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Commento di Giovanni Medici

NATALE DEL SIGNORE (Messa del giorno) – 25 Dicembre 2011

Isaia 52,7-10; Salmo 97 (98); Ebrei 1,1-6; Giovanni 1,1-18

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: "Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me". Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato».

1,1: «Verbo» corrisponde al greco «Logos» = «Parola», un termine polivalente e d’uso comune nella filosofia greca di quel tempo, che Giovanni accoglie alla luce dell’Antico Testamento (cfr. Proverbi 8,22-36; Siracide 24,1-29) e della tradizione cristiana. Aprendo questo inno, in cui valorizza materiale tradizionale, con le parole In principio era il Verbo, Giovanni fa subito comprendere che Gesù è la trasparenza del Padre. Essere il rivelatore del Padre non è soltanto il compito terreno, missionario, di Gesù, ma l’identità profonda della sua persona.

1,3: Nell’Antico Testamento è sottolineata la potenza creatrice della Parola di Dio (cfr. Genesi 1,3.6.9; Salmo 33,6), che è anche rivelazione (cfr. Amos 3, 1; <javascript:self.location.href='/pls/labibbia/GestBibbia09.Ricerca?Libro=Ger&Capitolo=1> Geremia 1,4; Ezechiele 1,3). Giovanni, a questo punto vuole suggerire, verosimilmente, che la «Parola» (che in seguito conquisterà il nome di Gesù Cristo) è il «progetto» («Logos» può significare anche «progetto») con il quale tutta la realtà è stata pensata. Gesù Cristo è il progetto del mondo e della storia.

1,4: Giovanni desidera esprimersi in simboli. «Vita» e «luce» sono, infatti, due simboli che nel vangelo ricorrono molte volte e, riferiti a Gesù (cfr. Giovanni 3,15; 5,26; 6,57; 11,25; 14,6).

1,5: Le tenebre sono le potenze del male che si oppongono a Dio e, più in concreto, i malvagi. « … non l’hanno vinta»: il verbo greco può significare «comprendere» e, anche, «vincere». Giovanni ha inteso celare ambedue i significati. Le «tenebre» non hanno compreso «la luce» e l’hanno rifiutata, tuttavia, non sono riuscite a vincerla.

1,6-8: Giovanni Battista non era «la luce», nel modo in cui qualcuno, forse, allora pensava. La «luce» è soltanto Gesù. Il Battista è il testimone.

1,9: La «luce vera» è adesso intesa nel senso di piena, definitiva. Anche altri soggetti possono essere luce, tuttavia, lo sono nel senso della preparazione, dell’avvio. La pienezza è soltanto Gesù.

1,12: Credere nel nome di Cristo è aderire alla sua persona, accettare il suo mistero. Il «nome» è la persona.

1,14: « … si fece carne: divenne uomo, uno di noi … ». «carne» nel linguaggio biblico non è il corpo, bensì, l’uomo con tutti i suoi aspetti di caducità, debolezza e divenire. «gloria»: è lo splendore del volto di Dio che si manifesta. I due termini «grazia» e «verità» sono noti nell’Antico Testamento ed esprimono l’atteggiamento di Dio verso il mondo e l’uomo: amore gratuito (grazia) e fedeltà incrollabile (verità).

1,17: La Legge non consegnava la «grazia» e non era la «verità», vale a dire, la pienezza della rivelazione, nel modo in cui, viceversa, è Gesù.

1,18: «Dio, nessuno l’ha mai visto». Giovanni afferma, anzitutto, l’invisibilità di Dio che i soli sforzi dell’uomo non riescono a penetrare. Adesso, tuttavia, Dio si è rivelato in Gesù.

L'annuncio della nascita di un bambino è da sempre una bellissima notizia! E’ la notizia della vita. «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Questo piccolo bambino del quale celebriamo la nascita, tuttavia, non è un bambino come tanti, e oggi non siamo chiamati (solamente) a manifestare esteriormente la tenerezza per un neonato. Oggi celebriamo sicuramente la festa più cara per i «cristiani» e, questi ultimi l’hanno regalata al mondo intero, ovverosia, la festa della nascita di Gesù, del Figlio di Dio che si è fatto bambino per nostro amore. Egli è Figlio di Dio che viene a salvarci, qui, oggi! Quel bambino è il Figlio unigenito di Dio, Dio, Egli stesso! L’Onnipotente è nato bambino, figlio di Maria, uomo debole destinato a morire, per dimostrare il suo amore per noi. Anche allora, così come oggi, purtroppo, molti uomini non hanno accolto il suo amore, ciò nonostante, a quelli che l’hanno accolto, ha dato il potere di divenire figli di Dio. Il Natale non è un bel ricordo, bensì, è un grande avvenimento che torna a realizzarsi anche per noi! Natale è Gesù che rivive (oggi) la sua nascita per me, per ciascuno di noi, che desidera entrare (ancora una volta) nella nostra esistenza quotidiana. Gesù nasce per realizzare il dono della salvezza, quello di poter divenire figli di Dio. Quello che dobbiamo contemplare oggi è il mistero del Dio tra noi; l’Onnipotente ama talmente l’uomo da farsi uno di noi, da non avere timore della debolezza dell’infanzia, da non temere del bisogno o, della fragilità umana.

«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E’ il segno concesso ai pastori (dell’epoca) affinché possano riconoscere il Salvatore. Non si tratta pertanto di espressioni potenti di forza, di dominio, bensì, è la povertà, il segno rivelatore della presenza di Dio. L’immagine del bambino è tuttavia preludio di quella della croce (che verrà in seguito) e, la grande gioia dei pastori è anche annuncio della gioia eterna della Pasqua. Nella notte di Natale, come per altro nei giorni a seguire, non possiamo che lodare il Signore, perché è apparsa la grazia, davvero «apportatrice di salvezza per tutti». Tutti noi, oggi, poveri peccatori, siamo chiamati a divenire il luogo della manifestazione della Gloria di Dio. Ritornando però alla disamina del testo di oggi, non possiamo non vedere che, con una serie di asserzioni brevi, tutte concatenate tra loro, si presenta a noi, il Verbo - Parola, che da sempre è in rapporto con Dio. Il protagonista del dramma spirituale, che parte da Dio e incrocia la storia umana, è quindi la Parola, identificata con Gesù Cristo, il Figlio Unigenito del Padre. La Parola (che da sempre era con Dio e, per mezzo della stessa, tutto è stato fatto) entra nel mondo, per essere luce che rischiara (e vivacizza) ogni uomo. La contemplazione della Parola non può che perfezionarsi con la testimonianza di quanti l’hanno riconosciuto, come l’Unigenito che riverbera la Gloria del Padre e, divulga (copiosamente) i beni della salvezza. Egli stesso è Gesù Cristo, il Figlio che vive in comunione (piena) con il Padre e nel mondo intero, rende visibile e presente a tutti il volto di Dio. Ciascun uomo, ancora oggi, solamente per mezzo di Gesù, il Figlio (che vive in comunione con l’Altissimo) può, davvero, entrare in contatto con il Dio invisibile. «In principio era il Verbo … ». L’espressione «in principio» indica ovviamente un inizio assoluto, come nel primo versetto del Libro della Genesi («In principio Dio creò il cielo e la terra»). La figura del «Verbo» (che deriva dal greco «logos» = parola) spinge le sue radici nella storia biblica più profonda, là dove la «parola» è identificata con la legge e, con la sapienza stessa di Dio. Si tratta quindi della parola creatrice (e rivelatrice) dell’Altissimo che corrisponde alla «toràh» (= legge) e alla «hokmàh» (= sapienza). In alcuni testi «sapienziali» la sapienza stessa personifica l’«agire di Dio» nella creazione e, nella storia umana. Nel Nuovo Testamento poi con il termine «logos» s’indica la Parola di Dio, quella che Gesù stesso annuncia e rende presente nei suoi gesti e, nella sua persona. Da sempre in Dio è presente un dialogo eterno, reso possibile dal «Verbo» che a pieno titolo fa parte della realtà stessa di Dio. « … e il verbo era Dio … ». Non soltanto il «verbo» è divino, bensì, può essere chiamato «Dio», come nella professione dell’Apostolo Tommaso all’incontro con Gesù risorto. «Mio Signore e mio Dio» - (Gv 20,28). La tradizione biblica, dove oggi si rispecchia sulla parola - sapienza di Dio, è rivisitata nella «prospettiva cristiana», nella quale si distingue che Gesù Cristo è la «parola di vita», quella che era presso il Padre e, si è svelata a quelli che adesso la testimoniano e l’annunciano (cfr. 1° Gv 1,1ss). Quello che oggi meditiamo è, comunque, un inno bellissimo a Gesù Cristo, celebrato come il Verbo di Dio. Accogliere il dono, oggi, è assolutamente prioritario! L’uomo se è sovente nelle tenebre è perché non capisce proprio perché soffre, perché fatica, perché vive, perché muore. Tutto questo, molto spesso, lo avvolge in un’atmosfera cupa di tristezza e di disperazione. L’uomo solo, vale a dire senza la partecipazione di Dio nella propria vita, finisce per chiudersi inesorabilmente nel proprio individualismo cieco, nel male, nell’abbraccio di una vita senza alcun senso, e quest’essere umano guarderà la morte, come fine di tutto. Gesù invece è sopraggiunto in questa sorta di stanza buia dell’esistenza umana e, ha acceso la luce. Anzi è entrato Gesù nella nostra vita, Egli stesso come luce! Se l’ingresso di Cristo - luce, nel corso degli eventi umani, crea sicuramente tensione e rifiuto, ciò nonostante, è anche accettazione nella fede. E’ proprio quest’ultima a rendere gli uomini (di oggi) figli di Dio, «generati» dallo stesso Dio che, è il Padre di Gesù. C’è più di una ragione per fermarci, almeno qualche istante, per guardare effettivamente «dove stiamo andando». Anche oggi il Signore è discreto, modesto, quasi fosse un essere timido, infatti, non impone a nessuno la sua presenza. A noi «cristiani» è tuttavia chiesto di aprire, o meglio spalancare il nostro cuore, di aprire i nostri occhi, di lasciar emergere (in ciascuno) il «desiderio di Dio»! «Natale» pertanto non è senso di gradevolezza, piacevolezza, amabilità, bensì è scontro e durezza contro ogni chiusura umana. Il cristiano deve combattere anche un Natale falsificato, infatti, non può dimenticare che dinanzi alle immagini stereotipate della famiglia felice, riunita intorno a un albero luccicante (rappresentazioni propinate in continuazione dai mass-media) c’è chi vive oggigiorno una profonda solitudine o è travolto da un’angoscia insostenibile, vale a dire, l’incertezza del domani per sé e per i propri cari. Questa società che si è scrollata di dosso l’Eterno, è davvero più libera, evoluta e realizzata? Non ci sono forse oggi a Modena, come in Italia, numerosi uomini ricchi che sono terribilmente poveri? Non ci sono forse uomini ricchi di beni materiali, ricchi di potere, celebrità, malgrado ciò sono poveri? Miserabili a causa del grande vuoto del cuore umano che non si è aperto verso Dio e verso il prossimo? Non esistono, viceversa, uomini poveri che seppur in condizione d'inferiorità materiale, maltrattati, oppressi, discriminati, sono invece ricchi? Questi ultimi sono i benestanti di quella ricchezza interiore che scaturisce direttamente dal cuore del Dio - uomo! Dal mistero della nascita di Dio! L’evangelista è stato chiaro, il mondo realizzato dall’Onnipotente non ha riconosciuto il suo Creatore! Ecco il dramma che si ripete! Dio viene e l’uomo (offuscato dalle meschine ricchezze) non c’è! Anche i simboli del Natale cristiano, se vissuti bene, oggi aiutano a riflettere, per chiedersi se Cristo è davvero nato in noi, per non lasciarsi travolgere da un diluvio di parole senza senso, o cose futili che effettivamente non servono. Se nel passato è prevalso troppo l’aspetto del folclore o dell’esteriorità romantica, su quello della fede cristiana autentica, quest’anno viceversa è indispensabile recuperare il forte impatto della nascita del Signore Gesù, nel quotidiano in ciascuno di noi! La comunità dei fedeli cristiani di oggi, che cammina attraverso un mondo (nel quale esiste tanta disuguaglianza), che cammina attraverso un mondo diviso tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud, ebbene quest’anno, questa Chiesa sta oggi davanti a te, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine! Sta proprio dinanzi a Te, figlio del carpentiere (cfr. Matteo 13,55) e desidera leggere di nuovo, nel mistero della notte di Betlemme, il senso della propria missione nel mondo!

4° DOMENICA DI AVVENTO – ANNO "B" – 18 Dicembre 2011

2° Samuele 7,1-5.8b-12.14a.16; Salmo 88 (89); Romani 16,25-27; Luca 1,26-38

« … Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te". A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra.Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola". E l'angelo si allontanò da lei … ».

1,26-38: Annuncio della nascita di Gesù.
1,28: «Rallégrati» è il saluto dell’angelo, che non è concordato, anzi, invita Maria alla gioia perché lei è la figlia di Sion, visitata dal suo Signore (cfr. Sofonia 3, 14). Maria non è chiamata con il suo nome proprio, ma, con l’esclamazione «piena di grazia», vale a dire, «colmata di grazia da parte di Dio», con un nome nuovo che esprime la pienezza di iniziativa d’amore di Dio verso di lei.

1,32: La promessa divina di un trono eterno a Davide, fatta dal profeta Natan al re (cfr. 2°Samuele 7,12-16) è all’origine delle attese messianiche.

1,34: «Come avverrà questo …?»: quella di Maria non è un’obiezione motivata da incredulità; la Vergine chiede piuttosto a Dio quale sia il suo volere in questa maternità.

1,35: Secondo il racconto di Esodo (33,7-11), dopo la costruzione della tenda del convegno, una nube scendeva sull’arca dell’alleanza per indicare la presenza di Dio. Maria sta per diventare la dimora di una speciale presenza divina.

La liturgia di questa quarta domenica di Avvento ripresenta il brano evangelico dell’Annunciazione, proprio nella vicinanza del Natale. «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». Il saluto dell’angelo a Maria esprime quindi l’intenzione di Dio di preferire come sua dimora il cuore degli uomini, piuttosto che un tempio di pietra. L’angelo del Signore può dire a Israele stesso, il Signore è con te! Dio è con Abramo, con Isacco, con Giacobbe, e accompagna Giuseppe in tutte le sue vicissitudini. Il Signore appare a Mosè nel roveto ardente e si presenta, appunto, come «Colui che è». Egli è il Dio che ha udito il grido di dolore del suo popolo, schiavo in Egitto, e ha deciso di scendere per liberarlo. Il Signore stesso lo condurrà indenne, attraverso il Mar Rosso, e lo seguirà negli anni del deserto, introducendolo poi nella terra promessa e, sostenendolo per tutti i giorni a venire. Il Signore è con il suo popolo, per sempre. L’evangelista Luca, proprio per porre l’accento sul vincolo profondo con quanto è avvenuto molto tempo addietro (vale a dire nell’Antico Testamento), allinea Gesù di Nazareth in «linea retta» sulla scia davidica: « … il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine … », ebbene, Maria Santissima riassume nel suo fragile corpo tutta l’attesa del popolo israelitico e, contemporaneamente ella diviene la prima donna, dinanzi a tutti quelli che da quel giorno attendono la salvezza. Il «Sì» pronunciato da Maria, dinanzi all’Angelo ha, con certezza, provocato un grandissimo cambiamento del corso della storia umana ed è con questa il «modo» con il quale il Santissimo ha scelto di abitare in mezzo agli uomini. Maria, quindi, per prima ascolta la parola dell’Altissimo e per prima dona se stessa, mette a disposizione la sua vita, il suo corpo umano al Signore. E’ Maria il primo spazio di Dio, prima casa (sulla terra) di Dio, il primo luogo scelto da Dio stesso. Procediamo però con ordine, ritornando per un momento all’inizio del brano. Maria, come tutti gli abitanti della Palestina di allora, era in attesa del Messia e, verosimilmente, sapeva che Isaia, il grande profeta, aveva descritto il Messia come un uomo che sarebbe stato fortemente umiliato e percosso. Avrebbe quindi portato sulle sue stesse spalle i nostri peccati, e ne avrebbe poi ottenuto il perdono dall’Altissimo, riconciliandoci con Lui. A Maria di Nazareth ora è chiesto di divenirne la Madre. Maria risponde «Sì». La sua risposta è però un «Sì» che non si esaurisce nell’intervallo nel quale lo pronuncia, diviene pienezza di vita, completamente impegnata. Maria, quindi, rimane la figura centrale del «mistero natalizio». La «casa» nella quale Dio desidera abitare è quella fatta di pietre vive. E’ Dio che edifica una casa per Davide e, il suo popolo! Questa casa è Maria! Al tempio fatto di pietre, che Davide costruì tempo addietro tanto da far esclamare al Salmista: «Poiché ai tuoi servi sono care le sue pietre … », riferendosi alle pietre di Sion, l’Altissimo sostituisce un tempio di carne, vale a dire, il corpo di una giovane donna che fin dall’eternità il Signore stava progettando e costruendo. In quel giorno dell’Annunciazione potremmo pensare che si compiva allora la costruzione della casa vera. Con l’incarnazione del Verbo di Dio, la Vergine Maria diventa la nuova Sion, che non ha più bisogno del tempio di pietra e di legno di cedro, poiché custodisce il Tempio perfetto della carne di Cristo. Maria mostra Cristo, la via per giungere alla salvezza. Immacolata e creatura tutta santa di Dio, Maria è anche la creatura tutta consacrata a Dio. Il «mistero salvifico», nascosto, e taciuto per secoli eterni, nel suo grembo verginale, proprio grazie al «suo fiat» ora si rivela in pienezza. A noi non resta che imparare che, più che occuparsi dei nostri miseri progetti (come fece Davide) è necessario, dunque, crescere nella fede e comportarci da servi del Signore, affinché sia il Padre Eterno a costruire, in noi, il tempio della sua presenza, il suo Figlio (l’Emmanuele).

Sarà quindi Maria a ricevere il Figlio, sarà Lei a mostrarlo, sarà proprio Lei a offrirlo. Inizia così il suo specialissimo servizio materno, che non termina nell’aver generato Gesù, bensì, continua e si dilata ulteriormente. « … Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola … », Maria obbedisce ricordando le parole delle Scritture, ma accoglie anche l’ulteriore svelamento del mistero che le viene presentato. L’evangelista Luca, come abbiamo rilevato anche prima, intende mostrare il legame profondo con quanto è già avvenuto nell’Antico Testamento, ponendo Gesù direttamente nella discendenza davidica, per questo Maria ricapitola tutta l’aspettativa del popolo d’Israele e, al tempo stesso diviene la prima persona di tutti quelle che (da quel giorno) attendono la salvezza. Le flebili luci di un «Verbo che si fa carne» prendono corpo proprio al momento dell’annuncio. Maria pronuncia il suo «Sì» liberamente, con questo risponde Sì al disegno stupendo del Padre. Il Padre Eterno non desidera altro che dei «Sì», puramente, liberi. Inviando l’angelo a Maria, l’Altissimo chiede che proprio lei accetti di essere la madre. Essere madre è mettere in movimento il proprio cuore, in altre parole, significa, amare. L’amore autentico è sempre frutto della libertà umana. L’amore richiede tuttavia una scelta inequivocabile. Se non c'è scelta, vige allora l’imposizione, ciò nonostante, proprio nella costrizione non esiste l'amore. Maria sostiene con gioia il suo «Sì» e, dichiara il suo «Sì» a tutto ciò che il Padre Eterno chiederà, essere Madre del Cristo, tuttavia, senza prevedere la morte di croce del Figlio. Maria ubbidisce, perché è consapevole che il Padre Eterno non ha alcun disegno di oppressione sull’essere umano. Tutto quello che sopraggiunge dall’Altissimo, è dono luminoso, è comunicazione d’amore e, per questo, di libertà proprio perché non c'è amore dove non c'è libertà. Il suo «Sì», al mistero dell'incarnazione, apre la strada a tutti i «Sì»; innanzitutto, a quello di Giuseppe, poi a quello dei pastori che troveranno il Bambino e la Madre testimone dell’identità del Figlio, quindi, a quelli di Elisabetta e di Giovanni il Battista. Il «Sì» di Maria (a Narareth) cui seguirà (più tardi) quello pronunciato sul Calvario, è l'apripista di tutti gli altri «Sì». Maria ha pronunciato «Sì» al Figlio, come Salvatore del mondo e, questo suo accondiscendere a essere Madre del Salvatore è stato un gesto di lucidissima generosità, che in seguito la Provvidenza del Signore ha per altro riempito di varie vicende, fino ai momenti intensi di partecipazione, ai piedi della croce e nel cenacolo. Maria emerge ancora una volta silenziosa, eppure orante paziente, mite, ciò nonostante, coraggiosa e forte. Non possiamo rispondere «Sì» a Dio, senza ricorrere costantemente all’aiuto di Maria. In questa domenica, è bene ricordare Maria come quella Santissima donna che ha preparato il Natale per prima e, più, di ogni altra creatura umana. Il suo è un «Sì» che insegna anche a ciascuno di noi che, proprio da Lei dobbiamo imparare a credere, a sperare e, soprattutto ad amare! Da Maria, dobbiamo imparare (per prima cosa) a lasciarci amare da Dio, ovverosia, da questo e dolcissimo (esigente) Signore, il quale è Salvatore, attraverso un «mistero» che prima di essere «beatitudine eterna» è, altresì, croce, martirio, sulle strade di questo mondo. Maria pronuncia un «Sì», proclamandosi altresì «serva», ma di chi? «Serva del Signore». Sembra incredibile, eppure è questo il modo con il quale Dio ha scelto di abitare tra gli uomini, quel «Sì» pronunciato da Maria dinanzi all’angelo ha cambiato, di fatto, il corso della storia umana. Maria, confermiamo ancora una volta, per prima ascolta la parola e, per prima, offre se stessa, la sua vita, il suo corpo, al Signore. E’ lei, il primo spazio (terreno) di Dio, la prima casa di Dio, il primo luogo scelto dal Signore. Se l’Onnipotente ha scelto Maria (e da sempre), tuttavia il «Sì» non era scontato! In quell’umile casa di Nazareth non si era per nulla recitato un copione già scritto in precedenza e, l’evangelista lo evidenzia con queste parole: «A queste parole ella fu molto turbata», quindi, c’è uno stato di turbamento, pertanto, affiorano obiezioni. Solamente al termine la Vergine Maria concede il proprio assenso! Si doveva certamente trattare di una decisione che avrebbe sconvolto, di lì a poco, totalmente la sua vita. L’Onnipotente, quindi, non usa la propria influenza per ultimare i nostri progetti, sovente, interviene (viceversa) per interromperli, evidentemente perché alla luce di Dio sono meschini! La grandezza della Vergine Maria, pertanto, non consiste tanto nella realizzazione di se stessa, bensì, nell’aver riposto tutta la sua fiducia nelle parole dell’angelo. Non a caso la cugina Elisabetta, non appena intravede Maria arrivare, si esprime in questo modo: « … beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto … » - (Luca 1,45). Proprio in questo, ovverosia, nell’ubbidienza alle parole del Vangelo, consiste la realizzazione autentica, reale, di ciascuno di noi (oggi), perché questo è anche l’intimo profondo della beatitudine stessa di Maria Santissima.

3° DOMENICA DI AVVENTO – ANNO "B" – 11 Dicembre 2011

Isaia 61,1-2.10-11; Cantico Luca 1,46-54; 1° Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28

« … Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. […] Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: "Tu, chi sei?". Egli confessò e non negò. Confessò: "Io non sono il Cristo". Allora gli chiesero: "Chi sei, dunque? Sei tu Elia?". "Non lo sono", disse. "Sei tu il profeta?". "No", rispose. Gli dissero allora: "Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?". Rispose: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia". Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: "Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?". Giovanni rispose loro: "Io battezzo nell'acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo". Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando … ».

L’orizzonte che si prospetta dinanzi a noi oggi, leggendo questa pagina del Vangelo, è quello della Valle del Giordano, con quel poco di verde che rimane a contendere il colore del deserto che avanza. Non si è nemmeno davanti a un paesaggio da ammirare, bensì, a un lembo di terra, che più di ogni altra, si propone come la trama di un racconto senza fine. Non soltanto luoghi, quindi, ma anche figure come quelle del Battista e del Cristo stesso, che nelle acque del fiume Giordano ricevette il battesimo. Ci si deve quindi incamminare in questi territori dell’anima, per comprendere bene il Vangelo di oggi. Giovanni Battista è una delle figure bibliche più espressive che incontriamo in questo tempo forte dell’Anno Liturgico. Nel quarto Vangelo leggiamo, infatti, «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni». Egli venne come un «testimone» fidato, perché tutti credessero per mezzo di lui. Alla domanda «tu chi sei», Giovanni Battista risponde «Io non sono il Cristo», quindi, né Elia, né un altro dei profeti! Dinanzi alla fastidiosa insistenza, degli inviati da Gerusalemme, Giovanni asserisce «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore». Giovanni Battista, mediante questa citazione di Isaia, rivela pertanto la propria identità, precisando con chiarezza il suo peculiare ruolo nella storia della salvezza. Quando poi i rappresentanti del Sinedrio gli domandano perché battezzi, pur non essendo, né il Messia, né Elia o un altro dei Profeti? Quella sorta di delegazione stravagante che andò a interrogare Giovanni Battista si sentì rispondere: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Si faccia allora attenzione a un particolare, « … voi non conoscete …» questo è quello che emerge, proprio perché le guide religiose di Israele si erano fabbricate un’idea del Cristo del tutto divergente, da quello annunciato dalle Sacre Scritture. Cristo invece è già stato riconosciuto dai piccoli, dai semplici. Lo riconobbero, infatti, Zaccaria, Elisabetta e, insieme a loro, il nascituro Giovanni; mentre i pastori non ebbero difficoltà nel credere che quel bimbo adagiato in una mangiatoia (da stalla) fosse proprio il Cristo Signore e Salvatore. Allo stesso modo faranno i re Magi, Simeone, Anna (nel tempio), mossi dallo Spirito Santo, tutti lo riconobbero! I sapienti di Gerusalemme, vale a dire, quelli che conoscevano a memoria le Scritture, non lo vollero identificare come Messia, e continuarono a non riconoscerlo. Noi cristiani, invece, conosciamo Gesù. Egli è il Figlio di Dio, il nostro Salvatore, il Maestro, lo Sposo della Chiesa, la «via» che guida al Padre, e potremmo continuare così ancora a lungo. Noi conosciamo Gesù, e abbiamo il dovere di farlo conoscere, oggi, a quanti non lo amano! Chi è il testimone? E’ uno (come Giovanni Battista) che dichiara di conoscere una verità, un fatto, un evento, e fornisce le prove di ciò che afferma. Giovanni Battista non era la «luce», come forse qualcuno allora pensava. La «luce» è soltanto Gesù. Il Battista è il «testimone». Chi conosce Gesù, infatti, deve fornire la prova della sua essenza! Non è sufficiente sostenere di conoscere Gesù e annunciarlo! E’ indispensabile che la «prova», che noi forniamo, sia valida. Noi «cristiani» siamo continuamente sotto esame, per verificare la nostra attendibilità individuale, e questa prova è fornita dalla nostra esistenza terrena, se vissuta in piena conformità a quella di Gesù Cristo. Giovanni Battista rese testimonianza a Gesù! La rese con la sua vita austera che affascinava e che richiamava l’attenzione, dichiarando comunque di non essere (lui) il Cristo. Giovanni non legò mai la «sua platea» alla sua persona. Non si spacciò per Elia ritornato dal cielo, non si «contrabbandò per un profeta», che doveva venire secondo le parole di Mosè (cfr. Deuteronomio 18,18), non si mise nemmeno a «spacciarsi» per il Cristo, bensì, rimase nella sua identità autentica. « … sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore … ». La «prova sicura» di Giovanni consiste proprio nell’affermazione « … io non sono degno di slegare il laccio del sandalo … ». La sottomissione di quest’uomo, precursore del Cristo, è un segno autentico, limpido e chiaro di verità. In lui non esiste apparenza alcuna, tanto meno, vanagloria. La sua profonda remissività, originale, è un mantenimento ininterrotto di carità autentica. Quell’uomo meschino di oggi che, viceversa, non rende testimonianza alla «verità» con la propria vita quotidiana, ben presto corromperà anche la dottrina cristiana, poiché tenderà a giustificare il suo comportamento giornaliero, quindi, lo esibirà come «vero» a se stesso, e agli altri. In conseguenza di ciò, questo soggetto avvelena purtroppo il messaggio stesso di Gesù Cristo.

Possiamo allora terminare attestando che, Giovanni Battista, anticipatore di Gesù Cristo, nel presentarsi pubblicamente come «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia», mostra, adesso, la sua effettiva identità! Egli è «l’uomo mandato da Dio», allo scopo che renda testimonianza alla «luce» che sta per sorgere, Cristo Signore. Questo Gesù di Nazareth, è tanto superiore al Battista, al punto tale che lo stesso Giovanni non è nemmeno degno di essere suo servo. Giovanni battezza con acqua, Gesù, viceversa, rigenera l’intera umanità nella potenza dello Spirito di Dio: attua il programma dell’anno giubilare, un anno particolare di grazia, annunciato cinque secoli prima al popolo d’Israele esiliato in Babilonia, da un profeta (Isaia 61,1-3). In questo modo, mentre il lieto annuncio profetico è speranza per i sofferenti, promessa di liberazione per gli schiavi, i carcerati, gli esclusi, i discriminati, Gesù nella sinagoga di Nazareth associa (a quelle parole di speranza) l’esclamazione: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato con i vostri orecchi». Il Regno di Dio, con i suoi doni di gioia e di libertà, ormai è inaugurato. La missione di Giovanni Battista è anche la nostra missione di discepoli! E’ necessario, pertanto, proclamare al mondo intero che il Signore è presente, è operante, ininterrottamente, in mezzo a noi! La testimonianza di Giovanni Battista risuona innegabilmente nel versetto dell’Avvento: «Il Signore è vicino!». Le prospettive, seppur differenti, della notte di Betlemme, e del battesimo al Giordano, s’incrociano nella medesima verità, a noi non rimane altro da fare che scuotersi dal torpore e preparare la via al Signore che viene!

La testimonianza del Battista ribadisce, ancora una volta, il primato di Gesù Cristo che, «è prima di lui» anche se Gesù è venuto cronologicamente dopo Giovanni Battista nel corso degli eventi umani. Il Battista quindi non è il Messia, è soltanto quell’uomo che deve rivelare l’ingresso nella storia. «Al di là del Giordano» Giovanni indicherà in Gesù di Nazareth «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». La luce venuta nel mondo è preceduta da un testimone speciale, Giovanni il Battista, che ha la missione di proferire a favore della «luce». Quest’uomo mandato da Dio ha un compito ben definito nel piano della salvezza! Giovanni deve sostanzialmente annunciare che l’Altissimo è pieno di amore misericordioso, per l’umanità intera. La mansione del Battista, quindi, è unica! « … venne come testimone, per dare testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo … ». Giovanni è il testimone di Gesù, che riceve la testimonianza che il Padre dà al Figlio nel battesimo e, che vede lo Spirito scendere e rimanere su Gesù (cfr. Giovanni 1,32-34). Egli è quel soggetto umano che conduce l’uomo stesso alla fede in Gesù - Luce. Gesù è (e rimane) la luce autentica e perfetta che appaga le aspirazioni umane. Gesù è l’unica (luce) che dà senso a tutte le altre, che appaiono sulla scena del mondo. Questa luce divina illumina ogni essere umano che nasce in questo mondo. E’ la luce che si dona nell’intimo di ogni individuo come presenza, stimolo e salvezza.

SOLENNITA' – IMMACOLATA CONCEZIONE – 4 Dicembre 2011

Gn 3,9-15.20; Salmo 97; Efesini 1,3-6.11-12; Luca 1,26-38

« … Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te". A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra.Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola". E l'angelo si allontanò da lei … ».

1,26-38: Annuncio della nascita di Gesù.

1,28: Rallégrati! Il saluto dell’angelo non è per niente banale, bensì, intende invitare Maria alla gioia, perché lei è la figlia di Sion, visitata dal suo Signore (cfr. Sofonia 3,14). Maria, in questo momento, non è chiamata con il suo nome proprio, ma, «piena di grazia», per meglio dire, colmata di grazia da parte dell’Altissimo, con un nome nuovo che esprime la pienezza d’iniziativa d’amore di Dio verso di lei.

1,32: La promessa divina di un trono eterno a Davide, rilasciata al Re dal profeta Natan (cfr. 2°Samuele 7,12-16) è all’origine delle attese messianiche.

1,34: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» Questa non è una replica giustificata da incredulità. Maria, piuttosto, intendere chiedere all’Altissimo quale sia il suo volere in questa maternità.

1,35: Nel Libro dell’ Esodo (33,7-11), si narra che dopo la costruzione della tenda del convegno, una nube scendeva sull’arca dell’alleanza per indicare la presenza di Dio, ebbene, Maria, a questo punto, sta per divenire la dimora di una speciale presenza divina.

1,37: « … nulla è impossibile a Dio … », da cfr. con un versetto del Libro della Genesi, « …C'è forse qualche cosa d'impossibile per il Signore? … » - (18,14).

Con il vangelo di oggi assistiamo all’annunzio fatto a Maria dall’angelo Gabriele, nella cornice di un villaggio di Nazareth. Il saluto dell'angelo a Maria (del versetto ventotto) è qualcosa di eccezionale. « … l'angelo Gabriele […] Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te … ». L’Onnipotente concede il suo favore alla giovane donna scegliendola per diventare la madre del Messia, tuttavia, questo, lei non lo sa ancora. Quanto alle parole «il Signore è con te», esse sono pronunciate dall'angelo del Signore quando Dio garantisce la sua protezione a chi chiama a un compito particolare. Da questo momento sorge (e comprensibilmente) la perplessità di Maria che si domanda di che cosa si tratti. Solamente quando il messaggero avrà parlato della nascita del «Figlio di Dio» (v. 35) Maria saprà di essere «madre del Signore» (cfr. 1,43); le parole del saluto acquisteranno allora in retrospettiva tutto un altro significato, anche per noi che siamo i lettori di oggi. Il nome dell'angelo è rivelato al lettore fin dall'inizio: ancora Gabriele, come nella scena precedente descritta dall’evangelista Luca. Il suo invio alla sposa «di un uomo della casa di Davide» fa ricordare il compimento della promessa messianica; Maria ignora però l'identità del messaggero. Si manifesta quindi ancor più in preponderanza la fede che presterà alle sue parole. Maria consegue un compito grandioso che è quello di concepire (e di generare) Gesù, Figlio di Dio e Messia (davidico). Lo Spirito Santo pertanto scende su Maria, in pienezza, come presenza efficace, partecipazione vitale di Dio stesso. L’evangelista pensa di rappresentare Maria come l’arca dell’alleanza (del tempio di Sion), sede della presenza del Signore in mezzo al suo popolo, pertanto, l’angelo evoca l’ombra della nube che avvolgeva il tempio, indicando l’irruzione del mistero. E’ altresì per questo che chiama la Vergine Maria «piena di grazia». Un’espressione che tradotta letteralmente significa «ricolmata di grazia» da Dio stesso, per divenire la madre di suo figlio. Se oggi tutta la Chiesa celebra con gioia la festa dell’Immacolata, è anche perché nessuno meglio di Maria Santissima, può aiutarci a vivere bene il tempo di Avvento. La verginità di Maria esprime anche un'importante peculiarità, infatti, la giovane donna muove subito un'obiezione al messaggio celeste, ponendo una domanda: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo … ». In questo momento, è l’angelo stesso che non riterrà la domanda di Maria una mancanza di fede. Egli risponde alla domanda senza farvi obiezione e, a Maria sarà concesso un segno che, al contrario di quello ricevuto da Zaccaria, non costituisce un castigo: la sua parente è incinta. Il fatto nuovo è che ora Maria si trova di fronte a una situazione radicalmente nuova nella Storia Sacra, la quale non parla di concepimento senza unione sessuale, mentre il marito di Elsabetta conosceva perfettamente la storia di Abramo, identica alla sua.

Le due «annunciazioni» pressoché concomitanti (vale a dire quella della nascita di Giovanni Battista e, quella di Gesù) divergono quindi su questo punto, e al silenzio forzato del sacerdote si oppone l’accondiscendente accettazione della «serva del Signore», che si sottomette definitivamente alla «parola». In questo modo, la «parola» è adempiuta! Maria si definirà di nuovo col nome di «serva», una parola che l’evangelista Luca utilizza anche in altre circostanze, per designare i membri della Chiesa (cfr. Atti degli Apostoli 2,18; 4,29; 16,17). Oggi più che mai, siamo tutti invitati a meditare la fede e la disponibilità di Maria al piano di Dio. Le parole della Vergine Maria: «avvenga per me secondo la tua parola» insegnano ancor’oggi che, con l’aiuto di Dio, è possibile fidarci realmente del Padre Eterno, quindi, è effettivamente possibile (anche per ciascuno di noi), nella nostra vita quotidiana, accogliere la volontà di Dio! Il Padre Eterno per realizzare il suo piano salvifico ha chiesto la collaborazione della Vergine Maria, ciò nondimeno, continua a chiedere a ciascuno di noi la propria collaborazione e partecipazione. Il Padre Eterno intende continuare a servirsi degli uomini per salvare l’umanità. Nella storia della salvezza, il castigo divino (a causa del peccato originale) non è mai l’ultima parola di Dio. Egli, infatti, annuncia immediatamente che dalla discendenza di Eva nascerà Chi vincerà il male e salverà l’umanità (Genesi 3,9ss). L’Onnipotente distruggerà la malvagità di questo mondo, rinnovandolo fin dalle fondamenta. La Vergine Maria rappresenta dunque per l’umanità una grande speranza, la fiducia che, nella lotta contro il potere delle tenebre (vale a dire il male), possiamo ancora farcela! Anche i Santi, per altro, ne sono una conferma. Essi sono stati strumenti docili nelle mani di Dio e, l’Altissimo si è servito di loro per compiere meraviglie. La grazia del Signore ha fatto poi irruzione sulla terra in maniera straripante, impensabile, imprevedibile. Una vergine, restando tale, dà alla luce un figlio. Questo figlio è il Verbo di Dio incarnato. Che si vuole di più? Com’è possibile pronunciare tutte queste cose senza meraviglia, senza felicità? Se una donna, quindi, è stata utilizzata dal maligno per far capitolare il genere umano, una donna sarà scelta da Dio per far capitolare Satana e riconsegnare la salvezza all’uomo! Una donna che concepirà nel suo seno e, per potenza dello Spirito Santo, il Figlio di Dio, ebbene, sarà quest’ultimo il vincitore di Satana e il ricreatore dell’uomo stesso. Il Figlio di Dio s’incarna e col Figlio Maria vive un’alleanza che, seppur sia singolare, tuttavia, fa certamente parte di quella che è tra Cristo e la Chiesa, vale a dire, la nuova ed eterna alleanza. Ebbene, quest’alleanza (singolare) Gesù l’ha allargata a noi, donandoci Maria per Madre! Ecco, entra nel mondo la nuova Eva, madre di tutti i viventi, colei che schiaccia la testa al serpente di tutti i mali. Maria, pensata da Dio, voluta da Dio, amata da Dio, entra nel mondo con una dignità che la sottrae allo stesso peccato originale, ciò nondimeno, con una libertà che la pone protagonista del mistero della salvezza! E’ lei che pronuncia queste parole: «avvenga per me secondo la tua parola». E’ innegabile che l’Onnipotente compia in questa donna meraviglie grandiose. Acclami, davvero, il Signore tutta la terra. L’Onnipotente si è ricordato del suo amore, del suo patto di alleanza, della sua fedeltà alla casa di Israele. Con Maria, la prima redenta, la preservata dall’origine del male, tutta la nostra esistenza, il nostro modo di vivere, divengono diversi. Maria rimane la figura, per eccellenza, della comunione definitiva di Dio con l’uomo. Grazie a Maria, ancora oggi, abbiamo il Corpo di Cristo in mezzo a noi. Chi, oggi, accoglie Maria entra pienamente nel disegno di Dio centrato su Gesù Cristo. Non accogliere Maria, significa, ferire la nuova ed eterna alleanza stabilita da Cristo. La consacrazione a Maria, l’affidamento a Maria, come si usa dire oggigiorno, serbando la parola «consacrazione» per il riferimento a Dio, non è dunque un atto solamente pio, bensì, esso è giusto e necessario all’unione interiore e profonda con Cristo. Chi vuol essere pienamente di Cristo non può, evidentemente, trascurare la madre che è la donna che, con la sua obbedienza all’Altissimo, l’Onnipotente ha demolito la sfrontatezza del demonio che ottenne con l’antica Eva. Gesù Cristo ha vinto Satana con la sua obbedienza al Padre, Maria in dipendenza da Cristo, amato da lei anche prima che fosse nel suo grembo, perché atteso con tutto il cuore, ha vinto il maligno. Se il demonio fu euforico quando corruppe la prima donna, in questo momento è atterrito, perché infinitamente vinto. Il maligno, pertanto, è vinto dalla nuova Eva, dal calcagno di quella donna, il cui cuore non ha mai stato in grado nemmeno di sfiorare. In conclusione, il compimento del progetto dell’Altissimo sopraggiunge mentre Maria è ricolmata della grazia divina. Lo Spirito Santo compie, in questa specialissima donna, il disegno di salvare l’umanità dal peccato. Maria ne è la piena dimostrazione. La Vergine Maria accogliendo la vocazione di Madre di Dio, diviene portatrice di grazia. Oggi più che mai siamo invitati a onorare cristianamente la Santa Vergine nella solennità della sua immacolata concezione. Questa rimane pertanto una festa celebrativa non soltanto del privilegio personale di Maria, bensì, anche come segno grandioso dell’amore di Dio verso l’intera umanità. Infine, a Maria Vergine chiediamo in particolar modo di aiutare ciascuno di noi a rispondere con la forza della verità e, dell’amore, alle nuove e sconvolgenti minacce del momento presente. Ci aiuti la Beata Vergine Maria a superare anche questo momento difficile che turba la serenità della nostra nazione (e quindi di tante persone), ci sostenga sempre a impegnarci senza indugi nel costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura della concordia.

2° DOMENICA DI AVVENTO – ANNO "B" – 4 Dicembre 2011

Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 84 (85); 2° Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8

«Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaia: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: "Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo"».

Il vangelo di Marco si apre con una citazione biblica disposta all’insegna del profeta Isaia che illustra la figura e la missione di Giovanni Battista. Quest’ultimo «irrompe subito sulla scena» con il suo battesimo, definito nella finalità di conversione, di rimettere il peccato. Il suo, quindi, è assai diverso da un atto rituale di purificazione, come accadeva invece nel giudaismo classico. Giovanni è oggi ritratto sia come nomade, sia come profeta. Egli è un profeta che «vive in ascesi» nel deserto palestinese e, annunzia l’arrivo del Messia. Nei confronti di Gesù lo stesso Giovanni, in ogni caso, si dichiara in assoluta inferiorità, attestata poi, dall’espressione di non essere nemmeno degno si sciogliere «i lacci dei suoi sandali». «Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore … », Giovanni intende pertanto fare udire anche a noi, oggi, la voce di Dio che chiama alla conversione. Sta per giungere il redentore della nostra miserabile vita, colui, che è in grado di realizzarla in pienezza! Viene nella nostra storia quotidiana, Gesù, il Salvatore, come uomo che è in grado di condividere la nostra stessa vicenda umana. Gesù, tuttavia, viene per redimerla, perché è Figlio di Dio. Procediamo tuttavia con ordine. L’evangelista inizia quindi il suo vangelo con una particolare ed emozionante presentazione. Ogni parola di Marco è stata scelta, sicuramente con cura particolare. Con la parola «inizio» incomincia anche il Libro della Genesi e, l’evangelista sembra quindi suggerirci che Gesù sta per inaugurare una nuova storia sacra, o meglio, una creazione nuova. La parola «Vangelo» indica letteralmente una «buona novella» e designa, effettivamente, non un libro qualsiasi, bensì, un messaggio di gioia. Quella stessa gioia, si può riscontrare anche nell’Antico Testamento, e precisamente nel profeta Isaia (40,9; 52,7), per annunciare l’evento gioioso della liberazione del popolo di Dio, dall’esilio babilonese (nel sesto secolo A.C.). All’epoca di Gesù di Nazareth, nel mondo profano, la «buona novella» doveva considerarsi un evento favorevole, che avrebbe segnato la storia dell’umanità, vale a dire, una vittoria, una nascita, o un’incoronazione regale. L’evento gioioso che è proclamato, è quindi di grandissimo rilievo. Almeno due sono le qualifiche notevolmente rilevanti e attribuite al «profeta di Galilea»: Gesù di Nazareth è il «Cristo», è il «Figlio di Dio». Il messia, nella Sacra Scrittura, è una persona importante che ha ricevuto l’«unzione». Egli è l’uomo che Dio ha consacrato, Egli è il suo inviato speciale, per stabilire il suo regno nel mondo. Fin dalla fondazione del regno d’Israele (per opera di Davide, circa nell’anno mille A.C.) i giudei attendevano un Re Messia che, ancor più di Davide sarebbe stato fedele all’Alleanza divina (cfr. 2° Samuele 7,11-17). Nel corso del tempo, la figura del messia aveva assunto molteplici aspetti, tra questi anche la figura di un uomo politico, provvisto della potenza divina a sufficienza, per allontanare finalmente e, per sempre, l’occupante romano dal territorio palestinese. Altri soggetti vedevano nel messia un profeta importante che avrebbe restaurato, sulla terra, la Legge di Dio in tutta la sua interezza. L’evangelista, invece, è un uomo che vede in Gesù di Nazareth il Messia che oltrepassa, o meglio, trascende, tutte queste miserabili vedute, troppo umane. Marco intende farci scoprire la «messianità» autentica di Gesù, quale si è rivelata progressivamente nel corso della sua missione, soprattutto, nella sua morte e risurrezione. Quando Marco scrive il suo vangelo, la divinità di Gesù è già professata dai «cristiani» e, l’espressione «Figlio di Dio» ha (per i suoi lettori ellenici) una «colorazione meno giudaica» di quella di «messia». Essa consente ai pagani convertiti di esprimere la loro fede in chi si è rivelato, più che un messia umano, Dio venuto in mezzo agli uomini! L’evangelista designando Gesù (all’inizio del suo vangelo) come «Cristo» e «Figlio di Dio», annuncia le due grandi sezioni nelle quali si articola la sua opera. La prima sezione porta il lettore a riconoscere in Gesù («Tu sei il Cristo»), sulle stesse orme rilasciate da Simon Pietro. La seconda sezione conduce alla professione di fede (per altro molto profonda) collocata sulle labbra del centurione romano che staziona sotto la croce di Gesù: «Davvero quest’uomo era figlio di Dio» (15,39). La profondità del «mistero di Gesù Cristo», in questo modo, si rivela progressivamente. Marco asseconda il lettore di oggi che desidera scoprire man mano la messianità, la divinità, di Gesù Cristo, ciò nonostante, senza farlo passare subito attraverso il paradosso della croce!

E’ fuori dubbio che porsi alla sequela di Gesù Cristo, esige da parte di ciascuno di noi una grande dose di coraggio, soprattutto, per sostenere un completo cambiamento del nostro cuore e, per divenire veramente risoluti nel scegliere il bene. È altrettanto difficile ma è necessario dire ai cosiddetti potenti dei giorni nostri, reali o capi di stato, che solamente il Signore è il Re dei re e Signore di tutti i Signori. Sovente i cristiani preferiscono intrattenere, invece, con i potenti della terra, dialoghi accademici o di mera cortesia, per non urtare la sensibilità di qualcuno. Viceversa deve essere messo in chiaro la nostra autentica identità di «cristiani». Tutto questo implica coraggio che a Giovanni Battista, certamente, non mancava proprio. La sua bella figura corrispondeva al suo modo di pronunciarsi, chiaro, onesto, profondamente incisivo. Anche la sua «assenza» di adesione a tutto ciò di cui il mondo moderno si compiace e, di cui perisce, è assolutamente esemplare. Oggigiorno, purtroppo, noi corriamo il rischio di rimanere vittime di un progresso tecnologico, sviluppato alla massima potenza, fino a smorzare valori autentici, quali la penitenza e la mortificazione. Solamente il fedele cristiano che «vive di penitenza» acquisisce un saldo coraggio ad annunciare Gesù il Cristo. Contrizione, ravvedimento, pentimento, sono atteggiamenti utili che rendono solida la personalità del cristiano di oggi. Sostanzialmente sono proprio questi gli atteggiamenti che «ci rendono» pronti a «pagare di persona», come fece proprio Giovanni Battista dinanzi a Erode e a Erodiade. Tutto l’Avvento è un tempo di attesa o, meglio dire, tempo di esercizio alla vera attesa, che è desiderio di «Colui che viene». E’ anche giunto il tempo di «stringere i tempi» con la conversione personale e, con il desiderio dell’incontro finale, poiché, siamo pellegrini in questo mondo nel quale, ciò nonostante, noi «cristiani» dobbiamo operare come costruttori di civiltà. Prendendo atto che: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi», come sostiene San Pietro (2°Pt 3,9), è assolutamente necessario stringere i tempi, perché se il Signore ritarda a venire, questi lo fa per consentire a ciascuno di convertirsi, e anche perché non è stato ancora completato quel numero immenso di «eletti» che eternamente lo glorificheranno in cielo. Chi è allora il discepolo di Gesù? Oggigiorno, il discepolo di Gesù è un credente in attesa! Nel cammino della vita, egli, tuttavia, riconosce in Dio il Padre giusto e buono che ha cura dei suoi figli. Il «credente in attesa» è altresì consapevole che, con l’esclusione di Dio, il mondo sarebbe completamente travolto dalla crudeltà e dalla perversità. Per questo sostanziale motivo, il discepolo rimane in attesa del suo Signore e, nutre ininterrottamente la più grande delle speranze, quella della salvezza. Tutto questo non è per nulla una prospettiva seducente, o un ordinario sollievo per le sofferenze del momento presente, bensì, esso è una promessa che si sta già realizzando. In questo momento, in questo mondo, infatti, esistono persone che non hanno alcuna paura di morire, per salvare altre persone e, per la forza della verità. Esistono soggetti che si abbassano sulle necessità umane quotidiane, che stanno accanto a malati o, disperati in cerca di aiuto. Vivono ancor’oggi delle persone che lottano per la giustizia e, per la realizzazione di un mondo migliore, spendendo le loro energie per la pace e la riconciliazione. Aspettano il Signore svolgendo il loro compito con fiducia irremovibile. Aspettano il ritorno del Padre Eterno, ovverosia, del padrone di casa e, per questo vegliano incessantemente. Vegliare, quindi, significa unire la fede alla speranza e, alla carità. Veglia chi cura e custodisce la casa che è il nostro mondo. Quando il Signore tornerà, sarà felice di ritrovarlo in ordine e, ripulito anche dalle nostre mediocrità. Il suo ritorno è sicuro. La nostra attenzione, quindi, non deve focalizzarsi sul quando quest’avvenimento avrà luogo, bensì, sul fatto in sé che è un mistero da accogliere e, contemplare, qui, oggi e subito. Che il Signore, ritornando, non ci trovi assopiti! Un ultimo spunto sul quale terminare la meditazione rimane il tempo liturgico sul quale ci ritroviamo: l’Avvento, ovverosia, momento della gioia orante e operosa. L’Avvento stimola all’attesa vigilante del Messia salvatore, perché Egli si rivelerà nel deserto, che diverrà un giardino primaverile e fiorito. Anche il Vangelo di oggi, quale, «lieta notizia» presenta (Giovanni Battista) il messaggero nel deserto. Quest’ultimo richiama la necessità della confessione delle colpe, l’invito al battesimo di penitenza e, annuncia la prossima venuta del Messia. In Cristo, «il più forte» nei confronti di Satana, Colui che è in grado di battezzare con lo Spirito Santo, appariranno «nuovi cieli e una terra nuova», dove troverà permanenza definitiva la giustizia. Spunterà finalmente l’umanità nuova, illuminata, guidata dal Signore stesso. Chi di noi poi, tra il popolo liberato e riconciliato, «prepara la via al Signore» nell’intimo del proprio cuore, a Natale non potrà che contemplare il Figlio di Dio nella culla di Betlemme e, anch’egli sarà trasformato in figlio prediletto e amato dal Signore!