola è la rivelazione di Dio! Questa manifestazione si realizza, comunque, con regole diverse. Il creato che «è stato fatto per mezzo di lui» parla di Dio! La vicenda della sua venuta tra la sua gente, terminata nel dono della legge fatto per mezzo di Mosè, è «manifestazione della Parola»! Il dono della grazia, per mezzo di Gesù Cristo, («II Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi»), è rivelazione della Parola! All’Altissimo che si manifesta, l’uomo può rispondere con il rifiuto che separa da Dio, o viceversa, con il riconoscimento e, l’accoglienza da parte di «quelli che credono nel suo nome», ai quali il Signore concede a loro «il potere di diventare figli di Dio». Il Vangelo di oggi afferma che soltanto Gesù è la luce vera, che è poi quella che illumina ogni essere umano (cfr. Gv 1,9). Non a caso San Paolo auspica che «questa luce» possa, davvero, illuminare finalmente gli occhi della mente di ciascuno di noi (cfr. Efesini 1,18). Gesù, in definitiva, è venuto nel mondo per illuminarci. La sua opera, tuttavia, è peculiare. L’Onnipotente, dapprima, ha creato la luce dentro di noi, ci ha riempito di luce, poi ci ha aperto gli occhi perché vedessimo questa luce, che è in noi. Egli è la sapienza che sussiste da sempre. Una luce, una sapienza, che ha sistemato la sua tenda tra di noi. La luce che Gesù stesso emana è la figliolanza divina: «ci ha fatti diventare figli di Dio». L’evangelista afferma: « … E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; … Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome … ». Da queste espressioni parrebbe che i figli di Dio siano soltanto quelli che hanno accettato Gesù, vale a dire «quelli che sono rinati da acqua e da Spirito Santo» (Giovanni 3,5). In altre pagine evangeliche, Gesù tuttavia chiama «figli di Dio», sia chi cerca la pace, sia quelli che sono già misericordiosi (cfr. Matteo 5,9; Luca 6,36). Meditando attentamente il Vangelo di oggi, possiamo appurare come il nuovo messaggio di Gesù Cristo appare chiaro, e anche sconcertante. Il Signore è padre di tutti gli uomini, tutti gli individui sono figli suoi, ciò nonostante alcuni di essi e, per le loro meschinità, si ostinano a declinare questa paternità e, rifiutano così di essere figli di Dio. La Parola di Dio tuttavia assicura e dona la certezza consolante che, oggi, Dio è Padre! Egli è la vita! In Cristo, siamo stati scelti dall’eternità a vivere il dono di essere i suoi figli. «Vivere da figli», significa, godere della sua ricchezza (soprannaturale); significa, inoltre, poter rendersi conto della sua presenza, di avere coscienza della partecipazione amorevole e possente, di un Padre (Eterno). «Vivere da figli», dovrebbe far emanare (dal nostro cuore) la gioia e il calore di un’esistenza rinnovata, che è cosciente di essere sostenuta e guidata dall’Amore autentico. Il contenuto biblico, preso in esame oggi, esclude che possa sussistere (per noi) una via dominabile dall’incertezza, influenzabile dal tentennamento o impressionabile dall’indecisione. Nella «dinamica» del Padre Eterno che si rivela e, dell’essere umano che lo accoglie, ha un posto fondamentale, la nostra comunità parrocchiale di appartenenza, la quale diviene segno di accoglienza e sostegno di chi è chiamato a credere! La prima lettura (estratta dall’Antico Testamento), inoltre, a sostegno di questa meditazione indica gli elementi essenziali e più maturi della rappresentazione della Sapienza in Israele: «prima dei secoli, fin da principio, egli mi creò. Ho officiato nella tenda santa davanti a lui. Nella città amata mi ha fatto abitare». Essa raggiunge la definitiva e reale personificazione nel disegno del Verbo-Luce e del Verbo-Carne, messo in evidenza da S. Giovanni. Tutto l’avvenimento della venuta di Gesù tra la sua gente, è manifestazione della Parola di Dio! Il dono della Grazia (per mezzo di Gesù Cristo), è rivelazione della «sua» stessa Parola! All’Altissimo che si manifesta, l’essere umano può controbattere, separandosi così da Lui, oppure, può riconoscerlo e accoglierlo, divenendo, in questo modo, suo figlio. La comunità cristiana (ovvero la mia parrocchia) è chiamata a invocare incessantemente lo Spirito di sapienza e di rivelazione, come afferma l’Apostolo delle Genti, per andare davvero incontro alla sua speranza che è Cristo Signore. In questo modo Egli realizza il progetto indicato per la comunità stessa dal «Prologo». Quello che fin qui è stato presentato vorrebbe modestamente condurci, da un lato a conoscere sempre meglio la manifestazione continua del mistero di Dio, accogliendolo con libertà. D’altro canto vorrebbe essere utile a stimolare il desiderio di invocare il dono dello Spirito di Sapienza che giunge dall’alto, nell’orazione prolungata, sia personalmente sia comunitariamente. L’Altissimo per mezzo del Verbo continua a rivelarsi, a manifestarsi, a farsi conoscere, perché Egli desidera intrattenersi con le persone, come con degli amici.

Questo dovrebbe stimolare con passione un nostro coinvolgimento continuo a riconoscere e, a ricercare quali sono gli aspetti qualificanti, per accogliere con disponibilità il mistero di Dio, nel mistero della rivelazione che ha nella Parola. L’adesione a Dio che si rivela in Gesù Cristo, il Verbo fatto carne, richiede da parte nostra una scelta risoluta, limpida, priva di pecche. Essa può realizzarsi soltanto se sostenuta e fortificata da un’esperienza di orazione contemplativa, persistente. Le nostre comunità parrocchiali hanno la responsabilità e la gioia di «essere segno di speranza» e, l’incombenza di divenire così «punto di riferimento» e sostegno (continuato), per il cammino di fede di ciascuno.

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO – 1 Gennaio 2011

Matteo 2, 16-21

«Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall angelo prima che fosse concepito nel grembo».

Nel secondo capitolo del Vangelo di Luca, sono almeno due le note degne di nota da collocare a margine. Nell’Antico Testamento, la città di Davide era Gerusalemme. Luca, unisce a questo titolo anche «Betlemme», per richiamare implicitamente la profezia di Michea (5,1). Il primogenito, non significa che Maria Santissima abbia avuto altri figli, ciò nonostante, pone l’accento sulla dignità e, gli obblighi legali del primo nato (cfr. Esodo 13, 2; Deuteronomio 21, 17). Il termine ellenico, utilizzato dall’evangelista Luca, appare anche in una Lettera dell’Apostolo delle Genti, per designare Gesù Cristo, quale inizio della nuova creazione di Dio Padre - (cfr. Col 1, 15.18).

Il Vangelo di oggi si apre rievocando i pastori che, a seguito dell’annuncio della nascita di Gesù, si recano a verificare di persona quanto a loro è stato detto, «andarono senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino che, giaceva nella mangiatoia». Il brano specifico riconduce così alla «manifestazione di Gesù Cristo», avvenuta a Betlemme. I pastori dopo aver visto chiaramente Gesù, riferiscono a tutti «ciò che del bambino era stato detto loro». Essi divengono, in questo modo, i primi testimoni ed evangelizzatori del Signore. Il testo sacro evidenzia che, quanti ascoltano, restano meravigliati del loro messaggio. Una simile notizia suscita indubbiamente tra gli abitanti, incredulità e, curiosità. La stessa Vergine Maria, Madre del Signore, rimane sorpresa da questo clamore e, raccoglie tutte queste cose, meditandole nel suo cuore, vale a dire, facendole divenire momenti fondamentali della sua vita. A questo punto, i pastori ripartono verso le loro terre di origine, glorificando e lodando il Padre Eterno, per quanto è stato concesso loro di vedere. A questo Bambino, per il quale è dovuto intervenire il Padre Eterno direttamente, è stato imposto il nome «Gesù»; si doveva, infatti «dar corso» a quanto annunciato in precedenza dall’angelo, dinanzi a Maria. Una prima deduzione consiste allora che la nascita di Gesù Cristo (a Betlemme) è l’incontro personale di Dio con gli uomini e, i pastori sono, essi stessi rappresentanti rilevanti dell’accaduto. Anche l’uomo di oggi che incontra sul proprio cammino Gesù Cristo, diviene un evangelizzatore! Questa esperienza si realizza, soltanto, quando (ciascuno di noi) come Maria, conserva nel proprio cuore tutto ciò che riguarda Gesù Cristo e, tutta la propria esistenza terrena si dispone alla volontà di Dio Padre. La «Solennità della Madre di Dio», prolunga la contemplazione della luminosità di Dio che, si manifesta nell’umanità di Gesù. Il tema di Dio Padre che salva, «soffia» sulla giornata di oggi e, l’antica benedizione sacerdotale narrata, non a caso nella prima lettura, presenta un Padre Eterno che desidera rimanere con gli Israeliti e, concedere così, a loro, la sua benedizione. Questa garantisce al popolo protezione, fecondità e pace. L’attenzione di Dio verso il suo popolo è resa evidente anche con l’immagine del volto orientato agli Israeliti. Il volto luminoso di Dio, che salva il suo popolo, coincide con quello di suo Figlio Gesù Cristo inviato nella pienezza dei tempi per dare libertà a tutti gli uomini. Chi accoglie Gesù (come Maria sua madre, che meditava nel cuore ogni cosa) partecipa direttamente della salvezza. L’intervento decisivo di Dio nella storia, tramite suo Figlio, rende tutti figli dello stesso Padre. La Chiesa affida a Maria Santissima, la madre di Dio (e dell’umanità intera), il primo giorno dell’«anno civile». Maria è la prima dei beati, perché ha coltivato nel suo cuore la sete d’interiorità e, perché ha dato alla luce Gesù, il Signore, il principe della pace! «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt. 5,9). Maria, per la sua missione universale di madre, veglia sulla pace di tutti i suoi figli e, custodisce con cuore di madre, soprattutto, la sorte degli ultimi e, degli abbandonati. La notizia della nascita del Redentore si diffonde anche per nostro tramite, purché ci si lasci trasformare in divulgatori di pace! In questo modo, la pace che è essa stessa straripante, si espande al mondo intero. All’inizio di un nuovo anno 2011 occorre sempre ideare, concepire, inventare qualcosa di nuovo, facendo riferimento in modo esplicito alla volontà di Dio, nei confronti dei singoli e, delle comunità locali di appartenenza (vedi la parrocchia). II dono della fede che è stato concesso per mezzo di Gesù Cristo, non è soltanto per noi, bensì, ciascuno (di noi) è invitato a condividerlo con gli altri. La pace, donata dal Signore, abita in noi (e nelle strutture sociali) nella misura in cui si rimane con Gesù Cristo, coltivando nell’interiorità i suoi insegnamenti! Nel primo giorno dell’anno, denominato comunemente «Capodanno», i cristiani si riuniscono nuovamente in assemblea per invocare sul mondo intero il dono della Pace. L’augurio che gli uomini possono scambiarsi è quello che il Padre Eterno faccia nuovamente risplendere, su ciascuno, il proprio volto luminoso. Qualunque cosa succeda nel nuovo anno, sia esso un momento felice, sia esso una dolorosa fatalità, preghiamo insieme il Signore di riuscire, comunque, a scorgere il volto sorridente del Padre e, così riusciremo a superare ogni difficoltà. Per scorgere l’Altissimo è assolutamente necessario imitare Maria, in un profondo atteggiamento di meditazione e, di riflessione interiore. Maria, «Madre di Dio» è un titolo che esprime uno dei misteri più alti del cristianesimo, un appellativo che ha inondato di stupore la stessa Liturgia della Chiesa. «Madre di Dio» è il titolo dogmatico della Madonna, più antico e rilevante, essendo stato definito dalla stessa Chiesa, quale verità di fede da credersi da tutti i fedeli cristiani (cfr. Concilio di Efeso). Quest’appellativo è altresì il presupposto di tutta la grandezza di Maria Santissima. È il primordio stesso della «Mariologia», in altre parole moderne, è il suo «principio attivo». Appunto per questo, Maria è situata nel cristianesimo, non soltanto oggetto di devozione, ma, anche di «teologia», vale a dire, nel discorso stesso su Dio, perché Dio è coinvolto, direttamente, nella maternità divina di Maria. Maria, «Madre di Dio» è altresì un titolo «ecumenico», infatti, oltre che essere stato definito tale in un concilio ecumenico, è di quella natura perché è l’unico a essere accolto e condiviso, da tutte le confessioni religiose cristiane.

Nel Nuovo Testamento seppur non troviamo, esplicitamente, il titolo «Madre di Dio» concesso a Maria, tuttavia, scopriamo delle attestazioni che (all’attenta considerazione della Chiesa e, sotto la regia dello Spirito Santo), manifesteranno, in seguito, di contenere già questa verità (nel suo intimo profondo). Maria è già richiamata quando ha concepito e generato un figlio, il quale è Figlio dell’Altissimo, Santo, Figlio di Dio (cfr. Luca 1,31-32.35). Dal Vangelo, quindi, si apprende che Maria è la madre di un figlio, di cui è risaputo che è il Figlio di Dio. Maria pertanto è chiamata, giustamente, la Madre di Gesù, la Madre del Signore (cfr. Luca 1,43), in alternativa sono utilizzate espressioni quali, «la madre», «sua madre» (cfr. Giovanni 2,1-3). A questo punto, siamo noi giovani (cristiani) che nello sviluppo della nostra fede, dobbiamo chiarire a noi stessi chi è Gesù, prima di capire (Maria) di chi è madre. Maria, certamente, non inizia a essere «Madre di Dio» nel Concilio di Efeso (431), così, come Gesù Cristo non inizia a essere Dio, nel concilio che lo definì di quella natura (Nicea, 325). La Madre Chiesa celebra giustamente questa festa nell’Ottava di Pasqua, infatti, nel Natale e non prima, Maria divenne, veramente, pienamente, «Madre di Dio» (cfr. Luca 2,7). Ancor’oggi, madre si diviene, attraverso una serie di esperienze che lasciano un segno indelebile, e modifica sia la conformazione del corpo della donna, sia la stessa coscienza, che lei ha di se stessa. A proposito della maternità divina di Maria Santissima, la Sacra Scrittura sottopone in risalto, pressoché continuamente, due momenti fondamentali che corrispondono a quelli che l’esperienza umana quotidiana considera necessari, perché si abbia sia una vera paternità, sia una vera e piena maternità. Gli elementi in questione sono due: concepire e partorire (cfr. Luca 1,31). Quel che è «generato» in lei, è dallo Spirito Santo; ella «partorirà» un figlio (cfr. Matteo 1,20 s.). Ritorna la profezia di Isaia, nella quale tutto questo era già stato anticipato e, si esprimeva allo stesso modo: «Una vergine concepirà e partorirà un figlio» (7,14). E’ chiarito allora perché proprio a Natale, quando Maria dona alla luce Gesù, diviene integralmente «Madre di Dio» e, specificate, sono anche le funzioni dei genitori e, il partorire, rimane esclusivo della madre! Maria ha sempre trovato il tempo necessario da dedicare alla riflessione interiore, quindi, in questo nuovo anno 2011 si riscopra, nelle nostre seppur discutibili personalità, un momento di umile spazio interiore, per riscoprire la bellezza della preghiera, il fascino dell’armonia, l’attrattiva per il silenzio, il coraggio del raccoglimento. Occorre prestare poi molta attenzione anche al pericolo della vanità! Quest’ultima deve essere individuata rapidamente in tutta la sua fragilità e inconsistenza! A Gesù, che viene tra di noi, gli sia consentito di annullare questo pericolo insidioso della vanità. Gesù chiede che i nostri cuori rimangano aperti, disponibili, per fare di ciascun uomo un edificatore di giustizia e pace! Spalancare le porte a Cristo significa, liberarsi completamente delle nostre meschine personalità (o se preferite individualità), per poter finalmente concedersi, senza alcun timore, alla forza liberante della Verità! L’Eterno, nel tempo non annulla la storia ma la redime, ordinando al suo vero fine e santificandone in profondità i giorni: «È nato Cristo, dal Padre come Dio, dalla madre come uomo … dal Padre come principio della vita, dalla madre come fine della morte; dal Padre ordina tutti i tempi, dalla madre santifica questo giorno» (Sermone, 194,1). Proprio così, queste pagine parlano a noi figli di questa inquieta post-modernità: e l’averle raccolte non è per «spirito archeologico», ma testimonianza e passione, capaci di nutrire la fede e di guidare la carità in scelte di vita vera, degna di essere vissuta nel tempo e per l’eternità. Per una comunità civile come la nostra, talvolta sradicata perfino dalla sua memoria, è al tempo stesso privata della sua identità ed esposta a strumentalizzazioni cattive, il «trionfo della verità» consiste, invece, nel rispetto e nel recupero dell’identità culturale e, religiosa, della comunità stessa e dei suoi membri, come base per il riconoscimento dei reali bisogni e delle priorità cui tendere. A una morale individualista e utilitaristica, portata a termine esclusivamente all’interesse di pochi, occorre contrapporre un’«etica della verità», aperta a valori fondati sulla comune umanità e, sulla dignità trascendente della persona umana. Questo è anche la «nota di sottofondo» che, emerge dalle «omelie per l’Epifania del Signore». Opera letteraria che il grande Sant’Agostino suggerì alla gente del suo tempo. La «verità» viene per abitare la «scena del mondo» e, in questo modo la «vivifica e la trasforma di dentro». La «nascita terrena» del Figlio di Dio consente la «nascita eterna» dei figli degli esseri umani! Cristo è nato, nessuno di noi, tema di non poter rinascere! Se Gesù Cristo non avesse la «nascita umana», noi non potremmo arrivare alla «rinascita divina». E’ nato, infatti, perché noi potessimo rinascere! - (cfr. Sermone 189,3). A proposito poi della «Giornata Mondiale della Pace», ancor’oggi si avverte la sensazione diffusa che la pace sia perlomeno «una sfida» alle ingiustizie esistenti tra i popoli e, al disordinato sfruttamento delle risorse e al deterioramento (progressivo) della qualità della vita umana. Tale situazione genera anche in Italia, un senso di precarietà e, d’insicurezza che a sua volta favorisce sia forme di abuso di potere, sia atti di prepotenza e, consequenziali comportamenti inaccettabili di frodi e disonestà. Dinanzi al degrado ambientale la società civile italiana non può continuare a sfruttare i beni della terra, come in passato. Mentre molti studiosi del settore, ne denunciano la gravità, i dirigenti pubblici purtroppo sono fuggiaschi da ogni presa di decisione. La coscienza umana, soprattutto, quella dei credenti non deve assolutamente essere mortificata, bensì, deve essere diretta allo sviluppo d’iniziative concrete. Anche i «valori etici» non devono essere a loro volta umiliati, perché essi sono fondamentali per lo sviluppo vigoroso di ogni convivenza civile pacifica. L’esigenza di soluzioni condivise, è espressa dall’interdipendenza sempre più necessaria tra popoli e culture differenti, fondata però su un’unica e coerente visione morale (del bene e del male) dell’umanità. Una visione del genere, per il cristiano, deve edificarsi necessariamente sulla convinzione, procurata e assicurata dalla Rivelazione! La Sacra Scrittura illumina bene il rapporto tra l’agire dell’uomo e l’integrità del creato. L’essere umano quando si distaccata dal disegno dall’Onnipotente provoca un disordine tale che, inevitabilmente si ripercuote sul resto del creato! L’uomo, infatti, se non è in pace con Dio, allora non può pretendere che il suo pianeta possa «vivere in pace»! Per questa ragione il «cosmo è in lutto» e, chiunque vi abita deperisce con gli esseri animali della terra! Richiamare all’attenzione di tutti sulla narrazione biblica della creazione può essere utile anche a chi, pur non condividendo la fede cristiana possa, ugualmente, trovarvi spunti comuni d’impegno realistico. Riprendiamo da … Dio! Preparandoci in questo modo, cresceremo nella pace del cuore che si rifletterà, inevitabilmente, in un’esistenza pacificata per tutti! Pace è altresì «pienezza di vita» e, non una semplice assenza di conflitto armato. Con il nostro maggior impegno di cristiani rinnovati, sarà davvero un felice anno nuovo 2011.