
8° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 27 Febbraio 2011
Isaia 49,14-15; Salmo 61 (62); 1° Corinti 4,1-5; Matteo 6,24-34
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l uno e amerà l altro, oppure si affezionerà all uno e disprezzerà l altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l erba del campo, che oggi c è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
Nel corso della propria vita, ciascuno di noi si sarà accorto che non è per possibile accomunare la presenza del Padre Eterno con quella degli idoli, che l’uomo tende a innalzare dinanzi a sé, continuamente! Ammesso che il Signore possa tollerare di essere ignorato dall’uomo, ebbene, l’Onnipotente non potrà mai acconsentire d’essere considerato «secondo» a qualcuno o, a qualunque altra cosa. Il Vangelo di Cristo è una scelta di vita radicale! Il «cristiano», giunto dinanzi a un simile dilemma, deve pertanto decidersi, se stare dalla parte di Dio o, sottostare a quella delle proprie idolatrie. Chi ama le idolatrie moderne diviene, inevitabilmente, come loro stesse, vale a dire una sorta di monumento senza anima (e senza alcun soffio vitale). Il «cristiano» decide, viceversa, di essere figlio del Dio vivente e, se il fine è l’Eterno, il «cristiano» si proietta, con tutto se stesso, verso questa meta. Il pericolo, di divenire schiavo delle idolatrie, è sempre in agguato. L’idolatria germoglia silenziosamente e, si espande all’interno del cuore dell’uomo con sembianze diverse, vale a dire, con la smania di possedere sempre più denaro, con l’accanimento di accumulare ricchezze di ogni genere e, a qualunque costo. L’idolatria induce l’uomo a complicarsi la vita da solo, è una vera e propria sindrome dalla quale sono pochi quelli che riescono a fuggire da questa meschinità. L’idolatria moderna prende di mira un vasto numero di uomini che, divengono poi, loro malgrado, carichi di affanni, di bisogni indotti, di paure. Paradossalmente, il rimediare con il solo accumulo di denaro, alla complicazione dell’esistenza personale diviene un sogno o, una sorta di aspirazione collettiva. Gesù Cristo, con il Vangelo di oggi, intende avvisare che, Dio conosce personalmente ciascuno di noi e, anche molto bene! Il Signore, pertanto, ha bisogno soltanto della mia «arrendevolezza». Sembra addirittura che Egli voglia dire: « … fidati di me; accontentati di ciò che hai; ricordati che la felicità autentica non si compra con il denaro; tu vali anche se sei handicappato; tu puoi davvero contare nella vita del terzo millennio, anche se non realizzi i sogni che i persuasori occulti (vale a dire la TV e i suoi surrogati) ti propinano in continuazione». L’evangelista Matteo (nei versetti appena precedenti) illustra molto bene questo concetto con l’immagine dell’occhio, lucerna del corpo. Piuttosto che trovarsi costretti a scegliere tra due tesori, l’uomo moderno non potrebbe giungere a una sorta di compromesso? Assolutamente no! Questo è quello che afferma Gesù stesso nel primo versetto (« … nessuno può servire, … non potete servire … »). A chi erano rivolte, dunque, le parole di Gesù, così ben narrate dall’evangelista? Matteo si muove velocemente verso il nucleo centrale del «messaggio cristiano». Ricchi o poveri che siano, tutti gli uomini corrono lo stesso pericolo, vale a dire, quello di lasciarsi invadere dalla «smania di godere» e, di possedere sempre di più! In questa situazione è più facile che si smarrisca, sia il desiderio della venuta del Regno di Dio, sia la fiducia nella sollecitudine di Dio, proclamata nel «Padre Nostro». Il brano del Vangelo, non, invita perentoriamente a rifiutare né il lavoro e, nemmeno di interrompere il contrasto alla povertà. Il Vangelo si rivolge piuttosto a coloro che «hanno fame e sete della giustizia» (cfr. Mt 5,6), vale a dire, a tutti quelli che sono desiderosi di corrispondere quello che «spetta» giustamente all’Altissimo, da parte di ciascuno. Una fiducia sull’«aiuto di Dio» facilita, ovviamente, i discepoli del Cristo, a chiarire le scelte concrete di ogni giorno! Ancora oggi, per il «cristiano» è necessario munirsi di un «ordine di priorità» e, verificare costantemente ciò che è necessario, da quanto è effimero (o dannoso) per sé e, per gli altri. Purtroppo, la vita feriale riserva anche dei momenti sconvolgenti quali ad esempio l’insorgere di una grave malattia o, la scomparsa improvvisa di un proprio caro. Ebbene anche questi sono avvertimenti che possiamo accogliere, come un richiamo alla conduzione di una vita più sobria, al ritorno alla «essenzialità»! Ciò nonostante, è anche bene tener sempre presente le parole del Maestro: «Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena!». Noi «cristiani» dovremmo tremare soltanto al pensiero di costringere Gesù a «parlarci di denaro», come di una divinità opposta a Dio! Il «cristiano» si serve del denaro, in ogni caso, non si assoggetta a quest’ultimo; non è neanche un «adoratore» della ricchezza. Considera il suo bene, alla stregua di altri beni, si ritiene come suo dispensatore per sé, per la propria famiglia e, contribuisce alle necessità della propria comunità. Ecco perché non ci si deve abbandonare al tormento angoscioso e continuato, quando, per cause diverse, le ricchezze affievoliscono. Come «cristiano» devo prestare molta attenzione, perché anch’io potrei divenire a mia volta un idolatra, come un essere vivente che edifica la propria vita in conformità a valori deplorevoli o indegni.
Il discepolo di Cristo, viceversa, deve quindi scegliere! Gli «occhi della fede» consentono al «cristiano» di oggi di individuare un obiettivo degno di tale impegno, rappresentano un giusto discernimento, senza il quale, l’essere umano non saprebbe assolutamente decidersi! In ultima analisi, la Parola di Dio è tutta un’esortazione affettuosa, diretta alla comunità cristiana di oggi, perché viva un comportamento degno e, rispondente ai grandi doni, ricevuti dal Signore. Tradotto in lingua corrente, significa esercitarsi al perdono reciproco, alla conoscenza di Dio sia come Padre e, sia come Figlio e, alla vittoria sul maligno, in virtù della stessa forza incontenibile della Parola di Dio (in questo caso il Vangelo di Cristo). L’«amore del mondo», inteso come sviluppo della stessa umanità che si costruisce e si organizza in contrasto con il progetto di Dio, è radicalmente incompatibile con l’«Amore di Dio», l’uno esclude immancabilmente l’altro! Una società civile come la nostra che coabita spesso con il peccato, è il risultato dell’«epilogo delle tentazioni» che assalgono l’uomo di oggi. In primo piano, vi troviamo la superiorità, la presunzione, l’immodestia, in altre parole ancora, l’orgoglio fondato su ciò che si possiede! Affidarsi troppo alle proposte di vita che ci sono propinate oggi, è una grande stupidità, perché mentre «il mondo passa», chi compie la volontà di Dio, invece, «rimane»! Troppo spesso come «cristiani» assistiamo arrendevoli o, peggio ancora, partecipiamo accondiscendenti, a questo scambio insensato che si perpetua costantemente, vale a dire, affidarsi al mondo, piuttosto che a Dio! Questo significa abbandonare «ciò che rimane», per scegliere «ciò che passa», significa allora che siamo proprio dissennati! Il «cristiano» invece è impegnato a «vivere nel mondo», a servizio dell’uomo e, dell’annuncio del Vangelo del Cristo, tuttavia, senza confondersi (mai) con il mondo, senza accettarne criteri e modelli di comportamento, assurdi e inammissibili. La frustrazione e la malinconia umana che talvolta l’individuo moderno esperimenta derivano essenzialmente dal tentativo assurdo di conciliare, ancora una volta, Dio e il mondo, dimenticando che se una persona «ama il mondo», allora, l’amore del Padre Eterno non può regnare in quest’uomo! «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». L’insegnamento di Gesù è sostanzialmente la parola definitiva con la quale Dio, l’Onnipotente, risponde alle domande dei suoi figli. La sua è una risposta sorprendente, perché è l’offerta di un amore gratuito che, supera ogni misura e il Signore, non si lascia per nulla «contenere» dai bisogni dell’uomo, bensì, è infinitamente più grande di tutte le necessità dell’essere umano. L’incontro dell’uomo con Cristo sconvolge non soltanto la mentalità e, gli schemi sociali del suo tempo, bensì anche quelli dell’umanità di sempre! Sovente nel Vangelo, l’incontro con Gesù è proposto come segno del «patto di amicizia» che l’essere umano è invitato a stringere con Gesù Cristo, persona viva, maestro autentico, modello credibile, amico fidato e fratello primogenito che il Padre consegna all’umanità come il Salvatore e, il Redentore, per dischiudere, alla storia, gli orizzonti della libertà e della gioia. Nella maturazione del rapporto con Gesù Cristo, la Madre Chiesa costituisce la mediazione obbligata e il luogo privilegiato, dove coltivare e maturare il nostro rapporto con il Signore. Come nelle comunità cristiane delle origini, anche nelle nostre comunità (parrocchiali) di oggi è possibile esperimentare l’evento della salvezza. Concretamente, è possibile esperimentare l’evento della salvezza anche attraverso la meditazione del Vangelo (come ad esempio, stiamo facendo ora insieme), allora ciascuno di noi si sentirà maggiormente aiutato, a scoprirsi parte viva e integrante di una comunità locale che lo precede e, lo accompagna. Per rafforzare il senso di continuità storica dell’esperienza cristiana e, l’attualità del messaggio evangelico, a margine della nostra meditazione sarà chiaramente utile far ricorso a testi qualificati della liturgia, dei Padri della Chiesa, dell’esperienza spirituale, della riflessione teologica e, del magistero ecclesiale contemporaneo, per poter davvero, «imparare a pregare»! Uno spazio essenziale (nel corso della nostra vita quotidiana) deve essere riservato necessariamente alla preghiera, all’ascolto e al «dialogo» con il Signore Gesù. Per tutti è fondamentale cercare le «tracce» lasciate dall’Altissimo, lungo i solchi della storia dell’umanità, così come ben descritti nella Sacra Scrittura. I «cristiani» dovrebbero sostenere anche le diverse forme di preghiera comunitaria che devono, per poter restare vive, essere motivate da tutti i fedeli della comunità, dalla «preghiera di domanda», alla «preghiera di contemplazione e di lode», a quella di «ringraziamento». Giunti a questo punto, si comprenderà ancor meglio, cosa significa (per noi «cristiani») professare la nostra fede! Ai giovani di oggi dobbiamo saper elargire indicazioni precise, per esprimere al meglio la fede personale di ciascuno e, per poterla professare (senza indugio) in una confessione pubblica che riassuma i contenuti basilari del catechismo cattolico. Per gli «evangelizzatori moderni» è indubbio che è necessario far ricorso a espressioni semplici, vicine al linguaggio giovanile di oggi. In ogni caso, i contenuti del messaggio evangelico, devono rispecchiare la dimensione cristologica, ecclesiologica e antropologica, comunque, legate alla tradizione ecclesiale. Infine, non ci si dimentichi mai che nella ricerca di Dio, non, siamo soli! La nostra vita quotidiana può essere «sottoposta al confronto» con chi ci ha preceduto e, con chi ha incontrato il Signore prima di noi! Alcuni di loro, come ad esempio Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta hanno reso una testimonianza cristiana talmente limpida, per mezzo della loro esistenza terrena, tutta proiettata alla sequenza del Cristo, che non ci può lasciar indifferenti! Altri santi o beati, o anche semplici persone umili ma virtuose, possono essere presi di esempio, per «tradurre nel proprio tempo» il Vangelo che si è ricevuto. Nessun «cristiano», pertanto, potrà sentirsi autorizzato a esimersi da questo sacrosanto impegno. «Educarsi al servizio» è, infine, l’approdo di un profondo cammino di crescita personale, la fede cristiana genera sempre una vita nuova, da collocare a disposizione degli altri; la comunione, infatti, si esprime nella testimonianza e nel servizio reciproco. Tale capacità di servizio, contribuisce molto positivamente al rinnovamento dell’identità umana e, religiosa dell’uomo di oggi; non è quindi soltanto una facoltà di «scelta aggiuntiva» da rimandare in seguito. Anche la meditazione del brano del vangelo di oggi, può favorire indicazioni per impegni futuri credibili, sia all’interno, sia all’esterno, della propria comunità di appartenenza; per incarnare quegli atteggiamenti tipicamente «cristiani» che, soltanto, un cammino di studio e, di meditazione della Parola di Dio, hanno fatto maturare. «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». E’ consolante per un credente ripercorrere (anche soltanto con l’immaginazione) le grandi tappe della «storia della salvezza» e, notare che in essa il «cristiano» riesce a riconoscere la presenza ininterrotta dell’Onnipotente. Inoltre, riflettendo bene sulla Parola di Dio ci accorgeremo ben presto che la storia sacra è «cristotelica», vale a dire che tende verso Cristo, come verso il suo fine! Essa, quindi, non può, non, essere «cristocentrica», Cristo, infatti, ne costituisce il centro! Come tutto è stato creato in vista di Cristo, così tutto il corso degli eventi, si snoda e si orienta verso di Lui! Chi legge la Parola di Dio, non può, non, meditare e, pensare, come la propria esistenza terrena sia diretta verso Dio! «Solo in Dio riposa l’anima mia: da lui la mia speranza».
7° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 20 Febbraio 2011
Matteo 5,38-48
«Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
5,38-42: L’antica legge del taglione intendeva essere una conclusione sommaria al principio della vendetta indiscriminata. Gesù analizza invece l’esigenza di condurre un altro stile di vita. Occorre, infatti, sradicare (dal cuore umano) la radice stessa della vendetta, per giungere fino all’amore estremo per il proprio nemico, imitando in questo modo il Signore (cfr. Esodo 21,23-25; Levitico 24,19-20; Deuteronomio 19,18-21). 5,43: Gli Ebrei protendevano a osservare il loro prossimo, soltanto invece nei propri connazionali. 5,46: I pubblicani incameravano le imposte, ovviamente per conto dell’autorità romana. Per la loro meschina cooperazione con i pagani, erano considerati dei pubblici peccatori, ciò non di meno, questi indulgevano, diffusamente, con prevaricazioni e frodi sulla popolazione inerme, pressoché ininterrottamente.
Oggi il Signore invita tutti a interrompere ogni forma di vendetta, o di ritorsione nei confronti del nostro prossimo, chiunque egli sia, come Dio stesso perdona (cfr. Mt 5,38-42; 6,12.14-15; 18,22-35) anche tra di noi si faccia altrettanto! E’ Gesù stesso che intende abolire la cosiddetta «legge del taglione», in altre parole, quel codice antico di giustizia sommaria riportato nel Libro dell’Esodo. «Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (21,23-25). Quella legge era una misura autoritaria e violenta che l’autorità giudiziaria fissava quale vendetta, a disposizione di ciascuno. In questo caso, la «legge del taglione» aveva lo scopo di far percepire sulla pelle del colpevole quanto male, egli aveva procurato a un altro essere umano. Doveva quindi essere una sorta di «principio punitivo» che, contenesse in sé anche una «lezione», indispensabile, per impedire altri comportamenti più violenti ed eventuali omicidi. Gesù Cristo decide di «rimediare subito» a questa legge malsana e, richiama i suoi uditori alla necessità di appellarsi immediatamente alla coscienza! Egli dispone che non si risponda più a uno schiaffo, con uno altrettanto uguale! E la profondità della coscienza che viceversa deve essere sollecitata. Quest’azione nell’uomo colpevole, non deve essere percepita come per costringere all’immobilità e, magari nel tormento di un rimorso e, senza alcuna via d’uscita, un qualsiasi essere umano; bensì quest’ultimo deve essere messo nelle condizioni di poter ravvedersi, correggersi e riscattarsi, nell’intimo della propria coscienza. Il contrario di quanto si tenta di fare (sovente e purtroppo) ancora oggi, con accuse sommarie scagliate sistematicamente sui soggetti ritenuti colpevoli, in svariati tribunali civili, in tante parti del mondo. Gesù ha quindi voluto perfezionare la legittimità dell’ordinamento giudiziario dell’epoca, fino a renderla un impegno di Amore, e l’«amore cristiano» non può mai interrompersi. Gesù non intende abolire la legittima difesa, quest’ultima, infatti, è una necessità; ciò nonostante, anche la legittima difesa non può (mai) essere intrisa di odio. Nei primissimi anni del cristianesimo, al catecumeno era assolutamente vietato l’uso delle armi; soltanto in seguito tuttavia si elaborò la cultura della «legittima difesa» che, prevedeva almeno la creazione di un nucleo di persone incaricate alla difesa del territorio, della propria comunità. La Chiesa delle origini era ben cosciente che con la venuta di Gesù Cristo si erano compiuti i «tempi messianici», dove le lame dovevano, necessariamente, trasformarsi in aratri. «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un altra nazione, non impareranno più l arte della guerra» - (Isaia 2,4). In seguito il cristiano non esiterà poi a morire anche di spada (cfr. Romani 8,35), ben consapevole che niente lo potrà mai più separare dall’«amore di Cristo». Gesù, nel momento supremo della sua vita terrena, vieterà comunque l’uso della spada! «Allora Gesù gli disse: "Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Matteo 26,52). L’uomo che stermina il fratello uccide se stesso, perché estingue l’immagine di Dio che lo dimora. Il vangelo sollecita ciascuno di noi, ancor’oggi, a un ritorno alle origini della fede, in altre parole, ad accogliere quelle domande di giustizia condivisa che, rendono gioiosa la propria adesione al Signore Gesù. L’«amore cristiano» non può mai spegnersi, nel cuore di ciascun uomo! Qualora fosse anche una «croce» a sbarrare il cammino di un discepolo del Cristo, l’amore del Padre Eterno gli consentirà, con la forza necessaria, di caricarsi sulle proprie spalle quella stessa croce e, di procedere verso la meta finale e, l’amore crescerà nonostante ogni avversità, poiché la croce di Cristo contribuisce ancor oggi a far crescere l’amore. Al posto della «giustizia punitiva» operata dalle mani di uomini, quindi, si ha la giustizia di misericordia, operata dalla croce di Cristo. Il mondo sarà ricondotto alla pace autentica, non quella ricavata semplicemente dall’assenza di conflitti, ma dalla partecipazione alla Passione di Cristo. L’evangelista, verosimilmente, non intende indicarci delle Leggi precise da modificare, esibisce bensì un modo diverso di leggere la Sacra Scrittura e, di scoprirne la volontà di Dio, in altre parole esiste anche un modo diverso di elaborare la «morale».
Gesù, con l’esclamazione «ma io vi dico», rende comprensibile una «consapevolezza» che procede oltre a quella degli antichi profeti. L’autorità del Messia è ben superiore a quella di Mosè e, nello stesso tempo Gesù pone sotto accusa tutta l’applicazione interpretativa degli scribi, la loro tradizione teologica e di conseguenza la loro esperienza religiosa, di cui erano superbi. Come abbiamo analizzato insieme in altre circostanze, gli scribi erano dei «moralisti», interpreti della legge e, custodi della tradizione antica. Il popolo ricorreva ad essi per scrutare le Sacre Scritture e, per sapere in che modo svilupparle. L’ambizione demagogica degli scribi era la fedeltà, tuttavia, costoro avevano altresì il torto di ritenersi fedeli soltanto alla legge ripetendola e, di essere «moderni» spezzettandola, in sostanza in una sorta di «casistica» (applicazione dei principi della teologia, a singoli casi pratici al fine di dedurne una norma di condotta). In questo modo questi soggetti deprimevano la legge stessa, bloccandola dentro schemi inadeguati ad aprirsi alla perenne novità del Messia. Gli scribi la dissolvevano in una quantità enorme di precetti che, ne rendevano intollerabile la giusta osservanza e, la privavano della sua parte centrale. Occorre, oggi come allora, procedere ad una corretta visione di Dio e, del suo disegno di salvezza, un modo corretto di comprendere le Sacre Scritture e, proprio in questo sussiste la radice della contrapposizione tra Gesù Cristo e gli scribi. Gesù Cristo (come i profeti che l’hanno preceduto) si è prodigato al massimo, per recuperare il centro della volontà di Dio, vale a dire, il primato della carità. Tutto il brano del Vangelo di oggi dovrebbe essere meditato alla luce di questo punto mediano e, tutto deve essere valutato in base ad esso. Il cammino tracciato da Gesù Cristo per ogni discepolo di oggi, raggiunge (5,44) il suo culmine, in altre parole, giunge alla sua pienezza. Il «cristiano» deve amare anche i propri nemici, perché il Padre Eterno ama ogni uomo! La novità di Gesù consiste che Egli vuole, innanzitutto, che all’odio umano subentri l’amore, che alla maledizione degli uomini subentri la preghiera, anche per chi è sempre stato dedito alla persecuzione. Le motivazioni esposte dal Maestro sono intense. Con l’amore per i propri nemici, la comunità dei credenti dimostra ancor’oggi di essere la comunità dei figli di Dio e, di tendere così alla «perfezione» stabilita dal Padre Eterno. E’ interessante prendere nota come la «perfezione divina» non è definita in modo irreale, bensì, fissando la tangibilità dell’agire di Dio nel corso degli eventi dell’umanità. Nel suo agire, il Padre Eterno si è, per così dire, prefissato, di essere buono con tutti e, di inseguire, ad ogni costo, il bene di tutti gli uomini. Chi si sente «figlio di Dio» non può, pertanto, agire in modo equivoco, non può quindi plagiare i peccatori e, gli idolatri. Il «cristiano» deve, soltanto, imitare Dio! Amare chi ci ama è troppo facile e, non è per nulla un’azione straordinaria che differenzi l’agire «umano» da quello «cristiano». Ai nostri persecutori si deve rispondere con la nobiltà conferita dalla «fortezza» della fede e, dell’amore cristiano. Se il giudizio rimane inflessibile contro il male e, contro il peccato, non sia così altrettanto nei confronti del colpevole o, del peccatore. Il Cristo intende fermamente superare anche quest’obbligo, o «caposaldo del diritto», invitando i suoi discepoli, a non vendicarsi e, a non opporsi alla prepotenza, con questa bellissima espressione: «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli». Pur essendo parole molto impegnative, il maestro chiede agli Apostoli di amare e, pregare per chi li perseguita, così come lui stesso si comporterà in seguito, sulla sua croce! Il primo versetto del Libro del Levitico richiama le coscienze, con questa bellissima espressione: «Il Signore parlò a Mosè e disse: "Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo"». Questo Libro dell’Antico Testamento riuniva, infatti, leggi e osservanze molto antiche, Dio comanda che la sua santità (vale a dire la separazione dal male e pienezza di bene) traspaia dall’agire del suo popolo. L’odio e la vendetta degli uomini sono dei mali pressoché cronici, di conseguenza, devono essere mantenuti separati dalla vita umana, ininterrottamente. L’amore cristiano è un bene speciale, quindi, deve essere sempre presente nel cuore dell’uomo. Gli esegeti dell’epoca interpretavano in modo restrittivo le parole sacre di questo comando (divino), l’amore doveva essere rivolto soltanto agli ebrei. Sarà quindi Gesù, come asseriscono le parole del Vangelo di Matteo, a estendere il comandamento dell’amore anche agli avversari. In conclusione, se nel «discorso della montagna», Gesù termina la parte dedicata al comportamento dell’uomo nei riguardi del suo prossimo, nei versetti successivi (sempre di Matteo) il Maestro ordina di eliminare ogni tipo di vendetta, invitando tutti gli uomini a perseguire integralmente il comandamento dell’amore, nonostante l’azione astiosa dei propri nemici. Ancora un’ultimissima considerazione. Richiamando alla memoria il Natale passato, ciascuno di noi si sarà forse recato almeno «spiritualmente» a Betlemme! Ebbene, abbiamo dovuto costatare a nostro malgrado che la Palestina, dove il Redentore è nato, sia da troppo tempo ormai, terra di spargimento di sangue innocente e, per colpa degli esseri umani! Nessun cristiano può sentirsi giustificato a rimanere insensibile, alle ingiustizie perpetuate sulla pelle di questa popolazione inerme. Nessun «governatore» può negare, a qualunque uomo, il diritto di vivere in pace! Nessuno potrà dimenticare l’enorme numero di vittime innocenti, cadute sotto il fuoco incrociato delle armi funeste dell’uomo, dinanzi all’assuefazione generale. Pertanto, qualunque atto cruento di rappresaglia o di vendetta umana, non potrà mai essere uno strumento efficace per dettare la propria ragione dinanzi agli interlocutori politici e, nemmeno la «legge del taglione» è adatta per preparare la via della pace, non soltanto in Palestina ma in qualunque angolo remoto della terra. Soltanto una preghiera comunitaria, ininterrotta, che s’innalza al cielo, accompagnata da gesti concreti di solidarietà umana, proveniente da tutte le parti del pianeta, sarà effettivamente in grado di avviare un processo veritiero di pacificazione, in questa come in tante altre parti del mondo, spezzando la catena infernale dell’odio e della vendetta reciproca. Gli uomini singoli, gli uni contro gli altri, non vinceranno mai la guerra, gli uni insieme con gli altri, invece, potranno conseguire la pace! L’uomo non è per niente cosciente della sua dignità se, non quando, riconosce in se stesso e, negli altri l’«impronta» di Dio che l’ha «creato a sua immagine»! L’essere vivente, sia quando chiede perdono, sia quando perdona, concepisce e assimila che c’è una Verità più grande di lui; accogliendola (comunque) egli può trascendere se stesso! La «legge del taglione» ancora in voga di tanto in tanto anche oggi, quindi è da respingere, sempre! L’unica via della pace e della convivenza pacifica, per l’uomo, rimane il perdono! Accettare e, donare il perdono significa rendere possibile una nuova qualità dei rapporti interpersonali, perché interrompe, di fatto, l’espansione dell’odio e della vendetta. Per quanti, infine, auspicano una coabitazione pacifica, non vi è altro sentiero da seguire, il perdono ricevuto e, il perdono offerto! Il pericolo maggiore che corre oggi l’umanità è quello che ogni atto terroristico dissangui non soltanto l’uomo, ma anche Dio! In questo modo gli uomini rischiano di fabbricarsi un «idolo» dal quale prendere ordini, per i propri meschini desideri. Nessun uomo può aver indulgenza nei confronti di qualunque atto violento e, ancor meno lo può raccomandare. La violenza è sempre contraria alla fede in Dio, creatore dell’uomo, ed è altrettanto una chiara profanazione della pietà cristiana, compiere qualunque atto cruento in nome di Dio! E’ Gesù Cristo che ci insegna ancor’oggi, ancora una volta, che dobbiamo perdonare le ingiurie degli altri, gli oltraggi del prossimo, in altre parole tutte le provocazioni, se davvero auspichiamo che Dio perdoni i nostri peccati!
6° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – 13 Febbraio 2011
Matteo 5,17-37
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all altare, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all ultimo spicciolo! Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. Fu pure detto: "Chi ripudia la propria moglie, le dia l atto del ripudio". Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: "Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti". Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: "Sì, sì", "No, no"; il di più viene dal Maligno».
Il brano del Vangelo di oggi può anche essere intitolato «La legge e il suo compimento». Le brevi sentenze emesse da Gesù e scandite come in una sorta di prontuario cristiano da memorizzare, tracciano un programma di vita per quei credenti che sono chiamati ancor’oggi a vivere nella nuova «dimensione cristiana». Dio è giudice universale e, fonte di ogni bene. Filo conduttore del brano deve rimanere, comunque, la dimensione ecclesiale della fede e, in seguito vedremo anche in che modo. Essa, infatti, trae origine dall’annuncio dei primi cristiani, confermato dal proprio stile di vita coerente e, questa stessa fede ha il suo centro permanente nell’adesione a Gesù Cristo! Per una migliore disamina del Vangelo, forse vale la pena approfondire alcuni concetti specifici del primo vangelo cosiddetto «sinottico». Matteo, elaborando il suo Vangelo, ha realizzato indubbiamente un capolavoro teologico! Il concetto di fede (cristiana) sostenuto in questo Vangelo è assai originale e, si basa essenzialmente su almeno tre scelte che, conferiscono al primo vangelo un profilo unico e peculiare, pur nell’ambito del Nuovo Testamento. La prima scelta di Matteo consiste nel suo «affetto» al Maestro, o meglio al Gesù (terreno) di Nazareth. Per l’evangelista, la «storia di Dio» con gli esseri umani, si concentra e si compie nella storia e nell’insegnamento di Gesù in terra di Palestina e, per comprendere meglio l’Onnipotente e, il suo progetto di salvezza, l’unica possibilità che abbiamo a nostra disposizione è quella di porsi in ascolto e al seguito di Gesù. Questo riferimento vigoroso, insistente, al Cristo storico si oppone ad ogni sorta di evasione o distrazione mistica. Non sono, pertanto, né la pietà, né le esperienze spirituali, a rivelare la profondità dell’Altissimo, bensì, la scena retrospettiva di un corso degli eventi, evidentemente accaduti nella realtà. Questi sono, la storia di Gesù di Nazareth, l’Emmanuele, vale a dire, il Dio con noi! La seconda scelta pastorale dell’evangelista consiste nell’aver conferito un’«inflessione etica», complessiva, alla sua narrazione. Gesù di Nazareth, sempre secondo Matteo, si presenta come l’interprete autentico della Legge (divina) che la libera dallo stato di blocco, rappresentato fino allora, da quella specie di ginepraio delle «tradizioni». Suggerisce altresì all’uomo una nuova relazione con Dio, che si rivela come Padre e, il criterio per compiere la sua volontà. L’evangelista Inquadra tutta la legge antica in termini di «amore per il prossimo», dichiarando che in quest’aspetto peculiare consiste l’essere, davvero, Figlio di Dio. Tutta la sua esistenza terrena è improntata sull’agire, vale a dire sul compiere la volontà dell’Onnipotente! Non chiunque, infatti, pronuncia «Signore - Signore» entrerà nel regno dei cieli, bensì, chi compie la volontà del Padre mio, che è nei cieli (cfr. 7,21). La terza scelta di Matteo consiste nel suo ricorso all’Antico Testamento, pressoché ininterrotto. La vicenda terrena e l’insegnamento di Gesù di Nazareth non possono essere compresi giustamente se non, nella «scenografia» dell’intero Antico Testamento, poiché è il suo compimento e la sua piena realizzazione nella storia dell’umanità. Gesù non intende rimuovere, o abrogare, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; ciò nonostante, intende concedere all’uomo di oggi, l’accesso o, l’accoglimento definitivo ad esso. L’evangelista Matteo, pur manifestando una mentalità di stampo giudeo-cristiano, non è per nulla settario o individualista, infatti, il messaggio di Gesù non è settario, viceversa, è destinato a tutti i popoli e, questo è affermato (esplicitamente) nella missione finale (cfr. 28,19). Con queste tre scelte, Matteo ha inteso donare alla Chiesa (di tutti i tempi) gli strumenti della sua sussistenza.
L’Apostolo Matteo, ha chiaramente realizzato la sua vocazione di «evangelista - teologo» che, nel senso riguardante l’etimologia, è quello di parlare di Dio! Inoltre, asserendo di Gesù di Nazareth, l’evangelista ha sapientemente saputo raffigurare «un volto» a Dio che, rischiara e ravviva l’esistenza dell’uomo (anche quello del 2011) e, la libera in vista di un impegno cristiano. Sostenere che Dio ci ama è troppo poco, basterebbe, infatti, ripassare la pagina del Vangelo di questa domenica. Il Signore interviene sostanzialmente, anche stavolta e, nel conflitto tra vita e morte è al fianco di quanti si schierano dalla parte delle forze della vita e, queste riportano una vittoria che trova (soltanto) in Gesù Cristo, la sua immagine luminosa. Il Signore, tuttavia, continua ancora a spronare corso il corso degli eventi ai quali partecipiamo, oggi, anche noi. Ben sappiamo che la nostra esistenza terrena «transita» ancor’oggi attraverso una «valle di lacrime», dunque, anche la nostra vita cristiana è intessuta di molte prove e sofferenze, tutte, però, da tramutarsi in un’aspirazione continua verso la felicità. Siamo altresì consapevoli che questa aspirazione cristiana si potrebbe associare a una delusione pressoché continua, perché questa felicità terrena non la si raggiunge, e, quando si crede di ottenerla è così breve, così incompleta, che sembra quasi un preludio a ben altro piacere, sostanzialmente diverso. Questa è la condizione umana permanente, odierna, di tutti i cristiani. E’ sostanzialmente, un uomo saggio quello che trovandosi sull’orizzonte dei tempi nuovi (inaugurati da Gesù Cristo) coglie la novità donata da Cristo stesso e, pertanto non si presenta come un soggetto nostalgico dei tempi passati e, tanto meno si pone in ricerca d’ipotesi alternative. E’ saggio quell’individuo di oggi che in Gesù Cristo scruta il compimento, non soltanto della Legge antica, bensì di tutte le grandi attese dell’umanità. In questo modo Gesù, mentre riafferma la sua appartenenza all’Israele delle origini, Egli si rivela, oggi, fratello universale! Saggio è quell’essere umano di oggi che fonda la grandezza del cristianesimo sulla preziosità della vicinanza di Dio al suo popolo. L’«essere cristiani», tuttavia, non priva nessuno dei conforti che la Divina Provvidenza colloca a nostra disposizione; anzi, il Cristianesimo insegna che la carità autentica è utilissima ad alleviare il dolore del mio prossimo. E’ pur vero altresì che un cristiano fedele intravede sempre, nelle vicende della propria esistenza terrena la «mano» di Dio (vale a dire la Divina Provvidenza) e, nonostante tutto, rivolgendosi al Padre Eterno, dichiarerà: «sia fatta la tua volontà». Quest’atteggiamento (di umile sottomissione) fornisce uno stile del tutto speciale, all’esistenza terrena e, cristiana! Il «cristiano» è quindi un «fedele» che non diserta i suoi impegni cristiani e, non insegue una vita salottiera e, non è nemmeno un vile che rifiuta le angustie del tempo; le accetta perché il Signore Gesù Cristo, prima di noi, le ha affrontate con animo forte, sicuro di non sbagliare! Il Regno di Dio quindi è già qui, tra di noi! Saggio è quell’uomo che ammette che, tutto ciò che è stato comandato, rimane come rivelazione autentica della volontà di Dio e, ancor’oggi richiede di essere osservato e, insegnato. La Legge, infatti, è innanzitutto rivelatrice e, soltanto secondariamente è impositiva. Tutti siamo, oggi nel 2011, condotti alla soglia del suo Regno e, a tutti noi è concesso la possibilità di entrarvi, condividendo con Gesù Cristo, l’Amore di Dio per ogni essere vivente. Per terminare, allora, come interpretare bene questo brano del Vangelo alquanto dibattuto? Gesù, consegna ai discepoli delle norme di vita e, si presenta Egli stesso come «norma di vita», come il fattore decisivo della loro esistenza. Il comandamento antico non è tuttavia eliminato, anzi, esso deve essere invece vissuto, in maggior misura, in profondità. E’ per questa sostanziale motivazione che Gesù afferma: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento». Gesù pertanto garantisce la validità definitiva dell’insegnamento della Legge e dei Profeti, ciò nonostante, Egli intende anche insegnare con la sua vita e la sua parola, come compierlo in modo perfetto. Egli, per questa ragione, può esigere che la giustizia del discepolo (vale a dire, il modo di compiere la volontà dell’Altissimo) sia, necessariamente, superiore a quella dei farisei (cfr. Mt 5,20). Questi suoi primi ascoltatori, benché siano coscienziosi e ottemperanti del precetto antico, non comprendono ancora il senso profondo delle parole di Gesù! Soltanto per mezzo di Gesù Cristo, l’Onnipotente rivela la sua volontà, perfettamente e, divulga la sua giustizia, definitivamente! Anche il senso dei versetti diciotto e, diciannove, in questo momento sono più limpidi. Essi asseriscono dell’insegnamento della Legge e dei Profeti, secondo l’interpretazione donata da Gesù. Il discepolo, fedele, dunque segue Gesù ed è chiamato altresì a tramandare, soltanto, quanto Egli ha insegnato (cfr. 28,20). Gesù Cristo ora assicura che il suo insegnamento sarà sempre valido, anche nei suoi minimi particolari, finché ci saranno cielo e terra! Da questo, deriva il compito per ogni discepolo, non deve trascurare nel suo vivere quotidiano e, nel suo magistero, nemmeno, uno dei più piccoli precetti della legge insegnata dallo stesso Gesù Cristo! Rivolgiamoci, allora, fiduciosamente e sempre, al Padre Eterno che si propone a noi come, unico, nostro sommo bene! Il «cristiano» è quindi un «fedele» che non diserta i suoi impegni cristiani e, non insegue una vita salottiera e, non è nemmeno un vile che rifiuta le angustie del tempo; le accetta perché Gesù Cristo, prima di noi, le ha affrontate con animo forte, sicuro di non sbagliare! Non chi dirà «Signore, Signore» (cfr. Mt 7,21) entrerà nel regno dei cieli, con queste parole Gesù (in seguito) intenderà affermare «sonoramente» che il Padre Eterno esige da ciascuno di noi, oggigiorno, compiutezza e realismo nell’esecuzione dei suoi comandamenti. Tra essi c è anche quello del ravvedimento. Allora un poco di ravvedimento interiore e di mortificazione, è forse utile, anzi, logico, per dimostrare che si è coerenti, che si sa esercitare (anche tra noi giovani cristiani) il dominio dello spirito sulle passioni e, su tutto ciò che (nell’era contemporanea multimediale) piace all’istante! Allora, anche la mortificazione esteriore diviene un’azione utile. Nel Vangelo di oggi, il Signore traccia i programmi della «nostra» vita ed esorta ciascuno a intraprendere il proprio cammino, che seppur arduo e difficile, sia, tuttavia, quello giusto e buono, e quindi, non a caso Egli ha rilevato anche: «Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli». Per volere bene, provare affetto (verso qualcuno in particolare o, verso gli altri in generale), è indispensabile allenarsi anche alla capacità di soffrire, infatti, chi non ha spirito di sacrificio non può amare realmente! Se, invece, vogliamo amare il Signore e, il nostro prossimo e, se apprezziamo quando talvolta ci pervengono azioni esterne di aiuto o, di soccorso, da parte degli altri, allora è chiaro che è già venuto il momento che iniziamo a infondere anche in noi stessi e, nella nostra anima, lo spirito di sacrificio, che diviene certamente anche spirito di carità e di amore! E’ bene tuttavia non farsi nemmeno delle meritorie illusioni, perché Matteo presenta Gesù Cristo, soprattutto, come «Maestro» e, il Padre Eterno pertanto rivolge a ciascuno di noi, ancor’oggi, un comando incalzante: «Ascoltatelo!» - (cfr. Matteo 17,5).
5° DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO "A" – 6 Febbraio 2011
Matteo 5,13-16
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
5,13-16: Il sale della terra, la luce del mondo (da cfr. Marco 9,50; Luca 14,34-35). In seguito potrebbe esserci anche un riferimento alla purificazione, altrimenti, al sale che si usava nei sacrifici ed era segno di alleanza (cfr. Marco 9,49; Numeri 18,19; Levitico 2,13).
Dinanzi a un gran numero di persone, Gesù ha iniziato il «Discorso della Montagna». Tra chi ascolta Gesù, sono presenti anche i suoi discepoli e, a tutti espone il suo proposito, vale a dire il programma del Messia, del Salvatore, di «inviato speciale» di Dio. Tra di loro, sono in molti quelli che hanno riconosciuto le parole profetiche di Isaia, per altro già udite nelle letture, all’interno delle sinagoghe della Palestina. La gente si rende conto ben presto che, Gesù sta mettendo in pratica ciò che il grande profeta aveva proclamato, in nome di Dio e, fin dall’antichità. Isaia annunciava, infatti, che la religiosità, quella gradita all’Altissimo, non si consuma nel culto, bensì, deve trasformarsi in un efficace contrasto, contro l’ingiustizia e l’oppressione dei soggetti deboli, deve altresì divenire una condivisione delle proprie ricchezze con chi non ha il pane da mangiare, con chi non ha un vestito, con chi non ha un alloggio. Aggiungendo per altro che, chi agisce in questo modo, ebbene, come il «giusto» potrà davvero essere «luminoso» e, quindi rivelerà il vero volto dell’Onnipotente. Il profeta Isaia condanna, infatti, la separazione tra il culto di Dio e la pratica della giustizia sociale. A quanti adorano il Padre Eterno, ma si dimenticano del prossimo, li ammonisce severamente, ripetendo che senza giustizia e misericordia, il rito religioso diviene una cerimonia senza alcun senso! Il sacrificio gradito a Dio, è lottare contro il peccato, contro ogni ingiustizia umana, aprirsi alla condivisione dei beni materiali con tutti i diseredati. Allora le opere dell’uomo giusto, in altre parole del «discepolo» cristiano, riveleranno il volto autentico dell’Altissimo. La felicità autentica del discepolo cristiano consiste nell’essere a «immagine di Dio», sempre disponibile alla condivisione dei beni della terra. Dio è con noi, non dobbiamo temere nulla! Se volessimo contestualizzare il frammento introduttivo del suo discorso, Gesù proclamerebbe oggi «benedetti da Dio» chi ha la propria bontà e sensibilità, realmente, staccata dalle bramosità delle ricchezze materiali; volgendo uno sguardo particolare e affettuoso a chi, viceversa, desidera realizzare un mondo giusto! Ebbene, questi ultimi sono i cosiddetti, miti e misericordiosi. Terminando la parte iniziale del suo discorso, Gesù, dinnanzi ai suoi discepoli che sono intervenuti per ascoltarlo, conferma: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; […] Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Il «sale» è, pertanto, ciò che rende saporito il cibo. Gesù ha dato «sapore» alla nostra misera esistenza, alla nostra fiducia e ha dato un senso, perfino, al nostro dolore. E’ il Signore che ha reso ciascuno di noi «figlio di Dio», infatti, da quando Gesù non è più visibile nel mondo, sono i suoi discepoli (cristiani) a renderlo presente con la loro vita. Comportandoci da «figli di Dio», vivendo da «fratelli», aiutiamo, certamente, gli altri uomini (pur nella fatica e nella sofferenza) a riscoprire il «sapore» autentico della vita. Il Padre Eterno, è accanto a ciascuno di noi (ora) per consolarci, attende poi ciascuno di noi (nell’eternità) per donarci la pace! «Voi siete la luce del mondo; … Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini … ». Cristo stesso si presenta come «luce del mondo». Mentre il «Prologo» di Giovanni (l’evangelista), descrive il Signore nel suo ingresso nel mondo, come «la luce vera che illumina ogni uomo», in un altro passo evangelico, si specifica la rilevanza, l’influenza della luce, mentre gli individui preferiscono declinarla: «la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce … » - (Gv 3,19-20). La «luce» è un segno di riconoscimento divino! Essa riassume in sé, l’aspetto fondamentale dell’Altissimo: Egli è trascendente! L’Onnipotente è presente nella storia umana e, nella creazione, proprio come la luce che avvolge le realtà oggettive, pervade e rivela! Per questo anche il «cristiano» diventa «luminoso», il nostro pensiero può rivolgersi al volto di Mosè irradiato di luce, dopo essere stato in dialogo col Signore sulla vetta del Sinai. Il «cristiano» è invitato da Gesù Cristo (che sul monte della Trasfigurazione apparirà abbagliante di luce) a essere «lucerna» sistemata sul lucerniere, affinché rischiari le tenebre circostanti. «Voi siete la luce del mondo ... Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini» (Matteo 5,14-16). C’è chiesto di fidarci pienamente di Dio, anche nelle circostanze più drammatiche. L’Onnipotente partecipa alle nostre fatiche, non rimane indifferente, dinanzi alla più piccola sofferenza, come all’immane tragedia umana. La fede e la speranza nel Signore, non devono mai abbandonarci, perché soltanto così, possiamo proseguire ancora e, affrontare l’oscurità della vita quotidiana, nella certezza che Dio è fedele, sempre, come lo è stato in precedenza con Abramo (il grande «credente») e, con Gesù Cristo, crocefisso dai suoi nemici. Adesso, sono i cristiani (i suoi discepoli) a rendere presente la «luce del mondo» (Gesù) che rischiara e, specifica ogni cosa. I fedeli cristiani «tengono accesa la luce di Cristo», non più con parole superflue, ma con il loro modo di vivere «luminoso» (che significa «trasparente»); con il loro modo di comportarsi onestamente e, di operare con rettitudine nella comunità civile. Gesù raccomanda, con le sue parole: « … perché vedano il bene che voi fate e ringrazino il Padre vostro che è in cielo … ». Le opere buone non sono, soltanto, una grande quantità di pratiche religiose. Esse sono invece la vita concreta dei discepoli che, imitando il Maestro nell’amore verso tutti, anche verso gli ostili e i maldicenti, si dimostrano figli del Padre Eterno. Nella nostra società contemporanea, la «tentazione» è sempre in agguato, vale a dire che si corre sempre il rischio di «perdere sapore» o, di divenire dei «cristiani spenti». Gesù Cristo richiama sempre l’attenzione dei «cristiani» di oggi sul pericolo che, il «sale» non dia più sapore, vale a dire che i «cristiani» divengano stanchi e, svogliati. Il pericolo dell’infedeltà, oggigiorno, minaccia sempre di più gli uomini di buona volontà.
Anche nella nostra epoca, purtroppo, il mondo ha visto troppi «cristiani» che non testimoniano più il Cristo Risorto, non partecipano più alla costruzione del Regno di Dio. Essi ora adorano altri idoli, come il denaro, il sesso, la cocaina! Oggigiorno purtroppo ci sono troppi individui che bruciano incenso, dinanzi alla «trinità dei consumi»! Questi adulteri e, queste falsità, producono inevitabilmente delle conseguenze rovinose e, devastanti sull’intera collettività. Ancora oggi, potremmo sentirci dichiarare da qualcuno accanto a noi (utilizzando un’espressione celebre di Gandhi): «Io diventerei immediatamente cristiano, se i «cristiani» lo divenissero anche loro!». «Essere discepoli di Cristo» significa «essere sale della terra» e, ancora, «luce del mondo», «operatori di bene». Per noi «cristiani» che ascoltiamo oggi la sua parola, il suo insegnamento, questo è anche un esame di coscienza sulle nostre responsabilità, che abbiamo dinanzi agli individui. Per Gesù, il «discepolo» è tanto necessario all’umanità, quanto il «sale» è necessario per conservare i cibi. In questo momento, tuttavia esiste il rischio che, il discepolo disconosca (o rinneghi) la sua fede cristiana. Proprio in questa circostanza l’espressione di Gesù dimostra, però, la sua vitalità interiore. Se il «discepolo» smarrisce la sua connotazione di «apostolo», evangelizzatore, missionario o discepolo di Cristo, chi gliela potrà riconsegnare? Quest’uomo non servirebbe più a nulla, per l’umanità! Sarebbe l’equivalente di un oggetto ormai inservibile, quindi da gettare nella spazzatura. Sarebbe l’equivalente di un individuo infedele, chi potrà allora dare credito a quest’uomo? I «cristiani» però confidano, sempre, sul Padre Eterno, l’Unico che può rimettere la Sua creatura in cammino, anche l’uomo di oggi! Il Vangelo di questa domenica continua a richiamare la nostra attenzione sul dilagante pericolo di oggi, che è quello dell’infedeltà. Talvolta abbiamo accanto a noi, «cristiani» che, incomprensibilmente, nascondono la luce della loro fede in Cristo. Il comportamento maldestro di questi fratelli non consente alla comunità dei credenti, quindi alla Chiesa stessa, di manifestare integralmente lo splendore della luce di Cristo. La «luce del mondo» (riprodotta, dai «cristiani») non può restare nascosta; deve essere visibile a tutti che il «cristiano» confida in Cristo, vero Dio e, vero uomo. Chi non intende esprimere, a tutti, la propria fede nel Signore, non è per nulla «credibile» e, non è nemmeno «fedele» a Gesù stesso. Non è accettabile che un individuo tenga nascosto e, quindi «non illumini» un cammino percorribile, che conduca altri fratelli a un incontro personale (di conversione) con il Signore. La mia fede in Cristo, quindi la mia professione di fede cristiana, deve essere pubblica, riconoscibile e, distinguibile, mediante le opere! Le mie opere siano altresì, oneste, giuste e, virtuose. «Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli». A questo punto, ci si potrebbe anche domandare. Essere perdonati a vicenda, ci fa guardare in avanti verso il futuro, a qualcosa d’inedito, da costruire insieme, che ci attende? Desideriamo comunicare ad altri l’esperienza gioiosa che stiamo vivendo? Rivelare che Dio ama, fino a rigenerarci, fa nascere nuove energie in quanti ci circondano? La nostra testimonianza di fede, muove tutti a guardare in avanti? Gesù Cristo, con il suo agire invita tutti gli uomini a lodare il Padre, sempre! La Madre Chiesa è chiamata a essere il luogo nel quale si riuniscono gli «evangelizzati», sarebbe pertanto assurdo pretendere di evangelizzare gli altri, se, noi per primi, non desiderassimo di essere evangelizzati continuamente! Dovremmo altresì nutrirci (proprio tutti) della Parola di Dio, «bramandola», come il bambino tenta di trovare il latte di sua madre (cfr. 1°Pietro 2,2), per la vitalità della chiesa stessa; quindi, alimentare la Parola di Dio rimane per tutti un’esigenza basilare. La Parola di Dio che è in grado di renderci «apostoli», chiede (personalmente) a ciascuno, di essere discepoli «validi» del Cristo! I «cristiani» fedeli dovrebbero sentirsi sempre degli uomini rigenerati, stavolta però non da «semi corruttibili» (come quelli di oggi, vale a dire, alcool, soldi, sesso e droga) bensì, da un seme immortale, vale a dire dalla Parola di Dio! (cfr. 1° Pietro 1,23). In questo modo si rinvigorisce la nostra amata chiesa e, così vive e si espande. In conclusione, per quale ragione Gesù definisce i suoi discepoli «sale della terra»? E’ Gesù stesso che ci fornisce la spiegazione. Innanzitutto è bene esaminare le circostanze, nelle quali il Signore pronuncia queste parole alquanto insolite. Quest’affermazione, per altro, è già stata ben introdotta nel «discorso della montagna». Gesù, attorniato da un grande numero di persone, si trova nell’intento di istruire, ammaestrare, i suoi stessi discepoli. Rivolto quindi a loro, afferma che essi «non devono» essere, bensì, «essi sono» il sale della terra! Con questo, il Maestro intende designare una «condizione normale», vale a dire un presupposto solido (disponibile) dello stesso «apostolato», quindi è discepolo autentico di Gesù, chi già è «sale della terra»! Dovrebbe quindi essere facilitata anche l’interpretazione dell’immagine, il «sale» è una sostanza utilizzata dall’uomo per dare sapore ai cibi, e per preservare le buone vivande dalla contaminazione (cattiva) di ogni genere. L’«apostolo», dunque, è «sale», nella misura in cui egli offre concretamente agli altri individui (anzi all’umanità), prima di tutto la propria disponibilità, congiuntamente a un qualcosa che valga come «fermento morale» o, più cose che rinvigoriscano la vita dei suoi fratelli. Un simile «fervore» non può che essere la «virtù», o un insieme di qualità e integralità, così ben descritte e rappresentate nel celebre brano delle Beatitudini.


