
PASQUA DI RISURREZIONE – 24 Aprile 2011
Giovanni 20,1-9
«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l hanno posto!". Pietro allora uscì insieme all altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti».
20,1-10: Il sepolcro vuoto (cfr. Mt 28,1-10; Mc 16,1-8; Lc 24,1-12). Le donne di Galilea si portano sulla tomba del Maestro Gesù, all’indomani, vale a dire il mattino del primo giorno della settimana. 20,1: Il primo giorno della settimana sarà chiamato «giorno del Signore» (cfr. Apocalisse 1,10). 20,2: L’altro discepolo è verosimilmente Giovanni l’evangelista. L’autore si limita quindi a raccontare quello che accadde a Maria Maddalena. Emergono forti sospetti quando lei stessa si accorse che, la pietra era stata rotolata dall’apertura: in questo sepolcro non poteva più trovarsi il corpo del Maestro. Questa donna, divenuta nel frattempo molto ansiosa, corre a riferire dell’accaduto a Pietro e Giovanni. Gli stessi discepoli, allarmati dalle parole di quest’ultima, corrono al sepolcro anche loro, per costatare di persona, che Maria Maddalena avesse dichiarato tutta la verità. A visita terminata, se ne ritornarono a casa. La visita al sepolcro avrà l’effetto di aprire le menti degli Apostoli e di condurli, finalmente, a credere che Gesù è davvero risorto!
Cristo, nostra speranza, è davvero risorto! E’ questa la gioiosa proclamazione di oggi, diretta a tutti gli uomini di questo mondo! Cristo è, davvero, risorto e, vive in eterno! I «cristiani» non annunciano una semplice teoria, vale a dire, quella della risurrezione. Essi proclamano invece che Gesù Cristo, messo a morte dagli uomini, è stato risuscitato da Dio, l’Onnipotente! Ora non è più in discussione una storia qualsiasi e, nemmeno un’idea astratta, bensì, si tratta di un nuovo modo di vivere. Ripartiamo comunque dall’analisi del brano del Vangelo, lo scenario di oggi si realizza attorno al sepolcro, con diversi protagonisti che sono, Maria di Magdala, Pietro e l’altro discepolo (che Gesù amava, vale a dire lo stesso Giovanni, l’evangelista). Maria (Maddalena) apre e chiude la narrazione. La visita al sepolcro ripropone un duplice messaggio, con talune scene che sono sostanzialmente differenti. L’episodio, dedicato a Maria Maddalena, è interrotto dalla visita dei due discepoli, tuttavia, si rileva un crescendo drammatico in questi movimenti (successivi al sepolcro). Pertanto, trascorso il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala si reca a visitare il sepolcro di Gesù, quando all’esterno era ancora buio, tuttavia la donna scorge subito che la pietra era stata rotolata via, dall’ingresso del loculo. La pietra sepolcrale è stata ribaltata per mostrare, a tutti, il trionfo definitivo di Dio sulla morte umana! Corse allora a casa e, andò a riferire tutto a Pietro e, Giovanni. «Hanno portato via il Signore dal sepolcro», allora, anche i discepoli si recano al sepolcro per verificare e, infatti, costatano che all’interno sono rimasti soltanto dei «segni» della sua presenza. Pietro «vide le bende … e il sudario», l’altro discepolo, «vide e credette». Anche i fedeli di oggi allora sono invitati a «visitare il sepolcro di Cristo», tuttavia, non come la tomba di un grande eroe condottiero, bensì come una tomba vuota e smontata. Attraverso queste indicazioni, sempre più esplicite, il fedele è preparato a passare dai segni, alla rivelazione della risurrezione di Gesù Cristo. L’esperienza della risurrezione orbita, sostanzialmente, attorno a due verbi inequivocabili, «vedere» e «credere». Pietro entra nel sepolcro di Gesù, vede le bende per terra, il sudario avvolto in disparte, quindi, entra anche il discepolo amato. Giovanni vede questo «segno» e crede. La sua fede non riguarda tanto l’«avvenimento» della risurrezione di Gesù e, nemmeno la sua precisa circostanza. Egli crede in Gesù Cristo! Giovanni crede nel «Figlio di Dio»! L’esperienza vissuta, dinanzi al sepolcro di Gesù, rappresenta lo sviluppo che inizia dal «vedere» e, procede al «credere». Secondo Maria, la pietra che è stata tolta dal sepolcro significa (per lei) che il Signore è stato portato via («Hanno portato via il mio Signore e non sappiamo dove l’hanno posto»)! Pietro vede le bende e, il sudario all’interno del sepolcro, ciò nonostante, non ha alcuna reazione esteriore. Soltanto Giovanni (il discepolo egli amava) «vide e credette». Ebbene, si afferma ancora una volta che nel percorso (di queste figure di spicco) ci si sposta, dal semplice stupirsi al «vedere», stavolta però «illuminato» dalla fede! Maria (che si fermerà a piangere presso il sepolcro) dopo l’incontro con Gesù risorto («Donna, perché piangi? Chi cerchi?») correrà dai discepoli e, annunzia loro: «Ho visto il Signore». Cristo, infatti, si trova già nell’eternità, nella gloria di Dio. Egli è il «sole perfetto del giorno senza tramonto»! Da oggi, anche noi, siamo invitati a non cercare più, nel rimpianto malinconico e, nello sconforto, «colui che è vivo» ed è in mezzo a noi, per sempre! Pietro e gli Apostoli che, di fronte all’incontenibile annunzio della risurrezione, da parte delle donne, si saranno ritrovati a pensare che sarebbero dovuti essere loro stessi, semmai, i primi a vedere il Signore, viceversa, saranno quelli più spiazzati. Il Vangelo di Giovanni ha «personalizzato le esperienze di fede» dopo la risurrezione, ricollegandole a singoli individui, e caratterizzando modelli di fede molto svariati. Il discepolo che Gesù amava crede, pertanto, senza aver visto! Maria maddalena riconosce il Signore, soltanto, quando Egli la chiama per nome (cfr. Gv 20,16); i discepoli lo vedono e credono in Lui (20,20), quindi soltanto Tommaso (per ora) non intende credere, senza averlo visto e, toccato. Inoltre, la narrazione odierna sottopone all’attenzione del lettore che, tra i due discepoli, sia Pietro a entrare per primo all’interno del sepolcro di Gesù Cristo, divenendo in questo modo per la Chiesa delle origini, un testimone indiscusso.
L’altro discepolo (Giovanni), invece e, senza alcuna sorta di rivalità nei confronti di Pietro, contribuisce a porre in risalto quella che, dovrebbe essere per ogni autentico cristiano, la sua adesione incondizionata al Signore. Questo complesso rapporto, tra i due discepoli, sarà meglio evidenziato nel ventunesimo capitolo del Vangelo stesso. L’energia prorompente di quest’avvenimento straordinario è di tale ampiezza che, non può essere smorzata! E’ un annuncio di vittoria.
Gli Apostoli e le donne, quindi, non hanno seguito un ingenuo, un sognatore, ma, il Figlio di Dio. Le sue preziosissime parole non erano soltanto una dolce carezza, bensì erano la Verità. I discepoli che vivono l’esperienza dell’incontro (con il Signore) dicono a Tommaso (che non era presente): «Abbiamo visto il Signore». Questo discepolo, per credere, esige di vedere nelle mani di Gesù, i segni dei chiodi. In seguito, di fronte a Gesù risorto, che si fa vedere con i segni della passione, Tommaso esclamerà: «Mio Signore e mio Dio! ». A questo punto, Gesù risorto traccia il percorso della fede per tutti i credenti di oggi: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». La narrazione, iniziata al sepolcro trovato vuoto, terminerà con la scena dell’incontro di Maria (di Magdala) con il Signore risorto, nel giardino, dove si trova il sepolcro. La seconda parte, che si svolge all’interno del luogo dove sono riuniti i discepoli, finisce con l’incontro dei due personaggi principali (il Signore e l’Apostolo Tommaso). L’esperienza della risurrezione termina con un epilogo che crea, sostanzialmente, la conclusione all’intero Vangelo (di Giovanni). Chi crede in Cristo risorge da morte e, da quella stessa morte causata dalla «colpa». Il «cristiano» risorge all’atto del Battesimo e, unito al suo Signore, non può più restare nelle cose della terra se, non per viverle nella luce delle cose del cielo. L’annuncio della risurrezione è incontenibile, sia tra le donne, sia tra i suoi discepoli, tuttavia, diviene ben presto travolgente e inarrestabile anche verso la città di Gerusalemme, quindi, verso il mondo intero. Perché questo fatto dell’uomo di Nazareth che, a seguito della crocifissione, risorge il terzo giorno, ha stabilito un corso nuovo a tutta la vicenda umana! Ebbene, se ancor’oggi si celebra la Pasqua, questo è dovuto allo straordinario avvenimento che è avvenuto circa duemila anni fa, in Palestina; il Cristo è davvero risorto e, ha «preceduto» i discepoli in Galilea. Questo è dunque il momento più rilevante della storia umana e, di tutti i tempi! Con quest’avvenimento si crede a un fatto realmente accaduto e, alquanto, umanamente inconcepibile. Oltre a questa «illogicità», noi crediamo, ancor prima di Pietro, Giovanni e la Maddalena che, non avevano ancora compreso chiaramente che, Egli sarebbe dovuto risuscitare dai morti! E’ proprio perché, queste umili persone non potevano nemmeno sognare una tale possibilità che, noi cristiani, da oltre duemila anni, preghiamo ancora quell’«uomo – Dio». La forza del Risorto entrerà nei discepoli a Pentecoste e, l’annuncio della Chiesa Cattolica non potrà più essere fermato! «Nessuno può fermare la Chiesa» aveva affermato l’indimenticabile Papa Giovanni Paolo II, ciò significa che l’annuncio del Risorto non finirà. La Madre Chiesa potrà essere ancora oppressa o, costretta a un’attenzione prudente per non restare invischiata in azioni di persecuzione mortale, ciò nonostante, l’annuncio del Risorto, nessuno lo può arrestare! Ancor’oggi tanti uomini (martiri) annunciando la risurrezione di Cristo, in tante zone sconsigliabili del pianeta, rischiano di essere uccisi. La loro morte è comunque affrontata nella certezza della risurrezione, poiché se noi cristiani, siamo in Cristo, siamo già risorti, mediante la vita della grazia e, un giorno, dopo la morte del corpo, conosceremo la vita eterna! Rimane a questo punto soltanto un’altra ombra, comunque da dileguare subito! Cristo non si è mostrato a tutto il popolo, proprio perché ci fosse un’«unione superiore», quella che si realizza nel «popolo rinnovato» dalla Grazia che, è la Chiesa, dove ogni membro è testimone all’altro (membro) di un’unione profondissima nel Cristo Risorto! La «comunione dei santi», infine, non può non avere in sé la gioia della testimonianza cristiana vicendevole, per l’edificazione reciproca; in tal modo la Chiesa rende testimonianza al mondo intero del Cristo Risorto! Questo è il giorno della Pasqua di Cristo che, inaugura per l’umanità riunita, una rinnovata primavera di speranza. Oggi appare più che mai necessario che, si deve ripartire da Gesù Cristo, Risorto! Per noi «cristiani», è necessario aderire sempre di più a Cristo, centro della nostra vita quotidiana e, riprendere con vigore un cammino di conversione. Questo cammino di rinnovamento e, di trasformazione interiore, come nell’esperienza primitiva degli Apostoli, dopo la sua risurrezione è stato, fondamentalmente, un «ripartire da Cristo»! Anche noi, oggi, siamo invitati a ripartire dal Risorto, perché proprio da Gesù, i primi cristiani, sono partiti! Dal Risorto, migliaia di uomini e donne (di ogni ceto culturale e sociale) sono ripartiti per «attraversare la storia» della Chiesa, anch’essi consacrati dallo Spirito Santo in forza della Sua chiamata. Per il Signore Gesù Cristo, ciascuno di loro ha lasciato tutto, per seguirlo pienamente, rendendosi disponibili per l’annuncio del Regno di Dio e per fare del bene a tutti! Non ci dimentichi mai che, il dono di Dio, è sempre più forte dell’inadeguatezza umana e, della stessa consapevolezza della propria fragilità e povertà. A tutto questo, supplisce la grandezza della chiamata del Padre Eterno! E’ Cristo stesso, inoltre, che si rende ancora presente nelle nostre comunità di appartenenza, perché ci siamo riuniti nel Suo nome, ed Egli orienta la stessa comunità verso il Padre, guidandola sulle strade del mondo, all’incontro con i fratelli. E’ il Risorto, ancora, che ha reso le nostre stesse comunità, strumenti del suo Amore e costruttrici del Regno di Dio, in comunione con tutte le altre «vocazioni», nella Chiesa. «Lasciar fare» allo Spirito Santo, apre le sorgenti d’acqua viva che sgorgano dal Cristo e, questo è «fattore fondamentale» nella vita del «cristiano». È di nuovo lo Spirito che consente a ciascuno di noi di riconoscere (in Gesù) il Signore Risorto e, che fa «udire al nostro cuore» la chiamata, alla sequela di Cristo! La chiamata a ritrovare le proprie radici e, le proprie scelte specifiche, nella spiritualità, apre, poi, inevitabilmente nuovi itinerari. In conclusione, quando la storia dell’umanità è visitata dal Padre Eterno, diviene inevitabilmente motivo di contrasto o, segno di contraddizione. Questa situazione è sostenuta dallo stesso evangelista e, in termini molto chiari. Gli individui cosiddetti semplici, umili, accolgono l’annuncio della risurrezione, costatano i fatti e, con il carattere soprannaturale della fede, si pongono alla ricerca, finché non hanno trovato il Signore. Quei soggetti che, viceversa, si ritengono essere dei saggi istruiti, rifiutano il messaggio dei fratelli, si rendono perfino ciechi, pur di non vedere, anche dinanzi all’evidenza dei fatti. Dotati di un’alta dose di orgoglio e di presunzione, non solamente si pongono a debita distanza da quanto è successo, ciò nondimeno, questi individui vogliono falsificare i fatti stessi, escogitando bugie e assoldando (per questa diabolica missione) dei falsi testimoni. Come allora, anche oggi, assistiamo alla storia umana di chi chiude gli occhi di fronte alla Verità, perché i malvagi sanno benissimo che Gesù Cristo giunge a noi (uomini di buona volontà) per interpellarci e, per assegnare, finalmente, un nuovo significato al corso degli eventi. Il Signore risorto si mostra ancora oggi a chi, nella ricerca impegnativa della «Verità che salva», si lascia guidare dagli «occhi della fede», così quest’uomo di oggi giunge finalmente a vedere, a dialogare, con Gesù Cristo che, è la Verità stessa. Cristo è davvero risorto!
DOMENICA DELLE PALME – 17 Aprile 2011
Matteo 26,14-27,66
«Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: "Prendete, mangiate: questo è il mio corpo". Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio". Dopo aver cantato l inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Allora Gesù disse loro: "Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea". Pietro gli disse: "Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai". Gli disse Gesù: "In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte". Pietro gli rispose: "Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò". Lo stesso dissero tutti i discepoli. Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!". Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: "Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà". Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: "Dormite pure e riposatevi! Ecco, l ora è vicina e il Figlio dell uomo viene consegnato in mano ai peccatori. 46Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino". Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!". Subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!". E lo baciò. E Gesù gli disse: "Amico, per questo sei qui!". Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: "Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?". In quello stesso momento Gesù disse alla folla: "Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti". Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: "Costui ha dichiarato: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"". Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?". Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio". "Tu l hai detto - gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d ora innanzi vedrete il Figlio dell uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo". Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". E quelli risposero: "È reo di morte!". Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: "Fa il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?". Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: "Anche tu eri con Gesù, il Galileo!". Ma egli negò davanti a tutti dicendo: "Non capisco che cosa dici". Mentre usciva verso l atrio, lo vide un altra serva e disse ai presenti: "Costui era con Gesù, il Nazareno". Ma egli negò di nuovo, giurando: "Non conosco quell uomo!". Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: "È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!". Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quell uomo!". E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: "Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte". E, uscito fuori, pianse amaramente. Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente". Ma quelli dissero: "A noi che importa? Pensaci tu!". 5Egli allora, gettate le monete d argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: "Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue". Tenuto consiglio, comprarono con esse il "Campo del vasaio" per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato "Campo di sangue" fino al giorno d oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore. Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Tu lo dici". E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: "Non senti quante testimonianze portano contro di te?". Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: "Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?". Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: "Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua". Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù.
Allora il governatore domandò loro: "Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?". Quelli risposero: "Barabba!". Chiese loro Pilato: "Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?". Tutti risposero: "Sia crocifisso!". Ed egli disse: "Ma che male ha fatto?". Essi allora gridavano più forte: "Sia crocifisso!". Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: "Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!". E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli". Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: "Salve, re dei Giudei!". Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa "Luogo del cranio", gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero lesuevesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: "Costui è Gesù, il re dei Giudei". Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: "Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!". Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: "Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio;lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: "Sono Figlio di Dio"!". Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì, Elì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: "Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!". Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era Figlio di Dio!". Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c erano Maria di Màgdala e l altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: "Signore, ci siamo ricordati che quell impostore, mentre era vivo, disse: "Dopo tre giorni risorgerò". Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: "È risorto dai morti". Così quest ultima impostura sarebbe peggiore della prima!". Pilato disse loro: "Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete". Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie».
26,28: molti = indica la moltitudine dell’umanità che, Gesù pone in salvo (cfr. Mt 20,28). 26,30-35: Gesù comunica l’abbandono dei discepoli (cfr. Mc 14,26-31; Lc 22,31-34; Gv 13,36-38). 26,30: L’inno includeva i Salmi 113-118. 26,31: Citazione in cfr. con Zc 13,7. 26,36-46: Gesù al Getsèmani (cfr. Mc 14,32-42; Lc 22,39-46; Gv 18,1; 12,27-29). 26,36: Getsèmani = frantoio dell’olio; era un fondo rustico ai piedi del monte degli Ulivi. 26,37: Gli stessi testimoni della trasfigurazione (cfr. Mt 17,1). 26,47-56: Gesù è arrestato (cfr. Mc 14,43-52; Lc 22,47-53; Gv 18,2-11). 26,53 Le legioni simboleggiano un numero illimitato. 26,57-68: Gesù è di fronte al tribunale ebraico (cfr. Mc 14,53-65; Lc 22,54-55.63-71; Gv 18,12-14.19-24). 26,59: Sul sinedrio (Citazione in cfr. con Mt 2,4). 26,61: La testimonianza è falsa, in quanto distorce il senso della frase. Gesù parlava della sua vicenda personale, non del tempio vero e proprio (Gv 2,19-21). 26,64: Gesù attribuisce a sé i due testi di Salmo 110,1 e Deuteronomio 7,13. 26,65: Gesto rituale che esprimeva indignazione per una bestemmia. 26,66: La sentenza doveva essere firmata dal rappresentante dell’imperatore romano: Gv 18,31. 26,69-75: Pietro rinnega Gesù (cfr. Mc 14,66-72; Lc 22,56-62; Gv 18,15-18.25-27). 26,73 Il dialetto della Galilea, parlato da Pietro, era alquanto diverso dalla lingua di Gerusalemme, specialmente nella pronuncia. 27, 1-10 Il suicidio di Giuda (Citazione in cfr. con At 1,18-19). 27,2: Pilato è il governatore della Giudea, come rappresentante dell’imperatore Tiberio dal 26 al 36 D.C. 27,6: Il compenso di un tradimento avrebbe reso impuro il tesoro del tempio. 27,9: Citazione in cfr. con Ger 32,6-9 e Zc 11, 12-13. 27,11-14: Gesù davanti a Pilato (cfr. Mc 15, 1-5; Lc 23, 1-5; Gv 18, 28-38). 27, 15-26: Lo consegnò perché fosse crocifisso (cfr. Mc 15, 6-15; cfr. Lc 23, 13-25; Gv 18, 39-40; 19, 12-16). 27,15: La Pasqua ebraica celebrava la liberazione dall’Egitto. 27,19: I sogni di primo mattino erano ritenuti da alcuni come sicuro presagio. 27,22: La croce era decretata ai peggiori delinquenti e a quelli che erano privi dei diritti civili. 27,24: Chi compiva il gesto di lavarsi le mani intendeva con esso dichiarare che non si assumeva nessuna responsabilità. 27,27-31: Gesù insultato (cfr. Mc 15,16-20; Gv 19,2-3.14). 27,27: Il pretorio era la residenza del procuratore romano quando si trovava a Gerusalemme, poiché abitualmente egli risiedeva a Cesarea. 27,32-44: Crocifissione di Gesù (cfr. Mc 15,21-32; Lc 23, 26-43; Gv 19, 17-27). 27,32-44: La narrazione è intessuta di numerosi richiami al Salmo 22. 27,33: Gòlgota è una parola aramaica che significa «cranio» e, quindi si trattava di un rialzo roccioso tondeggiante, a forma di cranio. 27,34: Il vino mescolato con fiele doveva alleviare la sofferenza. 27,45-56: Agonia e morte di Gesù (Citazione in cfr. con: Mc 15, 33-41; Lc 23, 44-49; Gv 19, 28-30). 27,45: Le tenebre annunziavano gli interventi di Dio giudice (Citazione in cfr. con: Am 8,9; Is 13,10; Ger 15,9). 27,46: Citazione in cfr. con Salmo 22,2. La citazione iniziale si prolunga implicitamente a tutto il salmo, che nella seconda parte esalta i benefici universali della passione del messia. Non è un’esclamazione di disperazione bensì di supplica. 27,47: Fraintendimento voluto; il profeta Elia era invocato come soccorritore degli afflitti. 27,51-53: Due veli proteggevano le parti più riservate del tempio, il «Santo» e il «Santo dei Santi».
A questo punto si allude, verosimilmente, al velo più interno che separava l’area più sacra, in cui poteva accedere solo il sommo sacerdote. Il suo squarciarsi indica la fine dell’antica economia religiosa: Citazione in cfr. con Eb 10,20. Gli altri segni qui riportati dicono che la via della croce è la via della risurrezione. 27,56: Màgdala è il villaggio situato a ovest del lago di Galilea. 27,57-66: Sepoltura di Gesù (cfr. Mc 15, 42-47; Lc 23, 50-56; Gv 19, 38-42). 27,57: Gesù doveva essere sepolto prima del tramonto, quando cominciava il sabato e quindi il riposo festivo. Arimatea era un villaggio localizzato a trentacinque chilometri a nord-ovest di Gerusalemme. 27,62: La Parasceve (vale a dire, preparazione) corrispondeva alla vigilia del sabato. Giorno nel quale si preparava il pasto, per il giorno seguente che doveva essere di riposo assoluto.
Quello che abbiamo percorso insieme fino ad oggi è stato un lungo cammino quaresimale, vale a dire un tempo privilegiato del percorso interiore verso chi, rimane davvero e, per tutti, l’unica fonte della misericordia. È un viaggio nel quale Gesù stesso oggi ci accompagna, attraversando il deserto della nostra povertà e, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Mentre purtroppo il tentatore di turno suggerisce al giovane di oggi di ricorrere all’effimero dei «piaceri istantanei», o di riporre una prestigiosa aspettativa nell’opera delle nostre mani, il Padre Eterno ci custodisce e ci sostiene per l’Eternità. Anche oggi, seppur in mezzo a tanto frastuono, che si alza dalla nostra sgangherata società civile, il Signore ascolta il grido delle moltitudini di giovani, come noi, affamati di gioia, di pace, di amore. In una «società avanzata» come la nostra, sempre più spesso, desolazione e miseria colpiscono senza distinzione, bambini, giovani e adulti, ciò nonostante, Dio non acconsentirà mai che il buio dell’orrore e della desolazione generale prevalga su tutti e, detti la sua legge! La misericordia di Dio porrà, comunque, una barriera al male e, anche oggi i cristiani devono vivere la consapevolezza che lo sguardo di Gesù Cristo non cessa di posarsi sugli uomini che abitano il nostro amato paese. Gesù chiama tutti alla salvezza! Con uno sguardo particolare, anche quest’anno, Gesù Cristo abbraccia i singoli e, consegna tutti al Padre, offrendo se stesso in sacrificio di espiazione dei peccati commessi, anche con la Pasqua del 2011. Nella celebrazione e, nella catechesi, di questo giorno speciale sono messi in luce l’uno e l’altro aspetto del mistero pasquale. La celebrazione della Messa della Passione è preceduta dalla solenne processione delle Palme; Gesù, infatti, presenta se stesso, come il Messia acclamato dalla folla. La nostra partecipazione, a questo speciale rito, dovrà essere, necessariamente e unitamente, un atto di fede in Cristo Signore e, una promessa personale a seguirlo lungo il suo cammino. Questa domenica è un’occasione per rendere grazie al Padre, per averci «dato» suo Figlio, nostro Maestro e Redentore. L’Altissimo ci conceda allora la grazia di seguirlo, sempre e, più da vicino, con generosità e fedeltà. Secondo la comune attesa del tempo, il Messia sarebbe dovuto apparire su una sorta di cavalcatura regale, avvolto magari da un’aureola di luce e, pronto a guidare il popolo di Israele al trionfo, invece le cose sono andate piuttosto diversamente. La vicenda vissuta dal Messia è stata una sorta di sprofondamento nel baratro della miseria e del vuoto; spogliarsi, umiliarsi, morire, essere crocifisso, sono questi, in concreto, i gradini di un’inarrestabile discesa agli inferi del Cristo. Gesù Cristo indossa ora le vesti di un «servo» e in questo momento, la sua immagine non ha più nessuna tonalità luminosa, bensì è l’oscura e miserabile condizione dell’essere umano calpestato. Ancora una volta si è dimostrato che la salvezza non passa attraverso delle strade trionfali, bensì, per quella che ancor’oggi a Gerusalemme è chiamata la «via dolorosa». Pervenendo al vertice della Liturgia della Parola di oggi, le ambiguità precedenti si sciolgono nella sequenza narrativa degli eventi della passione. Il «servo» è Gesù di Nazareth che, vive le ultime ore della sua esistenza terrena in un crescendo di umiliazione e di sofferenza. Per acconsentire a una miglior comprensione dell’importanza di questa nuova e specialissima settimana che si sta per aprire, indubbiamente sarebbe utile leggere e approfondire (nella propria meditazione personale) tutto il vangelo di Matteo. I due brani (di Matteo 26-27) nei quali oggi concentriamo la nostra attenzione, si articolano in scenari suggestivi che si susseguono con rapidità e gravità, tuttavia ciascuno di loro ha racchiuso in sé, un messaggio preciso, una «semente di salvezza». La cena pasquale celebra il mistero della presenza ininterrotta del Cristo, in mezzo al suo popolo. Nell’orto degli Ulivi, Gesù è il modello perfetto del cristiano che, sperimenta l’agonia del silenzio, dell’abbandono degli uomini, del voltafaccia degli amici. E’ sorprendente come Gesù, nel momento del suo arresto, ribadisca il suo amore appassionato per il perdono e, per la non violenza. Il processo giudaico, innanzitutto è contagiato da quella che è in sostanza un’altra rivelazione messianica e, divina, di Gesù di fronte al suo popolo, « … d ora innanzi vedrete il Figlio dell uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo … », quindi decreta la scelta della folla e, svela l’indifferenza di Pilato, ciò nonostante, manifesta anche l’attrazione dei pagani. Al vertice della crocifissione di Gesù di Nazareth, Re dei Giudei, è convocato tutto il cosmo con le sue forze (tenebre e terremoto). E’ presente altresì l’umanità irriverente che impreca; ciò nonostante, avanza anche la Chiesa dei nuovi credenti (il centurione) e, si evidenzia, a questo punto, la nuova umanità liberata dal Cristo (i morti che si levano dai sepolcri). La «domenica delle palme» spalanca la porta a, quella che i cristiani chiamano, la «settimana santa» e, santa lo è, davvero! A noi non resta altro che interrogarci se, l’Onnipotente lo percepiamo ancor’oggi come partecipe alla miseria e, alla tragedia dell’uomo moderno? E’ ancora vivo l’innesto tra «redenzione» e il corso degli eventi umani, o si è notevolmente smorzato? Il pianto liberatore di Simon Pietro, dopo il suo tradimento, è servito anche a noi? Se di tante cose ho motivo per ringraziare il Signore, per quanto Egli ha fatto per me, ebbene tra queste c’è ancora la sua «Passione»? Coraggio dunque, nessun avvilimento deve investirci perché è imminente un fatto clamoroso. Il tempo che ci si presenta dinanzi è alquanto prezioso per il raggiungimento della pienezza di «cristiani» autentici, quindi, questo tempo potrebbe, finalmente, considerare la nostra partecipazione attiva, a tutte le assemblee liturgiche offerte nella prossima settimana («settimana santa»), con il culmine nella celebrazione pasquale nella notte di sabato. Il Signore Gesù, esaltato dalla gloria del Padre e, costituito «Signore dell’Universo», anche dinanzi alla nostra indifferenza, effonde ancor’oggi il suo Spirito, principio di vita nuova, sulla nostra comunità di credenti. In questo modo Egli manifesta la sua presenza operante e, santificante in forma nuova, più intima e, più universale. Che cosa ne sarebbe dell’universo, se non ci fosse Dio, il Creatore e Onnipotente? Sarebbe come se non esistesse il creato stesso, sarebbe un «nulla». Cielo e terra, invece, sono lo specchio dove si riflette Dio e, dove l’essere umano ne scopre la grandezza, la potenza, l’amore, con cui l’Onnipotente crea e mantiene in vita (ancor’oggi) le sue creature.
5° DOMENICA DI QUARESIMA – 10 Aprile 2011 Ezechiele 37,12-14; Salmo 129 (130); Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45 «Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, colui che tu ami è malato". All udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato". Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!". I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?". Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui". Disse queste cose e poi soggiunse loro: "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo". Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se si è addormentato, si salverà". Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!". Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!". Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà". Gesù le disse: "Tuo fratello risorgerà". Gli rispose Marta: "So che risorgerà nella risurrezione dell ultimo giorno". Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?". Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo". Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: "Il Maestro è qui e ti chiama". Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: "Dove lo avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!". Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: "Guarda come lo amava!". Ma alcuni di loro dissero: "Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?". Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni". Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?". Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato". Detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberàtelo e lasciàtelo andare". Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto». 11,1-16: La morte colpisce Lazzaro, un amico intimo di Gesù. 11,2: Maria è quella donna che cosparse di profumo il Signore. Il popolare episodio sarà raccontato in comparazione con quello successivo di Giovanni 12,1-8. 11,9: Con l’espressione «Non sono forse dodici le ore del giorno» Gesù, probabilmente, citando un proverbio, paragona la sua vita a una giornata di cammino. Finché non ha compiuto ciò che Dio gli ha affidato, la sua vita non è in pericolo. Quando sarà tutto compiuto, allora sarà come se fosse caduta la notte: i suoi nemici potranno ucciderlo. 11,17-37: Gesù incontra Marta e Maria. 11,25-26: Io sono la risurrezione e la vita. Al centro delle imponenti affermazioni di Gesù c’è la sua persona («Io sono») e la fede in lui («chi crede in me»). 11,38-44: Gesù quindi risuscita Lazzaro. 11,38-44: Alcuni particolari, di questo fatto non comune, hanno l apparenza di anticipare quelli del ritrovamento del sepolcro vuoto, del Signore. 11,45-57: Inizia la congiura dei capi contro Gesù. L’uomo di oggi generalmente evita il pensiero della morte, perché per l’individuo moderno è inammissibile il fatto di trovarsi di fronte a qualcosa che non si può, assolutamente, risolvere! Poiché la morte è inevitabile, Gesù Cristo, invece, sostiene che è possibile anche per l’uomo di oggi, tentare di darne una legittima spiegazione, credibile! Questo è anche quanto percepisce (seppur vagamente) Marta, quella donna del Vangelo di oggi che, pur rimproverando l’amico Gesù per la sua assenza, aggiunge: « … ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà … ». Da dove scaturisce tanta speranza? È lo Spirito che prepara questa donna a divenire una perfetta discepola, comunicandole il senso autentico dell’appartenenza completa a Cristo e, aprendole il cuore alla «speranza di non morire». Per la sorella di Lazzaro, ma anche per ciascuno di noi, si realizza la profezia di Ezechiele: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio». Soltanto la fede personale in Gesù Cristo, riesce realmente a illuminare qualunque zona buia della nostra esistenza terrena, altrimenti impenetrabile, anche quella della nostra stessa morte. Soltanto abbandonandosi a Cristo è possibile, per ciascuno di noi, entrare fiduciosamente in questo mistero. È così grande, questa scena biblica, dal punto di vista teologico che, noi troppo spesso preferiamo rivolgere altrove il nostro misero sguardo, o la nostra meschina attenzione, come sulla materialità delle realtà oggettive d’ogni giorno, vale a dire che, noi preferiamo rifugiarci soltanto in sentimenti umani che, siano alla nostra portata. Come ad esempio quei discepoli, apprendendo che l’atmosfera si è resa ostile, si affrettano a riferire al Maestro: «Poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Anche l’esortazione dell’Apostolo Tommaso è dello stesso tenore: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Che cosa suggerire oggi, di nuovo, all’uomo contemporaneo, dinanzi a quei numerosi movimenti piombati su quella casa di Betania? Marta che corre incontro a Gesù e, seppur da un cauto rimprovero per il suo ritardo, quella donna s’«inserisce subito», con una solenne professione di fede! Quest’ultima poi corre a «chiamare di nascosto» la sorella. Maria che si alza «in fretta» e, si dirige verso il Signore. Diverse sono anche le reazioni contrapposte, che provengono dai visitatori presenti. C’è chi ammira Gesù, perché si commuove innanzi al defunto, chi lo critica invece per non aver mantenuto Lazzaro in vita. I particolari, in questo caso, creano davvero un componimento drammatico! Ancora, da Gesù che si «commuove profondamente» e, poi «piange». Da Lazzaro sepolto da quattro giorni e, che secondo Marta, emana «cattivo odore». Gesù comanda di levare via la pietra e, grida: « … vieni fuori!». Risuscitato, esce «con i piedi e le mani avvolti in bende». Si assiste quindi a una successione di scenari, evoluti e, tutti perfezionati da «impressioni dirette». Immerso in un contesto familiare, sopraggiungono nel testo sacro e, con la stessa naturalezza, anche grandi slanci di prerogative. Come talune frasi supreme: «Io sono la risurrezione e la vita»; o la preghiera di Gesù al Padre; o l’azione per eccellenza di tutto l’episodio: la risurrezione dell’estinto. Alcuni dei presenti, in seguito a ciò che hanno visto, adesso, credono in Gesù! Altri, corrono a denunciarlo ai farisei e, tuttavia, non invano! Poco tempo dopo, chi si è premunito di ridare la vita a Lazzaro sarà assassinato, da chi non ne tollera più la potenza soprannaturale di quest’uomo. Il «doppio filo» che collega il tema della vita e della morte, riallaccia anche tutte le letture di questa domenica, dedicata in particolar modo alla risurrezione di Lazzaro, e il doppio filo sussiste anche oggi. Il tema della morte, in tutta la storia dell’umanità, si presenta pressoché con due volti, quello celestiale e, quello raccapricciante dell’assurda scomparsa terrena. Essa può rappresentare pace o incubo, passaggio sereno, o riduzione in polvere, inizio o fine, speranza o disperazione, insomma, può riassumere una faccia serena o, un aspetto scandaloso e spettrale; infine la morte potrebbe essere intesa (per qualcuno) addirittura come «disperata liberazione». L’incontro con la morte rimane da sempre ben contrassegnato sulle pagine bibliche, fin dall’apparizione dell’antagonista massima della morte stessa, vale a dire, la vita eterna! Il profeta Ezechiele porta ad esempio una visione surreale e paurosa, se in una valle infernale appare una distesa di scheletri umani calcificati, ecco irrompere subito lo spirito creatore del Padre Eterno e, le ossa umane si ricoprono subito della carne che è la vita; al termine della visione il popolo si erge in piedi, subito pronto ad acclamare un’esistenza nuova e rinnovata. Il Padre Eterno che è, e rimane per sempre, è da sempre quell’Onnipotente può scoperchiare i sepolcri (delle nostre città) e far rivivere i suoi abitanti morti! Così ha scritto anche un grande profeta: « … di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere … » - (Isaia 26,19). La teologia biblica può tornarci in aiuto per comprendere meglio queste pagine. Qui si evocano anche il ritorno e la risurrezione di Israele, dalla tomba dell’esilio babilonese alla vita. E’ una risurrezione del bene, in contrapposizione con il male, ma, soprattutto una rinascita del coraggio e della speranza! Questo, è altresì un dono che anche noi, qui, oggi a Modena nel 2011, dobbiamo assolutamente implorare come ha fatto Qohèlet, cosi come lui anche noi, qui, ora, quando percepiamo il sopraggiungere della morte, nello spirito e, nel cuore! «Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: "Non ci provo alcun gusto"» (12,1). Mentre San Paolo, nella Lettera indirizzata ai Romani, prospetta invece un’altra morte e un’altra vita, quella del peccato e, quella della grazia. È la grande «risurrezione battesimale» che frantuma la nostra prigionia umana. Progredendo nella nostra meditazione, giungiamo al vertice della nostra liturgia, ripartendo da quella straordinaria scena di Betania. Il dialogo tra Gesù e Marta (la sorella dell’amico «privo di vita»), persino nelle esitazioni di chi non ha il coraggio di «sperare l’impossibile», si apre progressivamente a quell’intuizione di fede, che anche noi (ogni domenica) professiamo nel Credo! Cristo, infatti, risorge da morte ed è radice della risurrezione della nostra carne. Dio non muore! La morte è stata «attraversata» anche dal Figlio di Dio che, come noi, è morto! La pena capitale, pertanto, ora è stata trasformata radicalmente. Non è più una sorta di approdo nel «mare del nulla» o, nella «condizione del niente». La dipartita finale è aperta all’«infinto», anzi, è spalancata all’«eterno». « … Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare. Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra … » - (Salmo 16,8-11). Anche questo Salmo esprime pertanto l’intensa fiducia dell’orante nel suo Signore e, il rifiuto di ogni cedimento a qualunque forma d’idolatria moderna. Non ci si dimentichi mai che all’origine del «nostro esserci» c’è Dio stesso, dunque, sia le radici della vita umana terrena, sia le radici della libertà umana, sono «teologiche», vale a dire nel cuore stesso della persona, create da Dio, l’Onnipotente, al quale esse devono rispondere. L’essere umano è dotato di un’apertura infinita che soltanto l’Onnipotente può compiere, dunque, l’uomo è fatto per l’incontro con Dio! Questo è stato anche il concetto impiegato da Sant’Agostino: « … inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te» - (Confessioni 1,1). Il bisogno di Dio, il «desiderio di verità», presente nell’uomo non cessa con la morte improvvisa di un proprio caro, bensì, lo spingono alla ricerca di una risposta ultima, alla sua domanda di verità! L’uomo, quindi, non può essere appagato di risposte che a loro volta divengono occasioni di nuove domande, per altro, molto angoscianti. Sussistono nel cuore umano il bisogno e l’invocazione di una risposta, che sia quindi definitiva, come dimostrano le nostre stesse tristi esperienze personali; tutto questo non può, tuttavia, consistere in una «soluzione pratica» che l’uomo stesso possa raggiungere! Una risposta umana è obbligatoriamente frammentaria e, provvisoria e, questa ricerca instancabile della verità dimostra che ogni uomo è «finalizzato» a un incontro personale con l’Eterno (Dio stesso). Il «cristiano» nutre sempre la certezza di essere anch’egli liberato dalla morte, per sempre! Il «cristiano» è altresì consapevole di godere, fin d’ora e senza fine, della presenza, del contatto, della partecipazione ininterrotta di Dio. L’«essenza» del cristianesimo è il «trascendente» e, l’essenza del soprannaturale è l’azione «reale» della grazia divina, nell’anima stessa dell’uomo!
4° DOMENICA DI QUARESIMA – 3 Aprile 2011
Giovanni 9, 1-41
«Passando, vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?". Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo". Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va a lavarti nella piscina di Sìloe" - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: "Non è lui quello che stava seduto a chiedere l elemosina?". Alcuni dicevano: "È lui"; altri dicevano: "No, ma è uno che gli assomiglia". Ed egli diceva: "Sono io!". Allora gli domandarono: "In che modo ti sono stati aperti gli occhi?". Egli rispose: "L uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: "Va a Sìloe e làvati!". Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista". Gli dissero: "Dov è costui?". Rispose: "Non lo so". Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: "Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo". Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato". Altri invece dicevano: "Come può un peccatore compiere segni di questo genere?". E c era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: "Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?". Egli rispose: "È un profeta!". Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: "È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?". I genitori di lui risposero: "Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l età, parlerà lui di sé". Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: "Ha l età: chiedetelo a lui!". Allora chiamarono di nuovo l uomo che era stato cieco e gli dissero: "Da gloria a Dio! Noi sappiamo che quest uomo è un peccatore". Quello rispose: "Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo". Allora gli dissero: "Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?". Rispose loro: "Ve l ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?". Lo insultarono e dissero: "Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia". Rispose loro quell uomo: "Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla". Gli replicarono: "Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?". E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu, credi nel Figlio dell uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". Ed egli disse: "Credo, Signore!". E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: "È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi". Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: "Siamo ciechi anche noi?". Gesù rispose loro: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane"».
9,2-3: Che le malattie fossero conseguenze di precisi peccati, a quell’epoca, era pressoché un pregiudizio comune. Per Gesù, la malattia invece può divenire «luogo» di salvezza e, di rivelazione dell’Altissimo. 9,4: Il tempo del ministero pubblico è paragonato da Gesù a una giornata lavorativa. 9,6: Gesù fa capire all’uomo malato che sarà guarito. Alla stessa saliva si attribuiva virtù curative. 9,7 «Siloe»: indica «canale inviante» o «acqua inviata», come Gesù che è l’inviato di Dio. La piscina si trova ai piedi dello sperone meridionale della collina sulla quale ergeva il tempio. 9,14: Analogamente alla guarigione del paralitico (cfr. Gv 5,1-9a), Gesù compie anche questo miracolo violando la giornata sacra del sabato. 9,24: L’uomo è invitato sempre a dire e testimoniare la verità.
Esiste un filo conduttore che unisce tutte le letture di questa domenica e, quindi anche il brano del Vangelo. Ci si trova dinanzi ad un «invito», rivolto a ciascuno di noi, a risalire senza indugio alle «fonti cristiane» della nostra esistenza, per ritrovare l’autentica dignità di «figli di Dio». Quest’azione implica però da parte di ciascuno, una disposizione specifica che è innanzitutto «svegliarsi dal sonno del peccato», per rialzarsi e indirizzarsi verso il Padre Eterno! Per essere in grado di compiere tutto questo, è necessario essere più docili alla sua Parola e, disponibili alla professione di fede. Il comando del Maestro: «Va a lavarti nella piscina di Sìloe» è, quindi, per noi! Il cieco esegue, va e si lava ed è guarito! Quest’uomo è guarito e, pertanto giunge a credere in Gesù Cristo, soltanto perché ascolta la sua Parola. Ebbene, nel Vangelo di questa domenica affiora chiaramente l’invito alla conversione, perché chi presume di vederci, solamente per merito delle proprie forze, in effetti «non ci vede un tubo», mentre chi in origine era cieco e, nonostante tutto, si affida al Signore, ora «vede» e, per l’eternità! Ancora una volta quindi, Cristo si ritrova al centro dell’aspra controversia, stavolta, tra il cieco guarito e i farisei. Gesù Cristo è «luce» per i «non vedenti», nello stesso tempo, può causare un oscuramento, o se preferite un offuscamento (anche mentale) per i farisei che, presumono di essere degli ottimi «vedenti». La «luce di Dio» che illumina ogni uomo, paradossalmente, può lasciare cieco chi si ostina ancora a, non, voler vedere. Sostenere che Dio ci ama è forse troppo poco! Egli interviene nella contesa umana quotidiana tra i vigori di una vita irreprensibile e, le forze di morte. Il Signore rimane ancor’oggi a fianco di quanti si schierano dalla parte delle forze della vita, o meglio dire, della luce, come in questo caso di oggi. Queste persone riportano sicuramente una vittoria, che trova in Gesù Cristo la sua immagine più luminosa, ciò non di meno, Egli continua a essere presente nella storia alla quale noi stessi partecipiamo! Chi si comporta da «figlio della luce», sarà illuminato dal Cristo stesso e, questo lo asserisce anche San Paolo.
La luce, il buio, l’acqua, sono simboli tipici e, fondamentali dell’esistenza umana, ciò nondimeno sono anche peculiari della stessa riflessione religiosa. Dalla Liturgia della Parola di oggi siamo invitati a riflettere, come la scelta e la consacrazione di Davide a Re di Israele, rappresenti una tappa fondamentale nella storia della salvezza. La scelta che l’Onnipotente ha fatto di noi, consacrandoci al suo servizio, con il Battesimo, pone ciascuno di noi come luce tra le tenebre, perché portiamo gioia e pace nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità. Anche San Paolo (scrivendo agli Efesini) afferma che i cristiani sono «scelti», vale a dire «eletti da Dio», impegnati a confermare l’amore che Dio ha manifestato verso di loro, attraverso un passaggio necessario ed effettivo dalle tenebre alla luce. Tutta la liturgia di oggi è, nel suo insieme, una grande riflessione sul Battesimo. Come il cieco nato che sulla parola di Gesù, va a lavarsi nella piscina di Siloe e, riacquista la vista, così il credente di oggi, riconoscendo semplicemente la propria cecità, accoglie Cristo, luce del mondo. Il cristiano, umilmente, si lascia accompagnare (da Lui) verso la salvezza, conforme al Battesimo che, ha ricevuto e, nel quale si sente impegnato a crescere nella conoscenza di Dio. La «testimonianza alla luce» è la risposta libera, cosciente, a chi finalmente ha diradato le nostre tenebre. Un’altra considerazione da rilevare è questa. Giovanni l’evangelista coglie soltanto sette tra i miracoli, compiuti da Gesù definendoli «segni», proprio perché il cristiano non perda tempo sull’aspetto mirabile e prodigioso, ma scopra un significato nuovo, profondo, seppur ancora celato. Quale che sia l’intuizione celata in questa narrazione del cieco nato, tuttavia, sono visibili alcuni elementi naturali. La luce e l’acqua sono simboli divini, per eccellenza. Gesù prorompe nello scenario con la proclamazione: «Io sono la luce del mondo». Lo sfondo biblico è quello della «festa delle capanne», rievocazione autunnale ebraica del pellegrinaggio di Israele nel deserto. Nella nottata di questa rievocazione si accendevano sulle mura del Tempio (di Gerusalemme), bracieri e falò. In seguito, il sommo sacerdote scendeva processionalmente alla piscina di Siloe, per attingere acqua purificatrice, quindi, acqua e luce sono elementi peculiari anche nel miracolo di Gesù. Non a caso il battesimo (cristiano) delle origini era chiamato «della illuminazione». Tutto quello che si manifesta è luce! Restando in tema, il grande Sant’Agostino scriveva: «Ormai sapete chi sia l’Inviato; se il Cristo non fosse stato inviato, nessuno di noi sarebbe stato fuorviato dal peccato». E’ anche per questo che, tutto l’itinerario che stiamo compiendo insieme è una proposta battesimale, assai potente! E’ una chiamata a risalire la sorgente di Dio, a ritrovare la nostra grandezza di figli di Dio, purtroppo, offuscata ancor’oggi dal maligno di turno. Esiste, tuttavia, anche un terzo elemento che, raccoglie tutto il racconto del miracolo, in omogeneità, esso è l’avvicendamento dei «titoli» accostati a Gesù e, attraverso questi lineamenti si ricompone il ritratto originale di Gesù Cristo. Anche noi ci ritroviamo, per così dire, dinanzi alla scoperta del volto del Signore, di Gesù Cristo. Questa è la circostanza, vale a dire, l’avvenimento, di una conversione in atto dell’uomo che ci sta accanto. Il primo passo su questo cammino (di fede) è senza dubbio il riconoscimento del Cristo come uomo («quell’uomo che si chiama Gesù»). Quest’uomo si presenta (a Siloe) come l’inviato, come «colui che viene da Dio». Egli quindi è il supremo messaggero di Dio! Il cieco, che nel frattempo è divenuto anche «veggente», riscopre Gesù, anche come Profeta, ciò nonostante, l’apoteosi finale prende forma quando quel povero si prostra nell’adorazione di Gesù, come Figlio dell’Uomo. Il titolo messianico caro a Gesù resterà: «Kyrios», vale a dire «Signore», o meglio «Dio»! Ciascun cristiano è oggi chiamato a percorrere un cammino di catechesi, soprattutto ora, che ci troviamo ancora in tempo quaresimale, per rispondere così, anche al bellissimo appello di Pietro. « … adorate il Signore, Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi … » - (1° Pt 3,15). L’adesione al conformismo, proposto dall’odierna società dei consumi, conduce viceversa gli individui a un edonismo reale e, troppi giovani, purtroppo, hanno dimostrato di non aver compreso l’esigenza totalizzante della fede cattolica. Un gran numero di persone suddivide la propria esistenza, o meglio il modo di vivere, in sfere assai disordinate e ambigue. La fede che tende a svanire a poco a poco e, l’esistenza quotidiana, poco limpida e, con le sue difficoltà e, le sue subdole attrattive, ebbene, tutti questi sono pericoli ricorrenti nella vita del cristiano di oggi. La cosiddetta «serietà della vita», tanto reclamata anche oggi, costringe anch’essa a espellere il confronto alla luce della fede cattolica che, s’identifica necessariamente con la «pratica religiosa». Questa grave mancanza di «concretezza della fede» è una malattia, tuttavia, ancor più grave dell’eresia stessa. Il cristianesimo, poiché religione d’incarnazione di Dio, non propone soltanto delle Verità, ma Cristo vivo, un uomo nuovo, un’umanità rinnovata. L’incredulità di oggi, anche se a volte non contesta direttamente l’ideale cristiano di una fraternità universale, alla quale essa stesso si richiama, denuncia tuttavia l’«efficacia del cristianesimo». La validità del Vangelo di Cristo, è ritenuta da troppi italiani, individui indifferenti, una realtà storica retrograda. In altre parole, l’«agnosticismo» dei giorni nostri segnala la mancata utilità (e validità) della stessa fisionomia socio, economico, culturale, che i cristiani stessi intendono e sono capaci di conferire al mondo e alla società odierna. A questo punto non resta che interrogarci personalmente. Siamo anche noi come il cieco nato? La nostra anima con quante diottrie ci vede? Qualora ci troviamo dinanzi a qualcuno che contraddice la nostra fede cattolica, siamo in grado di poterla difendere con la risolutezza, la tenacia e la cortesia del povero del Vangelo? Che non valga la pena allora di eleggere come nostro «patrono» il cieco nato, per il resto della nostra esistenza terrena? Signore, siamo in cammino verso la Pasqua. Lungo questo cammino che ci conduce a riconoscere Te, come nostro unico Salvatore, Tu ci proponi l’itinerario di fede dell’uomo cieco dalla nascita, immagine di tutti noi. Egli ti riconosce in un primo momento come uomo, poi come l’inviato di Dio, il profeta, e infine ti proclama «Figlio dell’uomo e Signore». Credo che si avverta ancora tra di noi, come una necessità imprescindibile, il tempo del silenzio e della meditazione personale, perché i nostri «occhi sappiano vedere» e, il «nostro cuore possa ascoltare» il Signore che rivive la Passione e la Risurrezione nei gesti e, nelle parole della liturgia, evitando la banalizzazione di una curiosità o di un’emozione passeggera. Signore, donaci la forza perché anche noi possiamo completare il cammino verso di Te. Sii soltanto Tu la guida, per noi, che avanziamo nelle tenebre e, conduci ciascuno di noi alla grande luce della fede. In ultima analisi, l’uomo può fidarsi soltanto di Dio! Il Padre Eterno, Egli soltanto è degno di fiducia assoluta. Ogni altro credito, o affidamento, deve essere valutato con lo sguardo della fede, perché qualcuno (tra gli esseri umani) che incontriamo (durante la giornata) potrebbe essere malvagio. Discernere, penetrare la «verità ultima» degli avvenimenti, che scorrono dinanzi ai nostri occhi, è un esercizio di fede, un rinnovo della fiducia in Dio, fonte di ogni affidamento critico nell’uomo.


